Recensioni FilmLa leggenda del Santo Bevitore: l’espiazione di un uomo buono

La leggenda del Santo Bevitore: l’espiazione di un uomo buono

La leggenda del Santo Bevitore (1988) è il film d’eccellenza di Ermanno Olmi. La pellicola, di genere drammatico, è l’adattamento cinematografico del racconto breve di Joseph Roth, scrittore e giornalista austriaco nato alla periferia dell’impero austro-ungarico, l’odierna Ucraina.

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Il film, vincitore di numerosi premi tra cui il Leone d’oro, alla 45ͣ Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, David di Donatello, Nastro d’argento e Ciak d’oro, ha innalzato la carriera di Olmi.

La leggenda del Santo Bevitore del noto regista italiano si posiziona tra i classici imperdibili, grazie alla delicata malinconia della narrazione e del garbo con cui viene trattata la condizione umana degli ultimi, di chi vive in bilico ai margini, dell’inspiegabile destino, cieco e imprevedibile, e della redenzione.

La leggenda del Santo Bevitore

La leggenda del Santo Bevitore – Trama

Andreas Kartak (Rutger HauerBlade Runner), un senzatetto che vive sotto i ponti di Parigi, riceve inaspettatamente del denaro da uno sconosciuto, un distinto signore (Anthony Quayle), con la promessa di restituirlo alla piccola santa Teresa nella cappella vicina, una volta che avrà trovato un lavoro.

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Andreas, tormentato dall’alcolismo e da un passato misterioso, tenta di onorare il suo debito, ma una serie di incontri bizzarri e imprevisti lo conducono in un vortice di spese, bevute e fugaci momenti di ritrovata dignità e spensierata felicità.

Ogni volta che sembra sul punto di restituire il denaro, un nuovo evento lo allontana dal suo obiettivo, in un susseguirsi di coincidenze. Il suo peregrinare incerto, sospeso tra la speranza di redenzione, l’ineluttabilità della sua condizione, realtà e allucinazioni, lo conduce a rispettare la promessa fatta, in un finale dolcemente struggente.

La leggenda del Santo Bevitore

La leggenda del Santo Bevitore – Recensione

La storia di Andreas è quella di un clochard gentile, galante e gaudente. La creatura nata dalla penna di Joseph Roth ha molto a che vedere con il suo vissuto e per moti aspetti risulta un racconto quasi autobiografico. Olmi, grazie anche alla sempre straordinaria interpretazione di Hauer, ha dato quel tocco delicatamente poetico e raffinato, tipico di uno stile presente anche nel film Il segreto del bosco vecchio, tratto dal racconto fantastico di Dino Buzzati.

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Le musiche di Stravinskij scandiscono il ritmo di una fotografia magnificamente studiata, attenta al dettaglio e di un susseguirsi di sequenze visive e narrative perfettamente incastrate. Il flashback è costruito nel flashback, ma non confonde. Alimenta l’attenzione. Viene mostrata la scena dell’arresto, ma solo dopo capiamo il perché e all’abbraccio presente dell’amico ritrovato Woitech (Dominique PinonIl favoloso mondo di Amélie) corrisponde e si vede quello avvenuto nel passato, quando erano minatori.

La leggenda del Santo Bevitore

La profondità del bevitore

Solo un bevitore vive perdutamente il fondo del suo bicchiere. Il protagonista delinea la perfetta fisionomia dell’eroe maledetto, ma buono, e imperfetto. Parte dal più grande dei delitti, l’omicidio, e dalla vergogna della propria condizione di caduta/fallimento.

Quando riceve, per la prima volta, i soldi dal benefattore sconosciuto, entra in un bar/bistrot elegante, ma, appena vede il suo riflesso barbuto e trasandato nello specchio del locale, scappa per radersi e poi torna nel luogo. L’imbarazzo iniziale del suo status prende il sopravvento, ma via via cede il passo ad una fiera modestia.

Quando ritrova la donna amata per la quale ha ucciso, non teme di rivelare la sua condizione e quando il vecchio amico, diventato un ricco pugile, gli chiede l’indirizzo per donargli un abito nuovo, risponde senza esitazione: “Oh, non è possibile! Io dormo sotto i giornali!”.

