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La vita davanti a sé

Edoardo Ponti non era nemmeno nato quando sua madre, la leggenda del cinema Sophia Loren, vinceva l’Oscar come miglior attrice protagonista per la sua interpretazione in “La ciociara”. È stata la prima attrice a vincere un Academy Award per un film in lingua non inglese nel ruolo tormentato di una madre protettiva nell’Italia devastata dalla guerra. Dopo 10 anni di assenza sul grande schermo, la Loren diventa protagonista nel film diretto proprio da suo figlio, La vita davanti a sé, uscito lo scorso 13 novembre su Netflix. Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Romain Gary del 1975, il film è una storia di sofferenza e comprensione che non dice nulla di nuovo sulle amicizie insolite o sul potere curativo delle relazioni per cambiare la vita di qualcuno, ma è comunque puro nel suo sentimento.

La vita davanti a sé

Ancora prima di vedere la sua faccia in La vita davanti a sé, è impossibile distogliere lo sguardo da Sophia Loren. Seguendo la tradizione del realismo europeo, la fotocamera di Edoardo Ponti cattura un caotico mercato con tremolante energia. Il sole splende sulle strade come fiamme dorate, ogni colore sembra intensificato come se il tutto fosse dipinto con i pastelli di un bambino entusiasta. In questo paesaggio soleggiato spicca un azzurro acceso, più blu del cielo, coronato da un groviglio di capelli color canna di fucile. Vestita di azzurro, la Loren potrebbe aver perso un po’ del bagliore giovanile del suo periodo di massimo splendore a metà del secolo, ma il suo magnetismo è intatto. L’ottantaseienne interpreta Madame Rosa, una sopravvissuta all’Olocausto, una donna severa che si prende cura dei figli delle prostitute nella città di Bari. Il suo amico, il dottor Coen (Renato Carpentieri), la prega di prendere con sé anche l’undicenne ribelle Momo (Ibrahima Gueye) di cui lui è tutore, perché non riesce a seguirlo come dovrebbe. All’inizio, né il ragazzo né la vecchia sono entusiasti della prospettiva di vivere insieme. Ma con il passare delle settimane, Momo e Rosa imparano a farlo, trovando entrambi un compagno necessario.

La vita davanti a sé

La vita davanti a sé è un film di base molto convenzionale, la sua storia di fiorente amicizia intergenerazionale è un modello banale che è stato filmato molte volte prima. Il modo in cui i temi vengono esplorati non è sempre degno di lode. C’è troppa narrazione inutile da parte di Momo e l’aggiunta di una leonessa metaforica è un pasticcio di CGI poco convincente. Tuttavia, ci sono alcuni colpi di scena nella storia. Il conflitto non è quello di una burbera che impara di nuovo a godersi la vita da una giovinezza allegra, e non è neanche il tranquillo racconto di formazione che ci si potrebbe aspettare. Invece, abbiamo un’esplorazione del trauma, del dolore condiviso come quello che unisce gli emarginati di una società, come un abbraccio di filo spinato. I toni oscillano tra duro e gentile, divertente e straziante, mettendo in discussione il nostro atteggiamento verso le persone ai margini e reintegrando la nostra compassione attraverso i piccoli gesti. Il concetto di gentilezza come amore in abiti semplici risplende luminoso come il sole di Bari in tante scene. Una Bari forse un po’ diversa rispetto a chi conosce solo le vie del centro e il glorioso lungomare. Il regista fotografa la città fuori dalla cartolina, ma dentro la quotidianità di chi la vive veramente. Ne fotografa il multiculturalismo, i suoi lati bui e quelli più luminosi, rendendola più autentica.

La vita davanti a sé

Ciò che funziona perfettamente nel film sono sicuramente gli attori, e questo si riferisce a qualcosa di più della luminosa presenza sullo schermo della Loren che comunque ci offre una delle sue esibizioni più pure ed impressionanti, interpretando una donna che oscilla tra la durezza disciplinare e la fragile vulnerabilità di una sopravvissuta all’Olocausto, divorata dai ricordi intrappolati nella sua stessa mente. Ma poiché la nostra visione di Rosa è così necessariamente distorta dalla percezione di Momo, è Ibrahima Gueye che tiene insieme il film come protagonista. L’attore per la prima volta interpreta il giovane senegalese con ammirevole destrezza emotiva suggerendo le grida di aiuto nascoste in atteggiamenti aggressivi, il fiume di tristezza che scorre sotto montagne di rabbia, l’affetto che copre il suo volto di indifferenza. Meglio ancora, la sua chimica con la Loren è strabiliante. Il modo in cui Rosa e Momo si guardano l’un l’altro è particolarmente toccante, lei gli fornisce un mentore e un modello per rimettere in sesto la sua vita prima che diventi grande e che sia troppo tardi per cambiare. Non c’è niente di eccessivamente sentimentale nel film, e Ponti mantiene le cose a terra per il massimo impatto emotivo, soprattutto nei momenti finali del film mentre l’ultima melodia scritta da Diane Warren e cantata da Laura Pausini risuona nei titoli di coda.

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SOMMARIO

Il ritorno di Sophia Loren in una storia di sofferenza e comprensione, che non dice nulla di nuovo sulle amicizie insolite o sul potere curativo delle relazioni per cambiare la vita di qualcuno.
Maria Rosaria Flotta
Laureata in Scienze della Comunicazione con una tesi sul cinema d'animazione. Curiosa, attenta e creativa. Appassionata di cinema, arte e scrittura.

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