lunedì, 27 Settembre, 2021

An American Pickle – recensione dell’esordio registico di Brandon Trost

Trasposizione su grande schermo del racconto “Sell Out” datato 2013 ed uscito sul New Yorker a firma di Simon Rich, che per l’occasione è qui anche sceneggiatore, An American Pickle, letteralmente un cetriolino (sottaceto) americano, è una commedia fantastica, una favola rapida e conchiusa.

Il film viaggia nel tempo, satireggia sulla mancanza contemporanea di fede e di ideali, sui miti americani in difetto di credibilità e sorride con ingegno troppo riconoscibile su alcune iperboliche storture quotidiane, trascinato da un verve ironica un po’ yiddish, un po’ disneyana, un po’ banalmente contemporanea.

An American Peckle

An American Pickle – Trama

Ad inizio secolo scorso, Herschel Greenbaum (Seth Rogen), è un ebreo grande lavoratore, non teme fatiche o sfortuna ed ha una forza di volontà incrollabile. E’ operaio in un non meglio specificato paesino dell’Est Europa, ma vive sotto minaccia costante dei soldati cosacchi, polacchi scatenati, bevitori ed assassini. Così per sfuggire alla miseria e alla distruzione, fresco di nozze con la sua dolce e schietta Sarah (Sarah Snook), decide di partire alla volta dell’ America per costruirsi una vita migliore.

Trova impiego come ammazza-topi in un’impresa di Brooklyn che produce cetrioli sottaceto; incidentalmente, scivola in un bidone di salamoia da cui viene per caso liberato un secolo dopo, ritrovandosi ai giorni nostri: l’uomo è miracolosamente vivo e vegeto, il liquido ne ha conservato intatta l’età, ma il tempo passato ha sepolto tutta la sua famiglia, restituendolo allo stesso quartiere, ma in un’epoca estranea, sensazionalistica ed insidiosa.

An American Pickle

Il suo unico parente rimasto in vita è un bisnipote, Ben Greenbaum (interpretato sempre da Seth Rogen), sviluppatore di programmi, col sogno di vendere sul mercato un app per il commercio etico di prodotti alimentari, su cui ha lavorato cinque anni.

Ben dapprima si dimostra disponibile, accogliendolo con curiosità e gentilezza; poi si rende conto dell’inconciliabilità delle reciproche vedute: i due consanguinei si riveleranno l’uno il miglior nemico/peggior amico dell’altro, in un’escalation di avventure che li riporteranno, in qualche modo, a casa.

An American Pickle

An American Pickle – Recensione

Primo lungometraggio originale prodotto dalla HBO – Max, diretto da Brandon Trost al suo esordio alla regia, dopo anni di esperienza nella direzione della fotografia, An American Pickle ha debuttato in streaming ad agosto su Amazon Prime Video ed altre piattaforme (comprese Chili e Sky), rivelando su carta un potenziale inedito, sviluppato con vivacità invidiabile ed un ritmo compresso che vira dal realistico al fantasioso-inverosimile, per lasciar navigare il sorriso del pubblico senza troppi sobbalzi di pensiero.

In An American Pickle si mescolano due facce dell’America, presente e passato, famiglia ed opinione pubblica; ogni frangente emerso si schiera in modo manicheo, teoricamente incompatibile, lasciando permeare la perdita di memoria, di volontà e di certo costume che dovrebbe caratterizzare l’identità di un popolo come quello statunintense.

Alla fede ed ai valori semplici con cui Herschel infiamma ogni cosa, si contrappone il cinismo e la noncuranza addolorata di Ben; uno prega i propri morti, cerca tombe e chiese, rivive i riti ebrei collettivi, traendo dal passato la forza e la convinzione per affrontare gli ostacoli, mentre l’altro si tiene lontano dalla religione organizzata, è uno scettico di oggi, un disilluso della modernità, non crede all’invisibile e dal passato scuce delusioni, sacrifici e mancanze che lo hanno reso un adulto solitario ed ancora in cerca di gratificazione reale.

An American Pickle

Il loro incontro non può non fare scintille, stride in ogni punto: Herschel da un presunto, stravagante, insulto alla tomba della moglie, fa partire tutte le sue bizzarre avventure che lo vedranno magnate improvvisato di cetriolini sottaceto, influencer pubblico dalle dichiarazioni retrograde ed irricevibili, ospite indesiderato bandito da un’intera nazione, fuggiasco e ladro d’identità altrui.

