Chi è Il capo perfetto? Sicuramente una persona in grado di mantenere il controllo della situazione, psicofisicamente attrezzata, agile al compromesso, difficile da spiazzare, esperta nel camuffare, svelta nel leggere le situazioni, specie quelle impreviste, e a riportarle in binari a lei congeniali, favorevoli ed efficaci, una belva sorniona, capace di entrare in campo solo quando serve, di dosare coraggio e gioco di rimessa, comprensione e denti affilati, in base all’urgenza della posta in gioco.
Così nel film diretto da Fernando Leon de Aranoa anno 2021, presentato dalla Spagna agli Oscar internazionali, com un Javier Barden meravigliosamente impeccabile, si delinea la parabola di un presidente di azienda tipo, che per avere a cuore i suoi affari deve avere a cuore i suoi dipendenti, ma avere a cuore i suoi dipendenti è molto più difficile, impegnativo ed imprevedibile che avere a cuore i propri affari.

Il capo perfetto – Trama
Julio Blanco (Javier Bardem) ha ereditato la fabbrica del padre, leader nella costruzione di bilance. Un lavoro fatto di precisione, dedizione, puntualità e rispettabilità. Ma non tutto riesce a mantenere l’equilibrio dei congengi da lui fabbricati ed ammirati in tutto il mondo. I tagli al personale causano proteste, sempre più pressanti ed imbarazzanti, fioccano richieste di favori da parte di storici dipendenti, chi nei guai per avere dei figli sfaccendati chi per problemi matrimoniali insoluti. Blanco stesso si distrae con la stagista sbagliata che si rivela essere poi una cara amica di famiglia.
Tutte queste male coincidenze gli fanno perdere terreno sulla rigida tabella di consegne che deve rispettare e sull’ambitissimo premio di miglior azienda del settore che verrà assegnato da una commissione in visita nei suoi locali nel giro di sette giorni. Blanco adotta ogni strategia possibile dalla più umana alla più spietata per far correre il proprio treno nel binario che egli desidera, come il miglior buon capitalista del mondo, ragionevole e disumano sì, ma quanto basta, non una tacca più, non una tacca meno.
Il capo perfetto – Recensione
Il capo perfetto è una commedia amara, a suo modo comica e drammatica insieme, che si muove come una cavalcata lenta ed inesorabile verso il proprio bersaglio, ovvero le responsabilità del leader. È un accerchiamento progressivo che strozza il capo della macchina, ne chiederebbe la testa, ma ogni squalo, anche se agisce come pecora, resta sempre uno squalo. Dunque aspettatevi una difesa.

Quanto si può tendere una corda quando è tirata da troppi lati contemporaneamente? Come si sfalda un condottiero? Se si sfalda. Il capo perfetto è un simbolo di quell’equità che manca anche alla più precisa delle bilance firmate di Blanco, perché ogni tanto, le bilance vanno truccate. E così funziona: l’ultima parola ce l’ha chi si identifica rapacemente con la propria causa e riscrive ogni sconfitta come una propria vittoria, nonostante sotto ci sia una bufera di altre verità.
Mondo imperfetto, petulante, lamentante, dalla morale ibrida
Il mondo che attornia il capo perfetto non ha spessore morale differente, anzi: una comunità zeppa di individui pronti a perorare le proprie piccole cause, tra favoritismi, lamentazioni, incomprensioni genitoriali, alibi per figli delinquenti, razzismi poco latenti, arrivismi sociali patologici, bacchettamenti più o meno aggressivi, tradimenti e segreti da usare come ricatto e contro i ricatti tra amici d’infanzia, un’infanzia che non esiste più e forse non è mai esistita, almeno nei termini in cui se la raccontano.

La manipolazione dell’altro, la gestione tesa di ogni piccola crisi che porta inevitabilmente all’esplosione delle briglie, alla vendetta, delineano la fenomenologia di un potere che non riesce concretamente a fare i conti con se stesso, non arriva mai a quel banco degli imputati, scavalla prima, e se anche perde, cade in piedi, lasciando dietro di sé morti, feriti, croci e vagoni di scheletri negli armadi, pronti ad essere utilizzati per la prossima occasione di pericolo.
Fotografia e ambientazioni sono eleganti e cromaticamente in eco di decadenza con un grigio stolido di fabbrica a insistere su ambienti interni ed esterni l’azienda. Sceneggiatura programmatica, curata al dettaglio, una macchina ad orologeria da manuale, studiatissima, che niente lascia al caso, calibra risata a denti stretti ed accessi umorali al microgrammo, per testare al microgrammo la pazienza e l’ironia acida del pubblico che sa a cosa assiste e immagina dove ma non come la bomba possa esplodere.

Il capo perfetto – Cast
Giganteggia Bardem, mimetizzato in modo fin troppo assoluto con il buon padre di famiglia, tremendamente coinvolto, demistificatore pacato e lungimirante, che vorrebbe salvare ogni singolo pezzo della sua creatura, pur se quella creatura vive di vita ed equilibri propri, differenti, non ortodossi.
Per sopravvivere bisogna accettarlo, trasformarli, farne proprie bandiere. Rigurgiti di coscienza non sono ammessi: alla fine ogni rammarico è niente più che un singhiozzo alla soglia della bocca re-inghiottito per la briga ontologica di non scendere mai dal proprio podio insanguinato.
Bardem non fa un’oncia di troppo nel suo lavoro mimetico, fisico, emotivo, riempie la scena in modo giusto, convincente, profondo, tale da sollevare una commedia ben scritta, ben architettata e ben diretta ad un livello di umanità complessa e condivisibile. I suoi comprimari sono belli ed efficaci: volti stropicciati, bellezze taglienti, etnie mescolate, per una contemporaneità ammalata delle stesse cose che lamenta di non avere.
Non c’è il male assoluto, c’è un’attitudine a navigare nel male, che fa la differenza. Il capo perfetto esiste solo se sotto la parola perfezione collochiamo una zona grigia ed insidiosa in cui la morale cambia volto in base ai diversi pesi messi sulla bilancia, con una spaventosa, non immaginabile organicità.
