Lo scorso anno la talentuosa promessa autoriale e registica Stacey Gregg incanala i suoi sforzi creativi in quella che risulterà essere la sua opera prima in termini di lungometraggio. Nasce così Here before, presentato in anteprima al South by Southwest Festival proprio nel 2021. Il film è un esemplare parzialmente riuscito del genere universalmente indicato come thriller psicologico. Sebbene non brilli certo per originalità o non abbia alcuna pretesa di apportare al genere elementi particolarmente rivoluzionari, il debutto registico di Gregg si rivela un film tanto gradevole quanto scorrevole, non troppo impegnativo (neppure in termini di durata, come testimoniano i suoi 83 minuti) né tantomeno pretenzioso.

La trama del film
Il quotidiano di Laura (Andrea Riseborough) è sistematicamente punteggiato dai suoi tentativi di reprimere il ricordo della secondogenita Josie, defunta anni prima. Non è molto però il tempo che le resta per lasciarsi annegare nel ricordo della figlia scomparsa, poiché trascorre le sue giornate lavorando e occupandosi dello scorbutico e caratteriale primogenito Tadgh, che la donna cresce assieme all’amorevole marito Brendan (Jonjo O’Neill). La routine della famiglia è sconvolta dall’arrivo di nuovi vicini di casa, il nucleo familiare costituito dalla giovane Marie (Eileen O’Higgins), dal compagno Chris (Martin McCann) e dalla piccola Megan (Niamh Dornan). A causa della presunta somiglianza tra la piccola Megan e la defunta Josie lo stato emotivo di Laura in breve tempo risulta estremamente turbato.
La donna, infatti, fatica sempre più a scindere il ricordo della figlia dalla nuova vicina di casa. Laura risponde a questo sconvolgimento avvicinandosi sempre più alla piccola Megan, ma questa scelta turba sia Brendan e Tadgh, che vedono la mente della donna progressivamente più annebbiata e instabile, che i genitori della bambina, che scorgono nel comportamento di Laura una perplimente vena morbosa. Una serie di episodi incidentali e non porteranno le due famiglie a scontrarsi definitivamente, ma nonostante la volontà collettiva di trovare una risposta risolutiva alla situazione lo stato emotivo e mentale di Laura rischia di essere ormai irrevocabilmente compromesso.

Here before – la recensione
Di tutti gli aspetti tecnico-formali che concorrono alla definizione dell’identità di Here before come prodotto filmico, a risaltare in modo marcatamente evidente è l’interpretazione dell’attrice protagonista, Andrea Riseborough. Più che su qualsiasi altra caratteristica del film, infatti, le lodi della critica sono state rivolte alla performance dell’interprete che veste i panni di Laura, catalizzando l’attenzione del pubblico. Quella di Riseborough è in effetti un’interpretazione duplice, stratificata, che coniuga, equilibrandoli, due binari: quello della docile e delicata maternità e quello della più febbrile e frenetica ossessione. Raramente la sua performance risulta sbilanciata o sopra le righe, e quando rischia di farlo è più a causa di alcuni elementi di perplessità in fase di sceneggiatura che non per una sua eventuale colpa interpretativa. Così facendo l’attrice protagonista si guadagna scena dopo scena la centralità che già la sceneggiatura le prometteva, dimostrandosi capace e raramente eccessiva o fuori luogo.
D’altro canto, prima ancora che essere la pellicola che ha per protagonista Riseborough, Here before è in tutto e per tutto il film di Stacey Gregg, sia sceneggiatrice che regista. Lo sforzo di Gregg è certamente apprezzabile, e se la fase autoriale appare più acerba quella registica è certamente promettente. Anche in questo caso, come per l’interpretazione della sua protagonista, il lavoro di Gregg alla macchina da presa si delinea oscillando tra due poli opposti, senza però mai risultare dissonante. Da un lato il pubblico ritrova infatti (per la maggior parte del minutaggio) una regia canonica, pulita e attenta, rispettosa della tradizione ma comunque convincente in quanto mai piatta né propriamente noiosa. Dall’altra parte però, in alcune sequenze Gregg si concede di aprirsi ad una modalità registica fresca e personale, rivelatrice di una giocosa volontà di azzardare con i tagli delle inquadrature prima ancora che con eventuali movimenti di macchina.

Al di là di questi aspetti, valorizzanti nei confronti della pellicola nella sua interezza e promettenti nella prospettiva della personalità registica, guardando Here before spiace affermare che non resta molto altro. La scrittura non risente di particolari lacune o incongruenze che disturbino lo spettatore in senso assoluto, ma è indubbio che porti al profilarsi di una trama ampiamente già vista, implicante derive narrative francamente prevedibili, che non brillano certo per originalità. Altrettanto prevedibili risultano, purtroppo, i ribaltamenti e i colpi di scena “dell’ultimo minuto” (quelli che invece, se efficaci, spesso determinano la riuscita del film nella sua totalità, quando ci si muove nell’ambito del genere thriller).
In un appiattimento narrativo di questa portata, decisivo è il ruolo della colonna sonora curata da Adam Janota Bzowski. Il commento musicale in effetti aiuta ampiamente Here before, conferisce ritmo e rimandi e, ancor più importante, definisce in modo impeccabile l’atmosfera (paradossalmente, ancor meglio di quanto siano in grado di fare le immagini stesse). In un primo momento infatti la colonna sonora è forse uno dei pochi elementi, se non probabilmente l’unico, che permette di ricondurre il film alla sua natura di thriller psicologico. In un secondo tempo, invece, quando si afferma lo stampo thriller anche nella narrazione, al sonoro è concesso più spazio per poter giocare con i significati, andando a costituire un contrappunto peculiare e interessante rispetto al visivo.

In definitiva, Here before non è certo un film da dimenticare, né risente di gravi errori in nessuna delle fasi che hanno portato alla sua realizzazione. Tuttavia, non è certo una pellicola rivoluzionaria né particolarmente originale (e, intelligentemente, non si pone al suo pubblico con l’ambizione di essere nessuna di queste cose). Risulta comunque un lungometraggio gradevole, scorrevole, e in questo senso adempie allo scopo di intrattenimento intrinsecamente connesso alla natura cinematografica. Ma al di là di quello resta ben poco per lo spettatore, se non l’ennesima conferma del fatto che la desaturazione dell’immagine e l’aumento vertiginoso dei contrasti nella fotografia non sono elementi sufficienti a definire un thriller efficace.