Ben, invece, prende sottogamba le velleità del prozio, ma finisce per essere coinvolto dalle sue improbabili scorribande, compromettendo il proprio sogno, rispetto al quale si rivela sommessamente sempre un passo indietro, in difetto di coraggio e di autocritica, distratto da remore personali e dalla furia vincente che il resto della società sembra praticare ed osannare.

Lo scontro tra i due parenti è determinante per la crescita e la sopravvivenza di entrambi; An American Pickle sembra suggerire agli svogliati conterranei americani che la felicità non è appannaggio di uno solo, ma di un insieme, dura un momento, ma è fatta da una storia.

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Le radici comuni fanno la differenza tra un sogno a breve e uno a lungo termine; inoltre salvano dalla confusione, dalla perdita di senso di una civiltà che si è assuefatta al superfluo, che permette lo spreco di cibo e di materiali utili (come dimostrano i cetrioli ed i barattoli di vetro riciclati impunemente da Herschel), che osanna e dileggia condividendo video o tweet, che dimentica per non affrontare la sofferenza, che equipara la blasfemia o l’antifemminismo all’apocalisse, salvo poi girare l’angolo e comportarsi peggio.

Il puritanesimo ed il perbenismo di massa sono schierati in un confronto, non ferale, ma abbastanza comodo: dalla parte opposta la miopia di certa religione, il gusto sui generis dell’umorismo ebraico, l’arcaicità di determinati pensieri. L’umanità sottesa invece resta sempre la stessa: identici errori, identici schemi di pensiero, identici perdoni.

An American Pickle
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Il grigio fango delle latitudini polacche di inizio secolo, si riverbera parzialmente nella maggior scelta cromatica che il presente di Brooklyn proietta, specie nelle parti in cui le idee impossibili di Herschel prendono magicamente corpo e direzione, dimostrando che la veridicità minata del sogno americano ripaga se coltivata.

Però la scioltezza con cui lo script mette insieme i vari passaggi, la scarsità di approfondimento degli stessi, spettacolarmente raccontati come le montagne russe di qualsiasi fiaba, comporta una messa a terra dell’attenzione.

An American Pickle non è un novello Ritorno al futuro in salsa ebraica, non riesce a sviluppare a dovere un corposo spunto, restando arginato dalla brevità strutturale del racconto pubblicato; difetta, di anima e spessore.

Tutto può accadere al protagonista risvegliatosi a distanza di un secolo, nulla può resistergli ed ogni desiderio sembra avverarsi, dunque niente è grave, nè conflittuale, nulla colpisce o lascia il segno.

An American Pickle – Cast

Così il risultato piega verso una certa innocuità anonima, che scalfisce poco la memoria, nonostante il doppio ruolo nelle mani del solo Set Rogen, impegnato in una battaglia fisica e verbale con e contro se stesso, in cui brilla poco.

Benchè ci sia solerzia attoriale, manca il coinvolgimento apprezzabile della sfera emotiva proprio per i due protagonisti, più impegnati a dominare/narrare l’esterno, che non a viverlo; sono personaggi rappresentati non creature interagenti nelle circostanze date; sono più funzioni che esseri umani, esattamente come in qualunque canovaccio favolistico, che si scioglie dolcemente alla fine.

An American Pickle tende, o almeno prova a tendere, un filo spesso e disinvolto tra ieri ed oggi, puntando ad unificare le forze e l’indole di una famiglia attorno ad una consapevolezza migliore di sé, delle proprie capacità, come una moderna, un po’ frettolosa, inerme, apologia del sogno americano.

An American Pickle – Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Un ebreo di inizio Novecento, originario dell'Est Europa, approda in America, trova lavoro in una fabbrica di cetriolini sottaceto, cade in un bidone di salamoia, viene ritrovato vivo e vegeto cento anni dopo. Il suo unico parente è un bisnipote con cui stenta ad andare d'accordo. Inerme commedia sull'odierna astenia del sogno americano, rispetto alla velleità delle generazioni passate; un po' favola, un po' satira superficiale delle storture sociali e dei falsi miti presenti, condita di ironia contemporanea, semplicismo e troppo poco umorismo yiddish.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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