Recensioni FilmFallen Angels - La notte e la solitudine secondo Wong Kar-wai

Fallen Angels – La notte e la solitudine secondo Wong Kar-wai

Ci sono film che raccontano una storia, e poi ci sono film che raccontano un’atmosfera. Fallen Angels (1995) appartiene alla seconda categoria, quella dei titoli capaci di trasformare la città in un organismo vivente, pulsante, che respira insieme ai personaggi. Wong Kar-wai, all’epoca reduce dal successo artistico di Chungking Express, decide di spingersi ancora più in là: mette da parte la leggerezza pop e abbraccia un’estetica più sporca, più notturna, più malinconica. Allo stesso tempo, approfondisce quel suo modo unico di rappresentare Tokyo e Hong Kong come luoghi che divorano e isolano, pieni di solitudini che si sfiorano senza toccarsi davvero.

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Il contesto storico è importante: siamo nella Hong Kong notturna, una città che nel 1995 viveva un clima culturale elettrico, sospeso, quasi febbrile. Un luogo perfetto per Wong, che attraverso la cinepresa di Christopher Doyle trasforma ogni corridoio, ogni bar, ogni vetrata, in uno spazio mentale. Il risultato è un film che, a distanza di trent’anni, continua a essere un riferimento visivo per generazioni di cineasti, dai videoclip agli spot pubblicitari, fino allo stile di registi come Refn o Aronofsky.

Fallen Angels è dunque un pezzo fondamentale nella parabola di Wong Kar-wai: un’opera in cui sperimenta, osa, spezza le regole e le ricompone a modo suo. Non è solo un film su killer e anime alla deriva. È una lettera d’amore malinconica alla notte.

Fallen Angels

Fallen Angels – Trama

La storia ruota attorno a due linee narrative che non sono più separate come in Chungking Express. Si incrociano, si sfiorano, si confondono in mezzo a una Hong Kong notturna e infinita. Da una parte c’è il killer, Wong Chi-ming, un uomo che uccide perché è il suo lavoro, punto. Non decide nulla, non sceglie nulla, non vuole nemmeno avere responsabilità. Gli arriva un incarico e lui esegue. La cosa più inquieta e affascinante è che non prova quasi niente: fa il suo lavoro come se fosse routine, come se ammazzare fosse solo un modo di passare la notte.

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Accanto a lui c’è la sua agente, una donna che vive un rapporto completamente sbilanciato: lei è ossessionata, innamorata in un modo malato e dolente. Lui non ricambia, o forse non può. Lei va nel suo appartamento quando lui non c’è, si sdraia sul suo letto, si masturba immaginandolo. È un amore che si consuma da solo, nel buio, con quei grandangoli che allungano le sue gambe in maniera quasi irreale.

Dall’altra parte c’è He Zhiwu, il ragazzo muto che passa le notti a “prendere in prestito” negozi chiusi e a improvvisare lavori improbabili. È caotico, buffo, ma incredibilmente poetico: vive una vita di scatti e fughe, come se non riuscisse mai a trattenere niente, né l’amore né la tranquillità. Si innamorerà di una ragazza bionda che non lo ricambierà, in una figura che incarna il desiderio di irraggiungibilità.

Le due storie si intrecciano come se fossero parte di un unico sogno inquieto. Nessuno davvero si incontra, ma tutti sono immersi nella stessa vibrazione emotiva.

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Fallen Angels – La recensione

Il film è pura sensazione: lo spettatore non è chiamato a seguire una trama, ma a lasciarsi trascinare da un flusso continuo di immagini, voci fuori campo, pensieri spezzati. La regia di Wong Karl-wai, combinata con la fotografia ipnotica di Doyle, crea un linguaggio visivo che oggi definiremmo “cult”. L’uso del fisheye, le riprese a distanza ravvicinatissima, il montaggio frenetico, tutto contribuisce a un senso di disorientamento emozionale che riflette lo stato d’animo dei protagonisti. La storia del killer e della sua agente è probabilmente la parte più poetica. Due persone che si amano senza dirlo, che vivono nello stesso mondo ma in realtà restano sempre a distanza. Il regista racconta l’amore come una questione di timing sbagliato, di silenzi, di attese che non si concretizzano mai.

