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Bande à part (1964), il film di Godard che ispirò anche Bertolucci e Tarantino

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Provocatorio, alternativo, stimolante, concettuale, anti-sistemico, rivoluzionario, travolgente sono solo alcuni degli aggettivi con cui è possibile descrivere il cammino di Jean-Luc Godard all’interno del mondo della Settima Arte. Regista imprescindibile della Nouvelle Vague, simbolo per eccellenza del movimento che animò il cinema francese e mondiale a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, egli ne incarnò a pieno gli intenti di rottura con ciò che preesisteva.

A posteriori l’intero percorso “godardiano” è stato più volte suddiviso dagli studiosi in tre periodi, testimoniando una predisposizione al mutamento continuo. Il periodo iniziale, da cui emerge soprattutto la necessità di interrogarsi sulle potenzialità e sul ruolo del mezzo cinematografico, abbraccia quasi tutti gli anni Sessanta; il secondo, eco dei movimenti del 1968, è quello più militante e impegnato durante il quale Godard collabora con il gruppo “Dziga Vetov”; il terzo ha origine intorno alla metà degli anni Settanta, quando Godard, reduce da un grave incidente, si dedica a ulteriori sperimentazioni contenutistico-formali rese possibili anche dallo sviluppo di nuove tecnologie elettroniche.

Il film trattato in questa sede, Bande à part (1964), una tra le opere più famose del regista parigino, va inserito a pieno titolo nel primo periodo. Si tratta di un lavoro a basso costo, realizzato in pochissimo tempo, che tuttavia rimane fedele alle dichiarazioni d’intento che animavano il Godard dell’epoca.

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Bande à part è recuperabile su Prime Video ed è un’ottima occasione per avvicinarsi al cinema di Jean-Luc Godard.

Bande à part: trama

La trama è molto semplice. Il film racconta di tre giovani ragazzi che decidono di rapinare una villa: Arthur (Claude Brasseur), Franz (Sami Frey) e Odile (Anna Karina). Nulla andrà come previsto. Durante l’organizzazione del piano verranno a crearsi relazioni e dinamiche complesse. Tra Odile, Arthur e Franz nasce uno strano triangolo amoroso e, man mano che si avvicina il giorno del furto, la tensione cresce.

Non solo un film famoso e importante, ma un passaggio necessario nel cinema di Godard

Formalmente coraggioso al pari di Fino all’ultimo respiro (1960) e al contempo preannunciatore dell’apoteosi anti-sistemica di Pierrot le fou (1966), Bande à parte bisogna leggerlo come un film di passaggio. Un momento necessario a Godard per proseguire nella sua ricerca, senza arrestarsi ai “semafori rossi” eretti dalle convenzioni classiche. Il suo cinema appare volontariamente frammentato, senza nascondere la propria natura artificiosa. La presenza del mezzo oscilla così tra la sua apparenza e la sua scomparsa. Per fare tutto questo Godard si serve di escamotage a lui consueti: scavalcamenti di campo, variazioni improvvise di piani, componimenti musicali che appaiono e scompaiono bruscamente, camera a mano, rotture della quarta parete e lui stesso come voce narrante.

Tutte scelte che però, in questo film, sono ancora regolate da un percepibile ordine superiore, che non ne mina la comprensione. Bande à part, difatti, con ironia, traspone sul piano pratico riflessioni teoriche che Godard ha sempre sollevato, ma le asservisce a una linearità ancora intellegibile. Se quindi per il regista l’opera finale è giustamente soggetta alla volontà autoriale di chi la realizza, in questo caso l’occhio di Godard sceglie ancora di condurre per mano lo spettatore, nonostante il suo rifiuto di stilemi ormai polverosi e poco stimolanti già sussista. Rifiuto che, nella sua filmografia a venire, stimolerà un’espressività artistica decisamente inusuale. Il cinema di Godard si farà sempre più concettuale, video-riflessivo, personale e quindi, a volte, tutt’altro che semplice. Aspetti che in Bande à part sono, in parte, ancora assenti.

Per Godard il genere è un mezzo per esprimere un concetto, non il fine ultimo dell’opera

Il termine “genere” per Godard e per i suoi colleghi dei Cahiers du Cinéma non è mai stato sinonimo di cinema privo di qualità, anzi. Più volte i cosiddetti “Giovani Turchi”, di cui Godard faceva parte, elogiarono maestri del cinema di genere. Basti pensare ad Alfred Hitchcock o al connazionale Jean Pierre-Melville. Bande à part, in questo senso, ne è un’ennesima riprova. Tratto da Fool’s Gold di Dolores Hitchens, altro non è se non un vero e proprio noir, anche se atipico. Prima di tutto perché, essendo fotografato da Raoul Coutard quasi interamente alla luce del sole, prende le distanze dall’usale estetica notturna. Poi, poichè il crimine, che nel noir classico è al centro della storia, in Band à parte è il punto d’arrivo, ma non il perno principale su cui ruota la vicenda

