Lo scorso luglio se n’è andata, a soli quarantasette anni, una delle penne più interessanti e spregiudicate del cinema italiano, che ha proposto con grande successo un nuovo modo di raccontare la società, sempre rimanendo all’interno dei confini della commedia: Mattia Torre. Giunto alla ribalta di pubblico e critica in particolare grazie alla scrittura della serie tv/film Boris, il grande sceneggiatore e regista romano, nonostante la sua prematura dipartita, ha lasciato un’ultima chicca per i propri fan e in generale per gli appassionati del cinema acuto e intelligente. Tratto dal suo monologo teatrale I figli invecchiano, Figli rappresenta una grande lezione di sceneggiatura, ed è uno dei rarissimi casi (almeno nel cinema di oggi) in cui sulla locandina campeggiano due diciture diverse per identificare l’autore del film. C’è scritto infatti “Un film di: Mattia Torre” e “Regia di: Giuseppe Bonito”, grande amico e collega di Torre che ha realizzato la maggior parte delle riprese del film. L’opera è però da considerarsi come interamente del primo.

Figli, l’ultima perla di Mattia Torre

La pellicola ha i connotati di una farsa sulla genitorialità nell’Italia di oggi, terra di precari, dal tasso di natalità tragicamente basso. I protagonisti sono Nicola (Valerio Mastandrea, da sempre un alter ego del regista) e Sara (Paola Cortellesi), una coppia di ultraquarantenni che si ritrova a dover gestire una seconda gravidanza, a pochi anni di distanza dalla prima figlia. Fin da subito una notizia di per sé felice, viene vissuta dai due coniugi e da tutto il loro circondario di amici, come una vera tragedia, la fine di ogni anelito di serenità. Una volta nato il piccolo Pietro le vite e gli equilibri già precari dell’intera famiglia cambieranno radicalmente, spingendo più volte Nicola e Sara, di per sé intenzionati a dividersi le mansioni al 50/50 ma di fatto mai davvero organizzati, a desiderare solamente di mollare tutto e gettarsi dalla finestra. Sullo sfondo non mancano le incomprensioni tra genitori e nonni, e una spietata quanto efficace riflessione sullo scorrere del tempo e sull’invecchiamento.

Figli, l’ultima perla di Mattia Torre

Inutile dire che la genesi teatrale dell’opera si faccia sentire fortemente per tutto il corso della pellicola. In Figli assistiamo a continue interruzioni della narrazione principale per ritrovarci in un luogo asettico, dove il bianco regna incontrastato, in cui si definiscono sullo schermo tutti i tipi di genitori possibili. C’è la coppia di salutisti, che educa i figli secondo il proprio credo, la coppia disperata con quattro figli uno più scalmanato dell’altro, la coppia altolocata che si gode X Factor sul divano mentre i figli giocano con una coppia di domestici filippini. Insomma, con un semplice espediente e con pochissime battute, Torre ci racconta con una sagacia impressionante i tic e le assurdità che l’essere genitori, secondo un’ottica estremamente pessimista, sembrerebbe portare con sé.

Anche la divisione del film in atti rende evidente la sua derivazione teatrale. Di solito gli spettacoli teatrali adattati allo schermo non riescono ad esprimere al meglio ciò che sul palcoscenico gridano con forza, ma in questo caso bisogna dire che tale discrepanza non è per niente visibile. Il film di Torre, anzi, sembra essere nato per la proiezione cinematografica, quasi come se la sua origine fosse stata solo una parentesi speculativa, per comprendere quanto interesse e successo una vicenda di questo tipo poteva portare con sé. Il tutto, ed è questo l’aspetto più straordinario della pellicola, senza tradirsi mai, ma anzi cavalcando le istanze narrative e visive tipicamente teatrali per donare al film quell’aura metafisica e vagamente sfuggente, ma in realtà intimamente presente in ognuno di noi, che da sempre caratterizza le opere scaturite dalla penna di Mattia Torre.