Il segmento con Takeshi Kaneshiro, invece, è la parte comica e dolceamara del film. Il suo personaggio è un eterno bambino che attraversa la città come se fosse il suo parco giochi, ma la sua comicità nasconde un vuoto enorme: anche lui, come tutti in Fallen Angels, cerca disperatamente un contatto umano. Per via di una solitudine che attraversa ogni personaggio di quest’opera.

Ciò che rende il film un capolavoro non è tanto la trama, volutamente discontinua, quanto la capacità di Wong Kar-wai di catturare la solitudine urbana come nessun altro. È un film sull’incapacità di amare nel rumore della città, sull’impossibilità di fermare il tempo e di afferrare momenti che sfumano troppo in fretta. Ogni inquadratura sembra dire: Nulla dura per sempre. E ci lascia sempre quell’amaro in bocca, di ciò che poteva capitare.

Una città che divora tutto: dai corpi ai desideri

Guardando Fallen Angels sembra quasi di entrare in una mente surriscaldata, dove tutto è mosso, sgranato, deformato. Wong porta all’estremo la sua estetica. Grandangoli giganteschi, primi piani strettissimi, luci al neon che tagliano i volti, camere che scivolano e si inclinano come se fossero ubriache. Molte scene sono costruite come esperienze fisiche. Le inquadrature sul corpo dell’agente nel letto sono tra le più belle mai girate da Wong. Quelle gambe che occupano tutto il fotogramma, il corpo distorto dal grandangolo, la sensazione di un desiderio che non trova sfogo se non in sé stesso. È erotico, ma anche tragico. È il sesso come surrogato di un contatto che sarà impossibile.

Il killer è un personaggio incredibile per quanto è antieroico. C’è quella sequenza assurda in cui ammazza quaranta persone con una calma quasi annoiata, ma poi si lamenta delle pistole, come se fossero un fastidio. E mentre lui si muove come un fantasma senza emozioni, Wong ti mostra la sua vita spezzata non attraverso psicologie da noir, ma attraverso lo spazio, le luci, i movimenti di macchina. È la messa in scena a raccontare la sua solitudine.

E poi c’è He Zhiwu, che sembra la parte più buffa e tenera del film, ma in realtà racchiude la tristezza più grande: il suo rapporto con il padre è uno dei momenti più commoventi, proprio perché arriva in mezzo a quel caos estetico. Tutto è attraversato da un’energia vitale che però si dissolve sempre sul più bello.

Conclusioni

L’opera di Wong Kar-Wai è un viaggio notturno, di chi ama la solitudine, di chi forse perché la ama, la odia allo stesso tempo. Di chi prova a ricercare amore, ma ogni volta non fa il passo, si ferma. Perché la solitudine è come una droga, quando ce l’hai ne vuoi di più, però ne vorresti fare a meno perché ti rende diverso. Quindi si lascia affidare al destino, ma questo stare fermi non è nient’altro che, come dice nel film, “un desiderio di un condannato”. Pur non avendo la purezza emotiva di Chungking Express, è un’opera che ti rimane addosso come una notte insonne. È Wong Kar-wai allo stato più libero e selvaggio, un cinema che parla direttamente al corpo prima ancora che alla mente.

Per certi versi viene da pensare allo stile e al linguaggio di Michelangelo Antonioni, il tutto in chiave più underground. I temi, i dialoghi e i discorsi dei protagonisti fanno pensare ai monologhi esistenziali che troviamo nei film del grande regista italiano. Dunque un noir sentimentale, un melodramma carnale, un sogno distorto sulla solitudine contemporanea. E quando scorrono i titoli di coda, senti ancora nelle orecchie il rumore della città che divora tutto.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

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