Fremont (2023) è il nome di una cittadina urbana della California nota per essere culla della più importante comunità afghana degli Stati Uniti, e non a caso anche conosciuta con il nome di Little Kabul. Per questo è anche il titolo di un film ambientato proprio in quella cornice spaziale, che circoscrive in sé gli eventi della trama. Con questo lungometraggio, il regista iraniano-inglese Babak Jalali giunge al suo quarto progetto per il grande schermo (dopo Frontier blues, Radio Dreams e Land).
Oltre che alla macchina da presa, il regista si è dedicato alla realizzazione della sceneggiatura, alla quale ha collaborato con la sceneggiatrice italiana Carolina Cavalli. La pellicola è stata presentata nel 2023 in occasione del Sundance Film Festival. Nel 2024, è stata protagonista di una distribuzione purtroppo complessivamente limitata in poche sale italiane. Attualmente, è reperibile in esclusiva su RaiPlay.

Fremont – Trama
Donya (Anaita Wali Zada) è una giovane afghana dai trascorsi complessi, residente nel presente della narrazione a Fremont. Taciturna e seriosa, proviene da un’educazione universitaria che le ha permesso in patria di diventare traduttrice e di lavorare quindi come interprete per l’esercito americano. Con l’accesso al potere della componente talebana, la giovane si è allontanata dal proprio Paese per giungere negli Stati Uniti. Lì si ritrova a lavorare come manovalanza in una piccola fabbrica di biscotti della fortuna.
Durante i turni, condivide parole e riflessioni con la collega e amica Joanna (Hilda Schmelling), che le parla dell’urgenza di stabilizzarsi in una relazione. La sera, invece, si confida coi vicini e con il gestore del suo ristorante di quartiere di fiducia. Con lui condivide (più o meno attivamente) la visione di una telenovela punteggiata dalle loro riflessioni esistenziali. Di notte resta sola a fronteggiare la sua insonnia.
Proprio nel periodo in cui decide di muoversi per sradicarla, sul lavoro viene assegnata alla fase di scrittura dei biglietti da inserire nei biscotti. Nel tentativo di riprendere un sonno regolare, si decide a consultare uno psicoanalista che le possa prescrivere dei sonniferi. Entra dunque in contatto per vie inconsuete con il dottor Anthony (Gregg Turkington), psicoanalista riflessivo e sensibile con un’ossessione per Zanna Bianca.
Lui però, lungi dal lasciarla semplicemente andar via con i sonniferi alla mano, la porta a compiere un percorso volto a scoprire le cause della sua condizione di privazione del sonno. Donya riflette così sui trascorsi in terra natia, sul senso di colpa e sulla frammentazione del sé e dei suoi legami. Nel mentre, su consiglio di Joanna, parte per un lontano rendez-vous con un’auspicabile anima gemella, ma la strada la porterà all’incontro casuale con un meccanico dagli occhi spenti, Daniel (Jeremy Allen White).

Fremont – Recensione
Su tutte, una è la scelta stilistica che connota Fremont in modo preponderante e imprescindibile: l’uso del bianco e nero. Questa scelta, sul piano della fotografia, risuona sia sul campo visivo che in quello del significato. La pacatezza del black & white, infatti, si fa anticamera di quella riflessa del personaggio protagonista. E, insieme, è portatrice di un certo grado di solennità insita nel più comune e insieme sorprendente quotidiano di una giovane Eroina – in questo senso, il riverbero tonale rievoca il percorso di lungometraggi gemelli come il Roma di Alfonso Cuarón datato 2018. La cornice che tramite questa scelta fotografica si instaura, così neutra e avvolgente, permette all’occhio dello spettatore di soffermarsi sulle sfumature più sfuggenti, sia in accezione visiva che in termini emotivi del personaggio.
La protagonista di Fremont, quando la conosciamo, ci sembra in effetti assolutamente comune (se non banale). Ma un successivo grado di approfondimento, con lo svilupparsi della trama, rivela una personalità stratificata e sorprendente, in cerca di connessioni genuine, profonde. Donya è un’eroina inaspettata, che con pacatezza e fare silente affronta in parallelo un potente percorso di riscoperta del proprio stato psicologico attuale e di rilettura dei suoi trascorsi.
Il prodotto che ne scaturisce, dietro ad una patina da film indipendente, finisce così con l’indagare le angosce profonde della sua protagonista. Quelle stesse angosce che le tolgono il sonno e le riempiono i pensieri, tanto consciamente quanto inconsapevolmente. Esaminandole, Donya scava nel concetto di retaggio culturale, esplora il segno che ha lasciato lei nella sua famiglia e quello che ha lasciato la sua famiglia in lei, ma anche la traccia che ancora porta in sé della sua terra afghana.

Giocare col sogno americano
Attraverso il suo personaggio principale, il film di Babak Jalali gioca dunque col topos dell’American dream, cogliendolo nelle sue espressioni insieme più avvincenti e avvilenti. La studiosa protagonista ha raggiunto uno status elevato nel suo ambiente di partenza, ma il posto che occupa nel “nuovo mondo” che abita è comunque quello di mero braccio meccanico di una sconclusionata azienda.
Per contro, è l’unica del suo gruppo di interpreti afghani ad essere sopravvissuta tanto a lungo da giungere negli USA, coronando il suo sogno di rinascita e potendo esplorare la possibilità di ricostruire il nuovo sé in uno scenario nuovo e propositivo. La riuscita di questo ritratto sfaccettato è data – oltre che dall’aderenza tra il vissuto del personaggio e quello della sua interprete – da elementi tecnici come la fotografia e la regia, che conferiscono a Fremont una forte carica di autenticità.
L’insistenza dei primi piani sulla protagonista traducono un’intensa commistione fra clima malinconico, di ambiente e personaggi, e spinta propositiva degli eventi. Queste inquadrature ravvicinate su Donya trovano un corrispettivo, affiorante solo in conclusione, nella vicinanza allo sguardo di Daniel, solo ma non solitario nell’indole.
Altrettanto peculiare la qualità della scrittura dei dialoghi, talmente densa da sfiorare il surreale, in un andamento insieme profondo e inaspettato, colorato nelle sue imprevedibili sfumature. Questi elementi contribuiscono a rendere Fremont un prodotto non sempre scorrevole ma costantemente intrigante, delineando un film che fa della sobrietà la sua cifra e insieme lo strumento ideale con cui affrontare pacatamente la complessità di un character study intenso e bilanciato.