L’integrità morale del personaggio diventa sempre più intensa e significativa man mano che procede verso la fine del suo percorso di redenzione. L’orologio donatogli dai genitori prima della sua partenza, la scatola dei ricordi/averi che porta sempre con sé e che talvolta apre, il suo ripetere costantemente “oggi è giovedì, è il giorno del mio compleanno”, sono tutti elementi che lo tengono ancorato all’essenza della sua identità, delle sue radici e della sua rettitudine.

Dopo aver incontrato nuovamente il benefattore e questi gli chiede di quanti soldi ha bisogno, risponde timidamente: “duecento franchi”. Nulla di più, solo la cifra necessaria per mantenere la promessa fatta. Siamo di fronte ad una vivida profondità.

La leggenda del Santo Bevitore

La tenerezza sensibile degli ultimi

Può accadere che un uomo escluso, un derelitto dedito all’alcool, scopra la tenerezza, che un cuore inaridito dalla vita di strada, riconosca il bene da ciò che non lo è. L’onore di un emarginato non risiede nel lusso di una dimora fissa né nel profumo di abiti puliti. La bellezza di Andreas è nel suo timido orgoglio, nella spassionata generosità e nel radicato senso di gratitudine.

Nelle opportunità e occasioni lavorative e nel denaro che riceve senza chiedere, sente l’incessante bisogno di sdebitarsi o di rendere il favore. Offre il pranzo alla vecchia amata e si fa derubare, ingenuamente, dalla ballerina del casinò. Quando Woitech, anche lui senzatetto, gli chiede i duecento franchi da dare alla piccola Teresa, in maniera disonesta e dentro la chiesa, Andreas non ci pensa due volte e li dona all’amico.

L’ennesima dimostrazione di un’immensa tenerezza viene mostrata dalla scena di lui che giocherella con il cappello di un compagno clochard che gli rade la barba e dall’allucinazione sui genitori. In una tavola calda parigina, stanco e distrutto dalla sua condizione, cerca riparo dal vento e dalla pioggia incessante. Due signori anziani entrano per bere qualcosa.

Si siedono l’uno accanto all’altro. Lui rivede i genitori e la mano del padre che accarezza dolcemente quella della madre. Si commuove e mostra l’orologio come a dire “è ancora qui con me, siete ancora qui con me, non l’ho mai venduto”. È un momento di una bellezza disarmante che racchiude onore, amore, origini, nostalgia e dolore (e l’infelice situazione dell’emigrante ripudiato sempre ai margini).

Incontra il suo San Francesco due volte, e lui, dapprima figliol prodigo che pecca e sbaglia di continuo, poi, come un Santo che porta a termine la sua missione, viene premiato con una dolcissima morte.

La leggenda del Santo Bevitore

Conclusioni

La bambina che aveva sognato mentre dormiva sotto i ponti della Senna appare di nuovo, nella taverna di fronte la chiesa. Andreas, fisicamente consumato ed emotivamente provato, le si avvicina commosso e grato. Credendo che si tratti della Santa in persona, giunta per redimerlo, le porge i duecento franchi che lei rifiuta amorevolmente. Il Santo Bevitore si accascia su sé stesso e viene portato in chiesa, sopra una sedia di velluto rosso.

Un fascio di luce entra dalla porta della sagrestia e la piccola Therese lo guarda in lontananza. Lui stringe in mano i duecento franchi e li alza lievemente per mostrare alla bambina di aver mantenuto la promessa fatta.
“Conceda Dio a tutti noi, a noi bevitori, una morte così lieve e bella”.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Un classico imperdibile, delicato e malinconico, che tratta la condizione umana degli ultimi, di chi vive in bilico ai margini, dell’inspiegabile destino, cieco e imprevedibile, e della redenzione.
Carlotta Casale
Carlotta Casale
Viaggiatrice da zaino in spalla e macchinetta fotografica al collo, divoratrice di libri, appassionata di teatro e musica, disegnatrice improvvisata e soprattutto amante di cinema, dove ogni passione converge in armonia. Rotocalchi, Documentari, Animazioni e molto altro sono un nutrimento quotidiano. Vivo la Settima Arte come Necessità, una scelta di vita che va oltre il semplice interesse!

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