The Smashing Machine (2025) è un film biografico scritto, diretto, montato e co-prodotto da Benny Safdie, autore noto per il suo stile intimista e viscerale già visto nell’intrigante Diamanti grezzi del 2019 con come protagonista un assolutamente inedito Adam Sandler. Con al centro Dwayne Johnson nel ruolo del leggendario lottatore di MMA Mark Kerr e Emily Blunt in quello della sua compagna Dawn Staples, il film è stato presentato in anteprima mondiale il 1° settembre 2025 nella sezione concorso della 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e verrà distribuito da A24 negli Stati Uniti nel mese di ottobre, mentre l’uscita prevista nelle sale italiane è il 19 novembre 2025, previa distribuzione da parte di I Wonder Pictures.
The Smashing Machine – Trama
The Smashing Machine segue l’ascesa e la caduta di Mark Kerr durante gli anni d’oro delle MMA. Il film racconta il percorso agonistico del campione di arti marziali miste, con quest’ultimo impegnato a cercare, tra tornei logoranti, infortuni e una crescente dipendenza dagli antidolorifici, di mantenere un delicato equilibrio personale con la sua compagna — ed in seguito moglie – Dawn, sospinta tra affetto e fragilità condivisa.

Nella vita reale, Mark Kerr (nato a Toledo, Ohio, nel 1968) si distinse come wrestler universitario di alto livello, vincendo il titolo NCAA nel 1992 e entrando nel circuito MMA cinque anni dopo, conquistando ben due volte il torneo UFC dei pesi massimi e diventando campione del World Vale Tudo Championship in Brasile. Il suo stile di combattimento potente e implacabile gli valse il soprannome di “The Smashing Machine” ma , nonostante i successi, Kerr affrontò una lunga battaglia con droghe, steroidi e antidolorifici, culminata in una prima overdose nel 1999. Nel nuovo millennio, il cambiamento nelle regole delle MMA, affiancato da infortuni e problemi personali, lo spinsero verso il ritiro definitivo nel 2009. Dopo il divorzio nel 2015 e una vita lontana dai riflettori Kerr, sobrio dal 2014, conduce oggi un’esistenza tranquilla come rivenditore farmaceutico.
The Smashing Machine – Recensione
The Smashing Machine scorre con buon ritmo: le oltre due ore di durata passano senza particolari pesantezze, sostenute soprattutto dalla prova di Dwayne Johnson, che sorprende per la sua capacità di restituire umanità, fragilità e complessità al personaggio di Mark Kerr. Da sempre associato a ruoli muscolarmente all’insegna della virilità – oltre che a larghi tratti spettacolarizzata – qui l’attore mette quella stessa fisicità al servizio di una vulnerabilità inedita regalando una prova a dir poco memorabile su grande schermo. La sua presenza scenica non è mai puro sfoggio di potenza, ma diventa il riflesso di un conflitto interiore: un uomo che sul ring appare invincibile, ma che fuori da esso si sgretola sotto il peso delle dipendenze e delle insicurezze.
Più in ombra la Blunt, non tanto per mancanza d’intensità interpretativa – anzi, il suo lavoro è assolutamente convincente – quanto per la scrittura del suo personaggio, a tratti intrappolato in dinamiche di coppia troppo reiterate e in momenti di isteria che rischiano di sembrare gratuiti. Se da un lato questo rende il ritratto realistico, in quanto è facile riconoscere in Dawn tratti di persone fragili e dipendenti sul piani emotivo, dall’altro appesantisce il flusso narrativo, pur senza mai renderlo davvero gravoso. Safdie si conferma fuori dal ring molto abile nel costruire relazioni interpersonali credibili e all’interno di esso intelligente nel non piegarsi mai veramente a una comoda e ridondante retorica della vittoria: il film non celebra, ma racconta con onestà la parabola di Kerr, sorprendendo chi non conosce il mondo delle MMA e nello specifico la storia dell’atleta.

Un film non esente da criticità
A livello visivo, la scelta più spiazzante arriva nel finale, quando gli ultimi minuti si staccano dalla messa in scena per mostrare direttamente un filmato di Mark Kerr ritratto nella vita reale di tutti i giorni. Una decisione che spezza l’atmosfera costruita fino a quel momento: interessante per la sua carica di autenticità, ma discutibile nella resa effettiva, in quanto avrebbe forse funzionato meglio nella forma essenziale di uno schermo nero con cartelli testuali, tecnica sicuramente non più novizia sul mercato da tempo ma ancora oggi erta a puro evergreen. Il tutto, seppur non rappresenti un difetto inteso nel suo vero senso della parola, si traduce in una rottura che divide, e che a tratti ricorda i minuti finali del The Brutalist di Brady Corbet.
Sul piano strettamente cinematografico, il film paga un limite evidente: quello dell’originalità. La storia, pur raccontata con cura, non offre spunti particolarmente inediti rispetto ad altri titoli del genere. Se. come già esplicitato, ad emergere con forza resta soprattutto l’interpretazione di Dwayne Johnson, capace di dare spessore e complessità al suo personaggio, è importante sottolineare come il resto si muovi entro binari già conosciuti. Anche sul fronte sportivo, qualche perplessità rimane: i combattimenti sono meno numerosi e meno centrali di quanto ci si potrebbe aspettare, e l’equilibrio tra dimensione psicologica e dimensione agonistica, mantenuto bene per gran parte della durata, a un certo punto si incrina, con Safdie complice nel non riuscire più a integrare con la stessa efficacia i due livelli narrativi, portando il film a privilegiare il dramma interiore a scapito dello spettacolo sportivo nudo e crudo.

Un genere in ampia espansione
The Smashing Machine si inserisce in una tradizione ormai consolidata di biopic sportivi che hanno saputo unire brillantemente il racconto della competizione con l’indagine interiore dei protagonisti. Vengono alla mente titoli come The Fighter di David O. Russell o il Warrior di Gavin O’Connor, film che hanno trasformato lo sport in un prisma attraverso cui leggere fragilità, conflitti familiari e redenzioni personali. L’opera di Benny Safdie si colloca su questa stessa linea, ma con una radicalità diversa: non cerca la catarsi né il riscatto, preferendo raccontare la discesa e la complessità di un uomo prigioniero all’interno del proprio corpo e delle proprie dipendenze.
Un approccio che risponde a una tendenza sempre più forte: il pubblico contemporaneo è affamato non solo di spettacolo, ma anche di conoscenza e verità. Da qui il successo crescente dei biopic, oggi più che mai al centro dell’attenzione, grazie al loro essere capaci di soddisfare assieme sia il bisogno di emozione che quello di comprendere meglio le vite straordinarie dietro le icone.
In conclusione
In definitiva, The Smashing Machine è un film che riesce a unire intensità narrativa e profondità umana, restituendo il ritratto di un campione fragile, spezzato tra gloria e autodistruzione. Safdie firma un’opera che non cerca di piacere a tutti i costi, ma che scava con sincerità nel rapporto tra corpo e anima, vittoria e caduta. Non è un biopic tradizionale né un film sportivo convenzionale: è piuttosto una riflessione universale sulla vulnerabilità, raccontata attraverso la fisicità di un gigante e lo sguardo di chi prova a restituirgli dignità. Uscendo dalla sala, resta l’impressione di aver visto non tanto la parabola di un atleta, quanto il racconto di un uomo che potrebbe essere chiunque di noi. E forse, è proprio in questa umanità che risiede la forza più grande del film.
