Ci sono registi, seppur pochi, che hanno impresso il loro nome sulle pagine del grande libro del cinema anche con la loro assenza. È in questa categoria che rientra il grande regista spagnolo Victor Erice, tornato alla regia nel 2023 con Cerrar los ojos, passato per il Festival di Cannes. Erice non dirigeva un lungometraggio dal 1992, Il sole della mela cotogna – un documentario – l’ultimo film di finzione risale addirittura al 1982, El Sur.
È un privilegio riservato a pochi quello di sparire per un lasso di tempo considerevole e farsi ricordare. Probabilmente è anche la colpa di non sottostare ferreamente a delle regole di produzione che non soddisfano, c’è chi si rifiuta. Accanto a Erice in questa speciale categoria trovano posto Terrence Malick e Claudio Caligari. Il regista di The Tree of Life è stato lontano dalla regia per vent’anni (1978- 1998: Days of Heaven e La sottile linea rossa). Per Caligari, invece, sono passati “solo” 15 anni tra Amore Tossico e L’odore della notte e poi altri 17 per Non essere cattivo.

Cerrar los ojos – trama e cast
Julio Arenas (José Coronado) è un famoso attore che all’inizio degli anni ’90 scompare durante le riprese di un film. L’uomo viene dato per morto in mare, anche se il corpo non è mai stato ritrovato. Dopo oltre trent’anni, una trasmissione televisiva che si occupa di celebrità del passato, riapre il suo caso. Per parlare di lui, viene invitato per un’intervista il regista di quel film e grande amico di Julio, Miguel Garay (Manolo Solo). Per quest’ultimo l’intervista si trasforma in una scintilla per rimettersi sulle tracce dell’amico scomparso. Miguel coinvolge nella sua ricerca anche la figlia di Julio, Ana (Ana Torrent).
Le ricerche condurranno Miguel fino a un convento, dove incontra un uomo, che si fa chiamare Gardel, che è convinto essere il suo amico Julio. Le suore gli rivelano di aver trovato l’uomo qualche tempo prima in stato confusionale e privo di memoria. Miguel tenta in diversi modi di far ritornare la memoria a quello che crede essere il suo amico. L’esperienza diventa anche per lui un salto nel passato.

Cerrar los ojos – la recensione
È un viaggio tra identità e memoria quello di Cerrar los ojos. Erice è uno di quei registi che si può permettere di affrontare temi così immensi nel corso di un film, senza scadere nella banalità della ripetizione. Ma dove finiscono per toccarsi questi temi? Tra l’identità perduta di Julio si fa spazio la volontà di memoria di Miguel. Allo stesso tempo, nell’identità offerta da Miguel si fa strada la memoria offuscata di Julio. Erice non chiarisce se davvero Gardel è Julio, o meglio: se l’uomo ricorda di essere Julio Arenas o se ha voluto rinunciare all’identità rinunciando alla memoria. È tutto affidato all’equilibrio sottile del riconoscimento reciproco tra i suoi interpreti che si tiene il film. Su Julio Arenas si fanno ipotesi, su come potrebbe essere morto e su come potrebbe essere sopravvissuto.
Cerrar los ojos si rivela nella sua dimensione più pura nelle sequenze finali: una riflessione sul cinema. Il regista ha voluto riprendere da dove aveva lasciato più di trent’anni fa, celebrando l’arte cinematografica. Per chiunque avrà modo di vedere il film, sarà lì, nel buio di una sala che si disvelerà il mistero della trama e anche di più. La scelta narrativa di far finire la sua opera così, sul protagonista a occhi chiusi, è una dichiarazione poetica del regista. Una storia che si sviluppa tra racconti, citazioni cinematografiche e film iniziati e mai finiti, la quota di autobiografia che un grande regista può permettersi di inserire. Tra memoria e identità allora si infiltra il dubbio e il cinema diventa un vettore. È in questo modo che ogni cosa prende il proprio posto, la propria forma.

Victor Erice
Victor Erice vive il cinema come esperienza totalizzante, non è una deduzione, sono le sue parole. Tutto l’esperibile dall’essere umano, secondo il regista spagnolo, passa – o può passare – attraverso l’occhio del cinema. Erice inizia a fare cinema quando in Spagna è ancora in piedi, sono gli ultimi rantoli del Franchismo, nel 1973 quando arriva nelle sale Lo spirito dell’alveare. Il film, ambientato negli anni ’40, è la rappresentazione del legame tra una dimensione terrena, materiale e una invece celata nel sottosuolo, irreale, fantascientifica. Non è un caso che Guillermo del Toro lo abbia preso a modello per Il labirinto del fauno. Lo spirito dell’alveare è l’inizio di una nuova forma del cinema spagnolo, quasi senza eguali, se si esclude Carlos Saura. Sono quindi Erice e quest’ultimo ad aver tracciato la strada a tutto quello che è venuto dopo nel movimento cinematografico iberico.
Non è un caso che anche in seguito il cinema spagnolo abbia ambientato nel periodo del regime di Francisco Franco storie non solo politiche. È il caso di Madres Paralelas di Almodovar che al tema personale delle protagoniste aggiunge quello politico delle fosse comuni. È ancora il tema dell’identità e della memoria che torna, come in Cerrar los ojos, sebbene nel film di Erice non vi siano riferimenti politici. In breve, il cineasta è riuscito a imporsi non solo presso un pubblico, forse di nicchia, ma anche nei confronti di quello che è stato il cinema dopo il suo debutto.