Figli, l’ultima perla di Mattia Torre

Più che di commedia tout court, poi, nel caso di Figli è necessario parlare di umorismo, nel senso pirandelliano del termine. L’aria che si respira per tutto il corso del film ha poco o niente ha che fare con la leggerezza, e mantiene sempre un odore come di malinconia o comunque di empatia nei confronti delle disgrazie (dato il modo di vivere la vicenda da parte dei due protagonisti) di Nicola e Sara, eroici quanto commiserati archetipi del coraggio che ci vuole per fare i genitori nell’Italia di oggi. Non si ride mai di pancia, nonostante molte battute siano clamorosamente riuscite e gli interpreti siano due tra i maggiori esponenti della nostra commedia d’alto livello, ma c’è sempre un retro-pensiero malinconico, a tratti cupo e scoraggiante, nell’accettare tali discorsi da parte dello spettatore. Torre gioca molto e molto bene con una delle tematiche più tragiche della società d’oggi, cioè l’incertezza totale verso il futuro, non solo quello lontanissimo, ma anche quello del giorno dopo. Riesce a fare ridere chi è in sala, ma lo fa toccando tasti delicatissimi, da cui è quasi impossibile trarre anche solo un sorrisetto stentato. Questa è una delle caratteristiche che hanno caratterizzato maggiormente il regista romano, e che, verosimilmente, contribuiranno più di tutte a farcelo rimpiangere. Ancora una volta è riuscito a raccontarci una parte importante della vita quotidiana con un affresco impossibile da replicare. La sensazione lasciando la sala, leggendo il suo nome nei titoli di coda ti lascia un amaro in bocca impossibile da descrivere e che vale non solo per i suoi seguaci di sempre. Quando si perde una grande mente il dramma è palpabile per chiunque.

Figli, l’ultima perla di Mattia Torre

Magistrale è anche il discorso generazionale, esplicitato principalmente nella scena del feroce scontro tra Sara e sua madre, in cui la prima chiede una mano alla seconda con i bambini, per poter riprendere al più presto il suo lavoro di ispettore sanitario. Di fronte al rifiuto apparentemente dettato solo dalla pigrizia della più anziana, Sara si scalda accusando lei e tutta la sua generazione di essere la causa principale di tutte le disgrazie che affliggono il paese oggi. Fa riferimento in particolare al fatto che i suoi genitori e i loro coetanei abbiano conosciuto il momento più florido dell’Italia soprattutto dal punto di vista economico, grazie al boom, senza minimamente pensare a quale mondo avrebbero lasciato ai loro figli. Proprio quando, in seguito a questo soliloquio pungente della Cortellesi, il pubblico di mezza età presente in sala sta per tributarle una standing ovation, però, parte il contrattacco della madre, altrettanto preciso e veritiero, che fa appello sull’importanza che gli anziani devono sempre di più a lungo mantenere a causa dell’inadeguatezza dei loro figli. Il fatto che, usciti dalla casa della suocera, Nicola dia ragione proprio a quest’ultima, rappresenta la ciliegina su una torta già di per sé deliziosa, esplicitando la preoccupante situazione dell’Italia di oggi, dove tutti, di fatto, hanno ragione, ma nessuno ha più risposte. Tra l’altro la scena appena citata resterà negli annali del cinema italiano anche dal punto di vista registico, con primi e primissimi piani che stringono inesorabili sugli sguardi assatanati delle due donne, che hanno un’efficacia davvero memorabile.

In generale è però il tono di incertezza generale di cui trasuda il film, a rendere Figli una delle migliori opere nostrane uscite nelle sale negli ultimi anni. Tutti i padri e le madri rappresentate da Torre sono estremamente inadeguati. In un certo senso, più che di genitori in sé, bisognerebbe parlare di figli mai cresciuti ma ritrovatisi, quasi per caso, nei panni dei loro predecessori, che infatti non sono ancora del tutto pronti a lasciare definitivamente. I nonni sì che sanno cosa fare, sono degli appigli sicuri a cui restare aggrappati il più possibile. Torre esprime perfettamente quel vuoto generazionale di valori,  competenze e responsabilità che affligge chiaramente la nostra Italia. Neanche il lieve messaggio di speranza del finale riesce a cancellare tutto quello che è stato detto e rappresentato per tutto il film. Ne consegue una dimensione che travalica i confini della diegesi e che porta lo spettatore a guardare alla futura generazione con un giustificatissimo pessimismo, date le premesse inscenate dai loro genitori oggi. Un retrogusto così inspiegabilmente amaro in seguito alla visione di una commedia non lo si percepiva da troppo tempo nelle nostre sale.

Mattia Torre, ha fatto ancora una volta centro, portando in sala un film che con le sue miriadi di citazioni (la Patetica di Beethoven al posto del pianto del bambino è semplicemente straordinaria), le sue freddure più o meno rassicuranti e la sua perspicacia fuori dal comune, ha i connotati di una vera e propria perla, rara e luminosa come non se ne vedono quasi più al cinema. Ci mancherà sicuramente.

Voto Autore: 4 out of 5 stars