Ad oggi la regista e autrice neozelandese si erge a pilastro del panorama cinematografico mondiale. Con i suoi quarant’anni di filmografia, ha costruito il suo solido statuto artistico, diventando una garanzia per i cinefili di tutto il mondo. L’exploit di Lezioni di piano (1993) l’ha portata con slancio all’attenzione del pubblico internazionale. Poi, la fortuna del più recente Il potere del cane (2021) ha confermato la sua vena autoriale e le sue doti registiche. Ma come e quando sorge l’astro che porta il nome di Jane Campion? Dopo svariati cortometraggi, nel 1989 la regista si espone agli occhi di pubblico e critica con il suo primo lungometraggio, Sweetie. Il suo film d’esordio, dall’esile durata di appena 100 minuti, è un dramma privato concentrato su dinamiche familiari disfunzionali. Presentato a Cannes, il film è scritto dalla regista in collaborazione con Gerard Lee.

Sweetie: la trama
Kay (Karen Colston) è una giovane donna preda di difficoltà relazionali. Vive con i genitori, dai caratteri quantomeno bizzarri, e fatica a trovare un adeguato modo di porsi con la realtà che la circonda. La sua freddezza la porta a mettere in atto un sistematico distanziamento emotivo. Questo però finisce per chiuderla in una bolla quasi esclusivamente domestica. Una veggente enigmaticamente le predice una relazione con un uomo “che porta un punto di domanda”. Poco tempo dopo Kay fa la conoscenza di Louis. Un ricciolo scende sulla fronte del ragazzo, avvicinandosi ad un neo e creando una forma sorprendente: agli occhi di Kay, quello è il punto interrogativo che stava tanto agognando di vedere. Facendosi forte della sua interpretazione rispetto alle parole della veggente, la giovane avvia così una relazione con lui.
Le di lei problematicità emotive non tardano però ad emergere. La coppia fatica a comunicare e non riesce ad avere rapporti, rendendo il legame permeato di un freddo imbarazzo. A rendere il quadro ulteriormente complesso è il ritorno a casa di Dawn (Geneviève Lemon), soprannominata Sweetie, sorella di Kay. Quest’ultima è un fiume in piena: a sua volta vittima di turbolenze comportamentali, le manifesta in modo opposto rispetto a quello della sorella. Dawn è incontenibile, insieme infantile e iper-sessuale. Irrefrenabile, dispettosa e testarda, scoppia in comportamenti imprevedibili e anti-sociali. Il suo arrivo turba visibilmente la sorella, che fatica a comprenderla e interpretarla. Inevitabilmente, di conseguenza prende a regnare lo scompiglio anche nella sua vita di coppia e si sovvertono completamente le dinamiche familiari che si erano instaurate con la sua assenza.

Sweetie: la recensione
Appena il tempo di venir fuori, che l’astro della giovane Jane Campion con questo film viene presentato al Festival di Cannes 1989. Ma cosa ha reso l’esordiente degna di un palco tanto prestigioso quanto lo è quello di una delle rassegne più stimate al mondo? Per quanto in fase embrionale, Sweetie contiene già un primo assaggio di quello che è lo stile celebre della regista e autrice, che la porterà a venire apprezzata negli anni. Nella pellicola trovano già spazio alcuni dei suoi grandi temi, affrontati poi nel corso di una filmografia longeva. La polarità opposta nelle impostazioni caratteriali delle due protagoniste porta in sé, ad esempio, lo scontro fra compostezza logica e pulsioni inconsce classico dei film della regista. Similmente, si insinuano anche tematiche quali l’allontanamento dalle proprie radici, o la frustrazione sessuale di impronta femminile.
La sua scrittura si concentra sulle protagoniste femminili di Sweetie e sui loro bisogni, così come sulle loro pulsioni emotive e sui loro problemi. Lo fa interpolandole ai grandi temi del privato, come le relazioni e i rapporti familiari. E riuscendo a porre sistematicamente la prospettiva delle due sorelle al primo posto, senza lodarle né biasimarle. In questo senso la voce autoriale che già palesa al suo esordio si dimostra proto-femminista. Lungi dal farsi edulcorata, tuttavia, la sua penna si permea di una crudezza e una nudità che non temono di far emergere il peggio dei personaggi. Questo stampo rende il film un ritratto degli orrori interni di un’anonima bolla familiare della middle class australiana.

Una protagonista incontenibile
La porzione introduttiva del film, concentrandosi su Kay, ci offre la percezione che sia lei la sorella su cui focalizzare il nostro sguardo spettatoriale. Per contro, fin dal titolo, il film ci suggerisce un focus su quello della sorella Dawn – anzi, su Sweetie, dunque su come Dawn è percepita dalla famiglia. È lei in effetti il centro motore della pellicola: dal suo arrivo la trama si dispiega, dal suo agire viene dettata l’azione. Nel suo personaggio risiede una complessiva amplificazione di ogni emozione dello spettro umano. L’offesa diventa ira funesta, l’entusiasmo si fa eccitazione febbrile. Ogni sua pulsione si esprime in forma estrema, riversandosi il suo agire. Il suo personaggio si muove dunque per manifestazioni sregolate, comportamenti eccessivi incomprensibili da chi la circonda. Ogni suo gesto è capace di seminare il panico, di condurre ad un’entropia distruttiva.
Nondimeno, anche il personaggio di Kay concentra in sé svariati turbamenti. Collocandosi al polo opposto dello spettro comportamentale, palesa freddezza, eccessivo pudore e fobie paralizzanti. Le due sorelle fanno da contrappeso l’una a l’altra, di volta in volta equilibrandosi o rischiando di annullarsi a vicenda. In questo, fra le altre sue peculiarità, risiede la forza dell’opera prima di Jane Campion. Il suo lavoro non si concentra su un singolo individuo che non risponde agli schemi sociali. Mette invece in campo un intero sistema (quello della famiglia cui le due sorelle appartengono) di nevrosi e eccessi, destinati a condurre al caos. Così facendo “privatizza” il degenero introducendolo in una sfera chiusa come è quella familiare, e puntando implicitamente il riflettore un clima sociale fatto di personalità all’estremo, figlie dei loro tempi.

