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La sposa in nero – Truffaut reinventa Hitchcock

La sposa in nero ci porta nel mondo di Julie Kohler e della sua implacabile sete di vendetta

La sposa in nero arriva nella produzione di François Truffaut quasi come un fatto naturale. Da poco il regista francese aveva chiuso il suo libro-intervista con Alfred Hitchcock. Truffaut ha sempre ammesso la grande influenza di Hitchcock nel suo approccio all’arte cinematografica e questo film ne è l’esempio più lampante. Truffaut era già diventato una figura di riferimento del nuovo cinema francese con film come Jules et Jim e il soggetto di Fino all’ultimo respiro.

La sposa in nero – trama e cast

Una giovane donna (Jeanne Moreau) osserva delle foto ed è sul punto di saltare dal balcone, quando viene fermata a voce dalla madre. Scopriamo che la donna si chiama Julie e che ha intenzione di portare a termine una missione. Si reca così in una località sul Mediterraneo e si intrufola in casa del signor Bliss (Claude Rich) dove si sta tenendo una festa di fidanzamento. La donna circuisce proprio il proprietario di casa, con cui si apparta a parlare sul balcone. Qui lascia appesa la sua sciarpa alla tenda e quando l’uomo fa per raccoglierla, lo spinge di sotto rivelandogli il suo nome: Julie Kohler. Dopo essere fuggita, Julie raggiunge la seconda persona della sua misteriosa lista, il signor Coral (Michel Bouquet). Anche lui è affascinato dalla misteriosa donna che si rifiuta di svelargli il suo nome. Julie riesce a farsi invitare a casa dell’uomo, dove questi viene avvelenato.

Prima che l’uomo muoia, la giovane rivela la propria identità e il coinvolgimento di Coral in un tragico evento della sua vita. In treno Julie si reca sul posto in cui risiede il terzo uomo della lista, il politico Clement Morane (Michael Lonsdale). Allontanata con un pretesto la moglie, Julie si spaccia per l’insegnante del figlio di Morane. Questi, trovandosi rinchiuso tenta di spiegare a Julie cosa accadde veramente in quel giorno così tragico per la donna, non riuscendo a muoverla a compassione. Per la prima volta sembra che Julie sia colpita dal rimorso, tanto da recarsi in Chiesa, ma dopo aver discusso con un prete decide di continuare nel suo progetto. Sono rimasti due uomini legati alla sua storia che intende uccidere per ottenere la sua vendetta. Un altro elemento hitchcockiano de La sposa in nero è la presenza del compositore Bernard Herrmann storico collaboratore del regista inglese.

La sposa in nero – la recensione

La sposa in nero rappresenta un punto di rottura nella carriera di François Truffaut. Questi si era già cimentato con il noir (il soggetto di Fino all’ultimo respiro) e aveva sicuramente una padronanza nel mescolare generi. Questo film è inequivocabilmente l’opera a tinte più “gialle” della sua filmografia. Il procedimento di disvelamento progressivo della storia è tradizionale, non per questo meno funzionante. Le ambientazioni, le musiche, i treni e gli aeroporti sono tutti elementi che rievocano il cinema di Hitchcock. Truffaut mantiene comunque una propria visione tanto estetica che etica del film.  Jeanne Moreau è implacabile nei suoi propositi di vendetta ma con lo scorrere del tempo si scoprono le sue ragioni. La metodicità e la freddezza finiscono comunque per diradarsi nel corso della narrazione, fino all’ultimo atto. Quando sembra che la donna abbia commesso un errore costatole il carcere, ecco che il coup de theatre finale ribalta la prospettiva.

Truffaut in un’intervista subito dopo l’uscita de La sposa in nero in Francia ne parla come di un film in cui: “è importante la costruzione”. Allo stesso tempo il regista afferma di aver voluto creare dei personaggi che facessero dimenticare la costruzione stessa. Delle cinque persone sulla lista di Julie si scopre relativamente poco. In questo giallo Truffaut non rinuncia ai suoi temi. La vendetta che è mossa da un sentimento d’amore, la morte, il ricorso alla pittura nella scenografia ma anche come elemento della storia. Gli uomini hanno poco in comune: l’incapacità di resistere al fascino della donna e allo stesso tempo la pavidità di non voler fare i conti col proprio passato. Truffaut mette in scena uno dei più bei trattati sulla vendetta come sentimento umano della storia del cinema.

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La sposa in nero

Truffaut – libero dai generi del cinema

Tra le grandi qualità del cinema di Truffaut c’è stata sicuramente quella di veicolare i generi, quasi a renderli superflui. Perché La sposa in nero è un giallo, un film à la Hitchcock ma è soprattutto un film di Truffaut. Un’opera quindi in grado di servirsi del genere in cui si inscrive per dire qualcos’altro. Sono pochi a poter dire di essersi cimentati in opere così differenti tra loro con una riuscita soddisfacente. Tutto questo senza rinunciare alla propria identità, perché senza sforzo in ogni sequenza dei film di Truffaut se ne riconosce il tocco. Basti pensare che questo film si inserisce tra Fahrenheit 451 e Baci rubati. Da una parte la distopia politica, dall’altra il grande romanzo di formazione che ha accompagnato il regista lungo tutta la sua carriera.

Truffaut è per certi versi irripetibile, per altri detta un canone. Con buona pace di Tarantino che volendo forse esagerare lo ha definito un dilettante della regia. Molti, anzi, hanno notato una certa ripresa di temi e forme de La sposa in nero in Kill Bill mutatis mutandis. La capacità di Truffaut di pensare i suoi film da una prospettiva assolutamente personale lo hanno reso il regista indimenticabile che è. La possibilità di accedere alla sua letteratura grazie ai libri e agli articoli sui Cahiers du cinema è una ricchezza per tutti gli appassionati.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

L'omaggio a Hitchcock di Truffaut diventa a sua volta un caposaldo del suo genere, tra vendetta e sentimenti, un film che arriva a noi intatto nel suo valore.
Stefano Minisgallo
Stefano Minisgallo
Si vive solo due volte come in 007. Si fanno i 400 colpi come Truffaut, Fino all’ultimo respiro come Godard. Il cinema va preso sul serio, ma non troppo. Ci sono troppi film da vedere e poco tempo, allora guardiamo quelli belli. Il cinema è una bella spiaggia, come nei film di Agnes Varda.

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