La storia recente del cinema d’avventura non è assolutamente degna del suo glorioso passato. Se nel corso della storia del cinema questo genere è sempre stato molto d’attualità e ha sempre interessato e coinvolto come pochi altri il pubblico, si pensi al caso di Indiana Jones come esempio più illustre, i film avventurosi di oggi non fanno altro che riproporre il già noto all’inverosimile e sono perciò spesso poco considerati.

Così quando uno dei cineasti più apprezzati a Hollywood come Ron Howard nel 2013 ha deciso di realizzare Heart of the sea, l’hype che si è immediatamente creata in tutto il mondo è stata altissima e ha reso il pubblico assolutamente pieno di speranze. D’altra parte come avrebbe potuto essere altrimenti? L’ex Richie Cunningham di Happy Days, in qualità di regista si è sempre dimostrato uno dei trasformisti più interessanti del panorama cinematografico internazionale, spaziando dalla commedia (Splash- Una sirena a Manhattan) al biopic (A Beautiful Mind, due Oscar per lui) al fantasy (Il Grinch) fino ad arrivare al western (The Missing), al blockbuster (Solo: A Star Wars story) e persino al documentario (The Beatles: Eight days a week o il recente Pavarotti).

Heart of the sea

La storia si basa sul romanzo Nel cuore dell’oceano scritto nel 2000 da Nathaniel Philbrick e racconta la storia vera della baleniera Essex, che nel 1820 rimase coinvolta in un terribile naufragio, in mezzo al Pacifico, causato da una mostruosa balena bianca. L’episodio ispirerà trent’anni dopo lo scrittore Herman Melville nella stesura del più grande romanzo americano di sempre, ovvero Moby Dick.

E il film parte proprio da Melville, che, nel 1850, approda nel porto di Nantucket, da dove era salpata l’Essex per intervistare l’ultimo sopravvissuto di quel leggendario fallimento nautico. Dopodiché comincia il flashback attraverso il quale l’ex marinaio espone per filo e per segno le avventure vissute, raccontando in modo particolare della rivalità tra il primo ufficiale Owen Chase, lupo di mare ormai patentato, e l’inesperto capitano George Pollard. Tra caccie alle balene per ricavarne il preziosissimo olio e tempeste terribili, i marinai decisero di spingersi al largo del Pacifico, in mari praticamente inesplorati, per poter rendere il bottino ancora più ricco. Fecero però i conti con il vendicativo mostro bianco, che li costrinse per novanta giorni alla deriva sulle scialuppe. I naufraghi patirono la fame, la sete e gli stenti e dovettero, per sopravvivere, cedere anche al cannibalismo, episodio che fa vergognare, anche a distanza di trent’anni il sopravvissuto che lo scrittore intervista.

Heart of the sea

Il film, pur avendo riscontrato un certo successo al botteghino ed essendo stato ben recensito dalla critica internazionale, presenta gli stessi problemi della maggior parte dei film d’avventura di oggi. Funziona certamente il fatto che sia costruito “all’antica”, come dimostra ad esempio la scelta di spezzare la narrazione tra flashback e racconto del sopravvissuto a Melville, e in generale il tono che la pellicola adotta per tutto il suo corso. Non funzionano invece gli effetti speciali, quasi mai davvero realistici e non solo nelle scene con le balene, ma anche in quelle di maltempo e in mare aperto. In certi casi è percepibile anche ad occhi profani il fatto che moltissime sequenze siano state girate in studio, e questo aspetto non va mai bene , quantomeno in un film che si propone di essere spettacolare come Heart of the sea.

Sembra che si sia deciso di guardare al passato anche sotto questo aspetto. Solo che se per quanto riguarda le tecniche narrative e la sceneggiatura, questo omaggio ai bei tempi andati risulta efficace, non si può dire lo stesso per quanto riguarda l’apparato tecnico-realizzativo del film, assolutamente deludente, e oltretutto controproducente, perché rischia di rovinare il buon lavoro di Howard dietro la macchina da presa, come sempre pulito pur senza essere particolarmente ricco di finezze registiche.

