In Fabric, un horror satirico contro la società dei consumi
Un film di pregevole fattura dallo stile raffinato. Questo è In Fabric, un horror inglese diretto da Peter Strickland e prodotto, tra gli altri, da Ben Weathley. Sin da subito è chiaro quanto il film si sia ispirato per tecnica ed estetica al filone giallo degli anni ’60 e ’70 a cui noi italiani abbiamo dato un fondamentale contributo; mentre per quanto riguarda la lettura semantica si rifà a quella critica sociale tanto in voga nell’horror degli ultimi anni. A differenza però di altri film horror americani che hanno giocato sulla stessa scìa, In Fabric si concentra sul consumismo e su come la frenesìa del comprare possa cambiare le persone trasformandole in zombie stile Romero. L’elemento horror è presente e inquieta a sufficienza e si rimane facilmente ammaliati dal connubio musica-immagini e quindi anche i non fanatici del genere non potranno distogliere lo sguardo.
La trama di In Fabric
È tempo di saldi invernali in una prestigiosa boutique dove il lusso sembra essere la parola d’ordine. Una donna, Sheila, invogliata da uno spot pubblicitario alquanto seducente, decide di acquistare un abito in vendita proprio in questo negozio appartenente ad una catena d’alta moda. L’intento è quello di indossarlo ad un primo appuntamento con un uomo così da rendersi più piacente. Il vestito però, di color rosso acceso, è maledetto e la donna se ne accorgerà a causa di una serie di avvenimenti davvero strani che rischiano di mettere in pericolo la sua vita e quella di chi la circonda. Oltre Sheila anche un modesto operaio verrà a contatto con il capo d’alta moda che scopriremo avere un passato sinistro, poiché anche una modella che l’aveva indossato in precedenza è morta in un tragico incidente.

Un film ispirato dai cult del genere horror
In Fabric è distribuito da A24 che sappiamo ormai essere una fucina di talenti e film di grande valore; Peter Strickland e la sua opera sono da considerare sicuramente tra questi. Narrativamente parlando è diviso in due parti ben distinte e con due protagonisti/vittime differenti, mentre il vestito che dà al film l’aria di una bizzarra ghost story sembra quasi manovrare dall’alto tutti gli eventi. A onor del vero il segmento con protagonista la donna è decisamente più accattivante del secondo. Ciò fa pensare che In Fabric a un certo punto si compiaccia di sé stesso diventando un mero esercizio di stile. Trae una chiara ispirazione dai maestri del giallo all’italiana ovvero Mario Bava e Dario Argento soprattutto per quanto riguarda fotografia e regia. Inoltre, per via dell’importanza della televisione come mezzo persuasivo viene naturale pensare a Cronenberg e al suo Videodrome; la musica elettronica, invece, che funge da colonna sonora non può che far venire in mente The Neon Demon di Refn.

Una feroce critica al consumismo e all’apparenza
Essendo il vestito rosso così onnipresente lungo tutta la durata, sicuramente importante, di due ore circa, è giusto considerarlo un protagonista a tutti gli effetti. La sua onnipresenza e influenza rende il film una metafora pungente sul consumismo e su quanto quest’ultimo ci renda schiavi delle apparenze. A tal proposito anche le clienti della boutique danno il loro meglio nella scena finale, poiché la febbre dell’acquisto le rende violente a tal punto da scontrarsi tra loro. Danno sfogo, insomma, alla loro natura di zombie alla quale abbiamo già assistito in precedenza. In Fabric è in tutto e per tutto un’esperienza sensoriale in cui lo spettatore viene coinvolto e investito senza preavviso. L’intento è chiaro, immagini e idee sono espresse al meglio, ma forse avrebbe fatto bene una maggior cura ed equilibrio tra sceneggiatura e resa visiva.
