Pink Floyd – The Wall (1982) è un film musical di genere fantastico, drammatico e d’animazione. Diretto da Alan Parker e scritto da Roger Waters (alcune parti anche da David Gilmour). Prodotto in Regno Unito e dalla Metro-Goldwyn-Mayer.
È la trasposizione cinematografica delle canzoni contenute nell’album The Wall. Il celebre brano Another Brick In the Wall vinse ai BAFTA come migliore canzone originale. Le animazioni originali di Gerald Scarfe sono le stesse grafiche (sempre di Scarfe) dell’album discografico. È stato presentato fuori concorso durante il Festival di Cannes dell’82.
Il film uscì tre anni dopo dalla pubblicazione dell’album. È disponibile gratuitamente su YouTube.

Pink Floyd – The Wall – Trama
In una stanza d’albergo, Pink (Bob Geldof) una rockstar tossicodipendente, guarda un film di guerra in TV, la cui visione fa riaffiorare eventi significativi della sua esistenza: la morte del padre durante la seconda guerra mondiale, le brutalità scolastiche di un maestro (Alex McAvoy), una madre opprimente e una moglie infedele.
Dopo aver portato una groupie in albergo e aver distrutto la sua stanza, Pink si chiude totalmente nella sua follia. Lo staff e il suo manager (Bob Hoskins – Quel lungo venerdì santo) lo trovano in condizioni disumane, ma lo costringono ad esibirsi ad ogni costo. Nella sua mente il concerto si trasforma in un raduno nazista, dove lui è un leader fanatico. Ormai, al culmine del delirio, immagina scorribande di squadre naziste e martelli che marciano al suo comando.
In un frangente di lucidità, Pink si sottopone ad un processo onirico in cui tutte le persone importanti della sua vita assumono le fattezze di creature grottesche, che lo accusano e torturano. Al termine, il giudice decreta l’abbattimento del muro e Pink ritorna al mondo reale.

Pink Floyd – The Wall – Recensione
Parker (regista, sceneggiatore e produttore cinematografico britannico) ricordò l’iniziale stupore di Steven Spielberg alla Première del film. “È un miscuglio, un amalgama di idee folli di Roger Waters; (…) Penso che sia l’unica persona al mondo a sapere di cosa si tratti. Sono sicuro che la maggior parte di noi non lo sappia”.
La sensazione di smarrimento, infatti, pervade la durata di tutto il film, dall’inizio alla fine. Per comprendere a pieno il lungometraggio è richiesta una particolare propensione all’esperienza sensoriale, più che una comprensione vera e propria dei contenuti.
Il montaggio, che ha preteso ben otto mesi di lavorazione, rasenta a tal punto la perfezione da surclassare e adombrare la struttura narrativa e dialogata. La comunicazione verbale, il parlato, è ridotta al minimo ed è funzionale solo in alcune scene di flashback. La potenza vera e propria è che se non ci fosse stato non se ne sarebbe accorto nessuno!
A dialogare sono le canzoni, i brani musicali, impetuosamente amalgamati con le immagini. Il visivo divora il suono e viceversa. Il delirio sonoro vissuto dal protagonista si alterna con veemenza alle visioni oniriche che lo spettatore vede attraverso i suoi occhi (sensazioni). La storia scorre con frenesia farneticante e cambia tono/registro ogni volta che si passa da un brano all’altro.

La musica ad immagine
Pink Floyd – The Wall è il film sulla musica ad immagine. Il dinamismo delle scene è dinamite! I passaggi da una parte all’altra danno un’apparente idea di sconnessione. In realtà, è l’esatto opposto. La catenella che chiude la camera d’albergo e le catene spezzate da giovani ribelli presi a manganellate; lui, il protagonista, che si tiene a galla nelle acque limpide di una piscina e ci affoga dentro, quando diventano sporche di sangue. Lui, da bambino, che gioca sui binari e l’arrivo di un treno pieno di deportati, i cui volti indefiniti sono gli stessi degli studenti di Another Brick in the Wall.
La vera esperienza sensoriale, però, viene data in una misura maggiore dalle animazioni del fumettista britannico Gerald Scarfe. Indimenticabile l’atto sessuale dei fiori e la loro trasformazione in bocche di leone che si divorano l’un l’altro; la marcia dittatoriale dei martelli o le metamorfosi spietate dei personaggi che hanno segnato la vita del protagonista (il maestro che trita carne umana, la madre che culla e opprime nella sua grandezza fisica e l’ex moglie, come una mantide religiosa, che lo tortura).
Di forte impatto lo stesso Pink, un omuncolo fragile, vittima di sé stesso e dei suoi traumi, piccolo e rosa. Ma anche la colomba bianca che diventa aquila nera del Terzo Reich, seminando morte e distruzione, o la bandiera dell’Inghilterra che si sfalda (e ne resta solo una croce rossa insanguinata).

Another Brick in the Wall
L’immortalità del brano che ha fissato i Pink Floyd nel firmamento dei più grandiosi gruppi rock non strizza l’occhio ai contesti storici del suo tempo (il muro di Berlino, la guerra fredda e non solo), ma si pianta in un terreno senza tempo, affermando la sua costante attualità.
Another Brick in the Wall è l’alienazione dell’uomo (in questo caso tramite il vissuto di Roger Waters) ed è rivolto all’uomo. Il resto dei brani non fa altro che parlarci di questo. Sviscerano nel profondo la perdita e l’assenza di sé stessi fino al ritrovamento della propria identità.
Quando Pink viene risvegliato dal suo manager e tutto lo staff, partono le note di Comfortably Numb, Piacevolmente InSensibile, proprio perché si è troppo sensibili. (Hello, is there anybody in there? Just nod if you can hear me. Is there anyone home? Come on, now – Salve, C’è qualcuno là dentro? Annuisci se riesci a sentirmi. C’è qualcuno in casa? Tirati su, ora).

Conclusioni
Muro. Fermo immagine. Tutto è immobile. Poi, un’esplosione lo distrugge. Alcuni bambini raccolgono i pezzi rimasti e sparsi dappertutto.