Heart of the sea

Ben sviluppato è invece il tema della mostruosa creatura bianca che distrugge la baleniera di Pollard. La balena è già dotata di quelle caratteristiche che Melville le addosserà in Moby Dick. Innanzi tutto è un cetaceo mai visto per grandezza e pigmento, un autentico mostro nel senso latino del termine, un prodigio della natura. Inoltre anche dal punto di vista “caratteriale” la balena è anomala rispetto alle sue simili. Se gli altri esemplari, una volta sopravvissute all’arpione delle baleniere, se ne vanno il più lontano possibile per evitare  ulteriori guai, la balena bianca è vendicativa, segue l’Essex e attacca ripetutamente la nave e le scialuppe con le quali i marinai compiono la loro caccia. Lo stesso Chase, poco prima del naufragio, constata che il mostro li ha sempre seguiti, aspettando il momento più propizio per colpirli e affondarli. Risponde insomma alle caratteristiche di Moby Dick, animale incredibile che accresce il proprio mito grazie a una serie di superstizioni (ma sono davvero tali?) sul suo conto, quali la leggenda secondo cui sia immortale e dotata del dono dell’ubiquità. Anche dal punto di vista della scrittura Melville la descrive con toni talmente ricchi di pathos da rendere il suo romanzo più che assimilabile all’epica (come si può leggere alla fine del film), quasi un testo sacro, quanto più vicino alla Bibbia la letteratura contemporanea abbia prodotto. Questo aspetto della balena come manifestazione di qualcosa di mistico, di spirituale, è reso molto bene anche dal film. Il cetaceo è un essere infernale, satanico, latore di disgrazie e di mali. Lo stesso regista, all’accostamento della balena con uno dei mostri marini più celebri della storia del cinema, come lo squalo nell’omonimo film di Steven Spielberg, ha risposto che Moby Dick gli ricorda più un essere come King Kong. Rappresenta infatti la natura primordiale risvegliata dall’uomo e non semplicemente la ferocia animalesca.

Heart of the sea

Degno di attenzione è anche il tema del contrasto interno all’Essex, tra il capitano Pollard e il primo ufficiale Chase. Quest’ultimo viene da una famiglia di contadini, e ha il grande sogno di diventare capitano di una nave. La spedizione dell’Essex sembra essere finalmente la sua grande occasione ma il comando della baleniera viene affidato al giovane rampollo di una delle famiglie più famose del porto di Natucket, un’operazione figlia di un nepotismo dilagante che delude e fa soffrire lo stesso Chase, colpito più nell’orgoglio che nell’animo, visto che comunque sulla nave è l’uomo più rispettato. All’inizio dunque lo spettatore assiste alla classica lotta tra meritocrazia e nepotismo, molto attuale ancora al giorno d’oggi. Owen (Chris Hemsworth, alla seconda collaborazione con il regista dopo lo splendido Rush) vuole diventare capitano non solo perché il mare è la sua vita, ma anche per far crollare definitivamente il pregiudizio che lo fa apparire agli occhi degli altri come un contadinotto semplice che cerca di trovare una posizione di rilievo in un porto tra i più importanti degli Stati Uniti, pur dovendosela sempre vedere con figli di marinai e capitani, che ovviamente partono da una posizione privilegiata. La sua è una battaglia personale, di emancipazione, di perseguimento dei propri sogni e di difesa della propria dignità. Conoscendosi meglio però, nel prosieguo della navigazione, i due arriveranno a rispettarsi e a stimarsi a vicenda, tanto da risultare finalmente concordi nel processo finale, in cui i ricchi impresari nautici di Nantucket vorrebbero insabbiare la storia della balena, ma nel quale i due lottano per far emergere la verità, per quanto scomoda possa essere.

Heart of the sea

Tuttavia lo spettatore che acquista il biglietto per Heart of the sea non lo fa per assistere a una riflessione morale su quanto spesso i propri talenti e i propri meriti non vengano riconosciuti, ma per vedere un film avventuroso, pieno di balene incredibili e di scene mozzafiato. Ecco perché il film di Ron Howard delude come, lo ripeto, ha fatto e continua a fare negli ultimi anni il genere cinematografico a cui appartiene, perché dà il meglio di sé non nei momenti cruciali, dove dovrebbe farlo, ma nel contorno, nel delineare la cornice del dipinto che vuole rappresentare. E’ potenzialmente una storia dall’ottimo messaggio di speranza, ma che ovviamente viene anch’essa fortemente depotenziata dal tipo di film in cui è inserita. Insomma, pur nel suo essere un film discreto e abbastanza soddisfacente per lo spettatore medio, Heart of the sea non è riuscito a rendere pienamente giustizia a una storia molto cinematografica, che ha ispirato uno dei miti letterari più importanti e zeppi di suggestioni della storia della letteratura.

Voto Autore: 3 out of 5 stars