Godard non si espone a livello politico, ma, nonostante questo, servendosi anche di ironia e sarcasmo, impregna la vicenda di quel sentimento di ribellione insito nella controcultura giovanile degli anni Sessanta. In tutto il film si respira il bisogno dei personaggi di fuggire alla disciplina e alle costrizioni. Bisogno che, come scritto in precedenza, Godard esprime anche nella forma. Pertanto Bande à part è movimento continuo, spostamento costante, vagabondaggio perenne, instabilità sia fisica che etica. L’incontenibile conflitto generazionale che sfocerà nei movimenti sessantottini, viene ritratto da Godard in un vortice di posizioni contrapposte che travolgerà i giovani tanto quanto gli adulti, rendendoli contemporaneamente vittime e carnefici.

Godard

Un lungometraggio che omaggia

In Bande à part Godard rende omaggio in un certo modo al cinema americano di serie b. Lui stesso in un’intervista definirà il proprio lavoro un film di “serie z”.

D’altronde era risaputo che i b-movies statunitensi erano amati sia da lui che dal collega Truffaut. Imitarne i metodi di produzione permette la realizzazione di nuove opere in pochissimo tempo oltre che l’autonomia dalle imposizioni delle grandi produzioni. Così, Godard scende ancora una volta a girare per le strade e lascia spazio all’improvvisazione degli attori, dei quali cattura gli sguardi con splendidi primi piani. In particolare quelli di Anna Karina, al tempo sua compagna, qui in una delle sue interpretazioni migliori.

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Gli omaggi di Godard non si fermano qui. Una parte di essi è rivolta anche al cinema a lui contemporaneo, a voler essere più precisi, a quello di due suoi amici.

Primo fra tutti Truffaut, che solo due anni prima realizza Jules e Jim, film con cui Bande à part ha molto in comune. Sembra quasi che la stima di Godard per Truffaut sia tale da voler seguire le sue orme e inscenare anche lui un triangolo amoroso.

Godard

Il secondo nome che “salta alle orecchie”, per l’utilizzo che Godard fa di una canzone, è Jacques Demy. Pochi mesi prima di Bande à part il grande regista, compagno inseparabile di Agnès Varda, era uscito nei cinema francesi con Les Parapluies de Cherbourg. Godard utilizza una delle canzoni che Michel Legrand compose per il film di Demy: La gare (Guy s’en va). La si sente in sottofondo nella scena in cui Odile scende le scale all’interno del locale per dirigersi alla toilette.

Godard quindi non solo porta avanti una rivoluzione cinematografica, ma sostiene quelli che, assieme a lui, la animano.

Due sequenze che hanno fatto la Storia del Cinema

In Bande à part l’idea di libertà e di ribellione giovanile torna costantemente ed è esemplificata magistralmente da due sequenze indimenticabili. Sono due momenti ben precisi e definiti. Una sorta di parentesi narrative a sé stanti che, nel progredire della storia, sembrano voler fermare il tempo. Due incisi che permettono di approfondire la psiche dei protagonisti e di tracciarne una caratterizzazione più complessa. Infatti, se i personaggi di Godard, cresciuti nel dopoguerra e nel boom economico, per la maggior parte del tempo manifestano la propria insofferenza, optando per la via del crimine, in queste due sequenze ricordano molto di più la noncuranza e l’oziosità de I vitelloni (1953) di Federico Fellini. Pur sempre una forma di ribellione, ma meno violenta e più spensierata.

La prima sequenza in questione è quella del ballo nel locale, che con la sua teatralità rimarca il concetto di finzione filmica. Ispirerà Quentin Tarantino che la omaggerà in Pulp Fiction con la celebre danza di John Travolta e Uma Thurman sulle note di You Never Can Tell di Chuck Berry. Tarantino assieme ad altri registi fonderà anche la compagnia di produzione A Band Apart chiara storpiatura di Bande à part.

La seconda sequenza, probabilmente la più nota, è la corsa tra le sale del Louvre. La scena, estremamente evocativa e senza tempo, è stata invece ripresa da Bernardo Bertolucci in The Dreamers (2003).

PANORAMICA

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Bande à part (1964) è un film fondamentale nella carriera di Jean-Luc Godard. I motivi sono molteplici e sono riconducibili al percorso intrapreso dal regista volto allo stravolgimento dell'idea di cinema preesistente. Un'opera che ha segnato l'immaginario di un'epoca e il lavoro di moltissimi grandi registi al punto da essere stata omaggiata anche da Bertolucci e Tarantino.
Riccardo Brunello
Riccardo Brunello
Il cinema mi appassiona fin da quando ero un ragazzino. Un amore così forte che mi ha portato ad approfondire sempre di più la settima arte e il mondo che la circonda. Ho un debole per i film d’autore e per il cinema orientale, ma, allo stesso tempo, non riesco a fare a meno di un multisala, un secchio di popcorn, una bibita fresca e un bel blockbuster.

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