My name is Loh Kiwan è il k-drama a tinte romance diretto da Kim Hee-jin e tratto da un romanzo di Cho Hae-jin. La pellicola è disponibile da marzo su Netflix, e porterà lo spettatore nel viaggio irto di pericoli dei due protagonisti, così lontani ma, allo stesso tempo, molto vicini.
La trama
Dopo la morte di sua madre Ok Hee (Kim Sung-ryung), il disertore nordcoreano in fuga Kiwan (Song Joong-ki) decide di abbandonare la Cina per realizzare l’ultimo desiderio della persona cara defunta: riuscire a ricominciare da capo altrove, onorare le proprie origini trovando la libertà tanto ambita.

Usando i risparmi di Ok Hee, Kiwan si dirige verso il Belgio con la speranza di chiedere asilo e diventare un rifugiato a tutti gli effetti; tuttavia, la macchina burocratica gli impone ben due mesi di attesa affinché possa raggiungere il proprio obiettivo, e comincia così il suo vagare incessante nella nazione che lo ospita, in attesa di un vero e proprio riconoscimento.
Senza un tetto sopra la testa e senza opportunità di potersi costruire un avvenire, Kiwan non sa proprio cosa fare, finché non incontra Marie, una ragazza di origini sudcoreane la cui via è ormai smarrita.
Il cast di My name is Loh Kiwan
Oltre a Song Joong-ki, Kim Sung-ryung e Choi Sung-eun (nei panni di Marie), troviamo Jo Han-chul (Yoon Seong), Seo Hyun-woo (Eun Cheol), Lee Sang-hee (Seon Joo) e Lee Il-hwa (Jeong Joo).
My name is Loh Kiwan, la recensione
My name is Loh Kiwan è un film in parte ambizioso, che cerca di districarsi tra tematiche politiche e trame intrise di romanticismo. Il compito riesce però solo a metà: ci si trova di fronte a una pellicola che vorrebbe dire molte cose in modi diversi, senza trovare però quell’unità necessaria a invogliare lo spettatore a una visione tutta d’un fiato.
Più di due ore di girato, non amministrate sapientemente, rischiano infatti di rendere la fruizione di My name is Loh Kiwan a tratti stucchevole. Il registro narrativo utilizzato infatti si presterebbe meglio ad una miniserie piuttosto che ad un unico film, ed è anche per questo che lo spettatore potrebbe decidere di guardare la pellicola in due (o più) occasioni.
La regia
Kim Hae-jin usa gran parte del suo lavoro per ritrarre al meglio i sentimenti dei personaggi protagonisti: un susseguirsi di primi piani per esaltare la potenza espressiva dei due attori, impegnati nel mettere in scena un dramma a tinte romance che vorrebbe dire qualcosa al pubblico.

Lo stesso vale per Kim Hae-jin, la cui regia cambia al passo con la narrazione, concentrandosi prima sugli eventi intorno a Kiwan, per passare poi a voler spingere l’acceleratore sui momenti più toccanti e sul rapporto di Kiwan con la fragile Marie.
Il fine di ogni inquadratura diventa, a conti fatti, il voler portare lo spettatore a sperare che per la lotta disperata inscenata da due ottimi protagonisti possa esserci una fine o, quantomeno, una tregua. Insomma, una regia al servizio della narrazione, senza fronzoli e, in parte, colpevole della mancata ricerca di un qualsiasi segno distintivo o firma.
Il coraggioso Kiwan
Le capacità recitative di Song Joong-ki saranno già state sondate da chi ha visionato le gesta del criminale Vincenzo Cassano nella serie TV Vincenzo. In My name is Loh Kiwan la musica è completamente diversa: da esponente della malavita organizzata si passa a un ragazzo che lotta per la propria sopravvivenza, tra un atto di coraggio e l’altro.
Kiwan è un personaggio che riesce ad essere, in qualche modo, vicino allo spettatore. Il suo dolore è ben evidente nel volto di Song Joong-ki, e risulterà facile riuscire a stabilire una sorta di empatia e a sperare che tutto si risolva per il meglio. In una realtà cinematografica scandita dall’alternarsi di una difficoltà con l’altra, Kiwan diventa il personaggio per cui tifare. Assorbito dalla complessa macchina dell’accoglienza per i rifugiati, il disertore lotterà con tutte le sue forze per riscattare il proprio nome.
Marie, un personaggio fuori contesto
Da acclamata atleta della squadra nazionale di tiro belga a ragazza affranta da mille difficoltà e traumi, contatti con il mondo dell’illegalità e delle dipendenze: questa è Marie, tanto diversa da Kiwan, ma che riesce a trovare con lui una connessione attraverso un dolore affatto dissimile.
L’attrice che la interpreta, Choi Sung-eun, ce la mette tutta per farsi apprezzare dal pubblico, ma i suoi sforzi non vengono tuttavia premiati da una caratterizzazione del suo personaggio troppo distante dalla maggior parte del pubblico. Marie è infatti una protagonista controversa che, con il suo atteggiamento di ostentata indifferenza e superficialità, si scontra prepotentemente con la controparte costituita da Kiwan.
In larga percentuale, il senso di stucchevolezza che si potrebbe avvertire viene proprio dalla scrittura del personaggio di Marie, complesso e pieno di potenzialità ma senza tuttavia le attenzioni e l’approfondimento che avrebbe meritato.
Una storia senza la scintilla
Una volta incontrati, Kiwan e Marie instaurano un rapporto sempre più forte e profondo, riuscendo a darsi forza e lasciare uno spiraglio di speranza nelle loro vite piene di difficoltà e criticità. Ma il tutto viene mostrato con la dovuta accortezza?

La risposta non è affermativa. Mentre i due innamorati vengono inizialmente mostrati come due realtà completamente differenti e senza possibilità d’incontrarsi a metà strada, il tutto non viene accompagnato da una narrazione seguente altrettanto composta, lasciando spazio ad una serie di eventi propinati al pubblico quasi come una forzatura.
Questo perché, se da un lato il cambio registico di cui sopra potrebbe essere apprezzato da alcuni, dall’altro sembra dimenticare totalmente quanto raccontato nella prima parte del film, puntando molto sull’attenzione che potrebbe suscitare il personaggio di Marie, non proprio un esempio di caratterizzazione. Anche e soprattutto questo porta il film a non raggiungere i risultati agognati, neanche di striscio.
In conclusione
Il film di Kim Hee-jin è pregno di propositi, senza purtroppo riuscire a centrarli tutti e nel modo migliore. My Name is Loh Kiwan è infatti una pellicola senza cifre stilistiche, che vuole approfondire più tematiche senza l’ambizione necessaria e i mezzi a disposizione per portare a casa il risultato.
Le interpretazioni sufficienti dei due attori protagonisti non bastano a celare una disattenzione nella scrittura (sempre di Kim Hee-jin), che non riesce a catturare il pubblico come preventivato. Per chi è in cerca di un prodotto intriso di romance e con una protagonista interessante da raccontare, meglio virare su Upgraded – Amore, arte e bugie o altre pellicole recenti scritte con accortezza.
