Stardust Memories è un film del 1980 scritto, diretto ed interpretato da Woody Allen. Nominato ai Writers Guild of America Award come Miglior Commedia Scritta per lo Schermo, non fu accolto calorosamente dalla critica al momento della sua uscita e non è tra le opere più celebrate della filmografia di Allen.
La pellicola è stata una delle più divisive della cinematografia di Allen, spaccando in due l’opinione critica e pubblica, in quanto opera criptica e non facilmente accessibile. Tuttavia, il film è stato in parte rivalutato nel tempo, e oggi il giudizio critico tende a essere più positivo che negativo. Stardust Memories è il decimo di film di Allen, venuto dopo i successi di Manhattan e Io e Annie.

Stardust Memories – Trama
Sandy Bates (Woody Allen) è un regista di fama mondiale, che si trova nel mezzo di una profonda crisi artistica ed esistenziale. Invitato a partecipare ad un festival cinematografico in suo onore allo Stardust Hotel, Sandy si confronta con una moltitudine di fan, giornalisti, appassionati, critici e produttori. Sandy si sente sempre più soffocato, sentendosi frainteso e schiacciato dal peso della sua stessa immagine pubblica.
Nel corso del weekend, il film si muove fluidamente tra presente, flashback e sequenze oniriche, portando lo spettatore dentro la mente tormentata del protagonista. Sandy ripercorre le sue relazioni sentimentali passate, in particolare quella più intensa e distruttiva con Dorrie (Charlotte Rampling). I ricordi della loro passione si alternano a momenti con altre due figure femminili: Isobel (Marie-Christine Barrault), e Daisy (Jessica Harper).

Nel frattempo, i produttori cercano di convincerlo a cambiare il finale del suo ultimo film, ritenuto troppo cupo e deprimente. Sandy rifiuta, convinto che il ruolo dell’artista non sia quello di fornire risposte rassicuranti, ma di esprimere la propria visione sincera — anche se dolorosa. Col passare del tempo, il confine tra la realtà, i ricordi e la finzione si fa sempre più sottile. Alcune scene sembrano rivelare di essere parte del film che Sandy sta (forse) girando. I personaggi iniziano a comportarsi come se sapessero di essere in un film, e lo spettatore è portato a chiedersi cosa stia davvero accadendo e cosa sia solo una proiezione mentale, un ricordo distorto o un artificio cinematografico.
Il film si chiude con una sequenza metacinematografica, in cui viene suggerito che tutto ciò che abbiamo visto potrebbe essere un’opera di finzione diretta dallo stesso Sandy. Il finale, volutamente ambiguo, non fornisce risposte definitive e lascia un senso di malinconia e consapevolezza.
Stardust Memories – Recensione
È chiaro fin dai primi minuti che Stardust Memories è stato concepito da Allen come il proprio 8 1/2. Già dalle prime inquadrature possiamo trarre tre elementi esplicitamente dichiarativi per quanto riguarda le sue ispirazione per il film: un Allen claustrofobico sul treno (che ricorda Mastroianni bloccato in auto all’inizio di 8 1/2), il ticchettio dell’orologio (che richiama i primi momenti de Il posto delle fragole) e il bianco e nero tagliente. Le ispirazioni bergmaniane e felleniane permeano tutta la pellicola, rendendola a tratti più un’ode ai due grandi maestri che un’opera personale.

La pellicola ruota attorno a due filoni principali: il primo è quello del seminario cinematografico che Sandy è tenuto ad attendere, in cui il regista ci mostra uno spiraglio della vita di una persona famosa e il secondo ruota intorno ad un tema centrale nella poetica Alleniana, ovvero le sue relazioni con le donne.
Nella parte del seminario allo Stardust Hotel, il regista intende mostrarci il volto negativo della fama. Orde di critici, fan, amanti del cinema e produttori lo assalgono costantemente e Allen ce li sbatte tutti in faccia con primi piani grandangolari che ci fanno sentire l’assiffissia che il regista prova nel barcamenarsi tra loro.

Il peso delle continue invasioni di privacy, le continue sollecitazioni nei momenti meno opportuni, ma soprattutto i commenti sottovoce sulle opere del regista, appaiono come una continua lamentela senza però mai toccare a fondo il tema. Se nel film di Fellini i personaggi che ruotavano intorno a Guido erano tutti, nel bene e nel male, uno stimolo emotivo ed intelletuale per il protagonista, qui sono solo un fastidio, un ronzio di sottofondo, che il Sandy è stanco di ascoltare.
Sandy e i peronsaggi femminili
Osservando l’altro lato del film, che si concentra sulle turbolente relazioni con le donne, tipiche della filmografia di Allen, troviamo nuovamente un personaggio che espirme solo disperazione, scoraggiamento ed impotenza. Per quanto sia normale nei film di Allen ritrovarsi davanti ad un pessimismo cosmico dei personaggi, generalemente l’ironia e la sagacia che permeano i suoi film sono indicativi di una certa speranza, che in Stardust Memories si fa fatica a trovare. I personaggi femminili rappresentati in Stardust Memories, se paragonati agli splendidi personaggi in Io e Annie e Manhattan, emergono come enigmi stereotipati in cui Allen non sembra essersi immerso del tutto, indebolendo di conseguenza tutto ciò che il film ci vuole comunicare a riguardo.

Stardust Memories – Cast
Il cast di Stardust Memories è guidato da Woody Allen, che interpreta il protagonista Sandy Bates, alter ego dichiarato del regista stesso. Accanto a lui spicca una magnetica Charlotte Rampling nel ruolo di Dorrie, la donna più intensa e tormentata della sua vita, capace di incarnare con uno sguardo tutta la fragilità e l’ambiguità del ricordo amoroso. Completano il triangolo femminile Jessica Harper (Daisy) e Marie-Christine Barrault (Isobel), ognuna rappresentante di un diverso modo d’amare e di fallire la comunicazione.
Nel cast compaiono anche numerosi personaggi secondari – critici, fan, studiosi, freaks – che ruotano attorno al protagonista come un coro grottesco e satirico, interpretati da un mix di attori teatrali, volti noti e collaboratori abituali di Allen, tutti al servizio di una narrazione frammentata, a tratti onirica, sempre filtrata dalla soggettività esasperata di Sandy.

Conclusione
Stardust Memories è un’opera riuscita a metà. Le intenzioni di Allen sono chiarissime rispetto a ciò che cuole comunicare, ma il risultato finale lo è decisamenete meno. Oltre ad essere esageratamente citazionista in alcuni momenti, sembra perdere quella freschezza di visione verso il mondo circostante che Allen non ha mai mancato di far sentire nei suoi film.
A favore della pellicola va la sincerità disillusa del regista che è sicuramente lodevole ma che, allo stesso tempo, porta a galla il suo narcisismo disperato – criticato già in precedenza da voci autorevoli quale Orson Wells – rendendo il film estremamente affascinante, ma anche molto respingente.
