Milk è un cortometraggio del 1998, scritto e diretto dalla britannica Andrea Arnold, nonché sua opera prima. Si tratta di un progetto, che in qualche modo anticipa l’intera poetica della regista. Il film ha debuttato alla Semaine de la Critique del Festival di Cannes.
Nel progetto si esplorano varie tematiche: la maternità, la perdita e il post-mortem. Nella pellicola si mostra quanto il dolore possa rendere confuse le persone e possa spingerle a fare cose strane. In tutti i progetti della regista il filo conduttore risiede proprio nell’umanità e nel realismo delle storie e dei protagonisti delle vicende.

Milk – Trama
Milk segue la giornata di una giovane donna, Hetty (Lynda Steadman), che è felicemente legata al suo compagno Ralph (Stephen McGann). La protagonista, dopo poco, è in dolce attesa ed entrambi i genitori non vedono l’ora di accogliere questa nuova vita. Purtroppo, però, accade il peggio e Hetty subisce un aborto spontaneo.
La perdita è un’esperienza così dolorosa che la donna si rifiuta di partecipare al funerale del bambino, lasciando il compagno e gli amici soli alla commemorazione. Nel frattempo Hetty decide di uscire, per cui inizia a vagare per la città, fino ad arrivare in un parco. Qui incontra un ragazzo, Martin (Lee Oakes), a cui chiede una sigaretta. I due prendono l’auto, per poi fermarsi in una stazione di servizio. La protagonista va in bagno e incontra una donna con un neonato, ritrovandosi quasi a piangere.
Quando ritorna in auto, Hetty e Martin iniziano a bere alcol. I due finiscono anche con l’avere un rapporto. Parallelamente si sta svolgendo il funerale del bambino. Ma la giovane donna sta cercando di affrontare il dolore. Il film si chiude con il ragazzo che si fa allattare da Hetty, proprio come se fosse suo figlio, mentre lei piange. Non può sfuggire al dolore, nonostante cerchi di anestetizzarlo il più possibile.

Milk – Recensione
Milk rappresenta un debutto estremamente esplicativo della poetica di Andrea Arnold. E’ una storia cruda, che un po’ condanna il modo in cui il dolore della donna viene affrontato. Dall’altra parte lo spettatore non può che entrare in empatia con Hetty, che sta attraversando un dispiacere inimmaginabile. Non esiste un modo universale per superare una perdita, specie quella di un figlio. Specie se la persona che hai perso, è la stessa che ti avrebbe reso madre.
Non vi sono molti dialoghi all’interno del progetto, o comunque non si accennano argomenti toccanti. Prevalgono le small talks. Lo spettatore osserva una donna che soffre e che si sente smarrita. Hetty quasi si odia, non riesce ad accettare quanto accaduto e decide di aggrapparsi ad una distrazione. In quel momento Martin è apparso, ma sarebbe potuto essere chiunque. Resta, comunque, simbolico il fatto che si sia avvicinata ad un ragazzo giovane e non ad un uomo.
Dal punto di vista tecnico, uno degli aspetti più interessanti è il crescendo di tensione verso la fine, dato dal montaggio parallelo. Questo espediente ha la funzione di costruire un’atmosfera di agitazione, che tenga lo spettatore col fiato sospeso. La fotografia è grezza e sporca, una firma tipica della regista. Sono presenti molti primi piani, che si focalizzano su Hetty, per enfatizzare il modo in cui si sente.

Il tema della maternità
La maternità è un tema affrontato innumerevoli volte nel cinema, dall’inquieto Titane (2021) al più recente Die My Love (2025). In ognuno emerge quanto sia difficile diventare madre e quanto sia difficile accogliere una nuova vita. Se nei film citati si esplora l’orrore della gravidanza e/o la depressione post-parto, in Milk si ribalta la situazione. Nella pellicola di Arnold si parla di una maternità mancata, inesplorata.
Hetty non vedeva l’ora di essere madre e di prendersi cura del suo bambino, tanto atteso. Il tutto resta una potenzialità, perché il parto avviene. Ma il figlio è senza vita. Non è riuscita a diventare mamma in tempo, perché la morte ha impedito e cancellato l’imminente esperienza materna. Dunque la donna deve di nuovo tornare a capire chi è davvero. E per farlo deve attraversare il dolore.
Il modo in cui la protagonista soffre, per quanto sindacabile, è estremamente umano. Ogni persona cerca di affrontare il dispiacere in modo del tutto personale. Ci sono modi molto meno autodistruttivi rispetto a quelli impiegati da Hetty, ma resta comunque la sua maniera di vivere il dolore. Ed è ancora più difficile quando ci sono tanti fattori che ti ricordano costantemente della perdita di un figlio. In questo caso è proprio il latte, da cui deriva il titolo Milk.

Conclusioni
Milk è un breve film sulla perdita e sull’affrontare il dolore. E’ un progetto che può davvero portare lo spettatore ad empatizzare con la protagonista. E perché no, a sentirsi meno in colpa ad utilizzare metodi autodistruttivi, che spesso si attuano per vivere il lutto. Si tratta di una pellicola estremamente umana.
