Cemetery of Splendour

Una moglie tradita siede al capezzale del marito in coma in compagnia di una giovane sensitiva la quale, come lo zio Boonmee dell’omonimo film precedente di Apichatpong Weerasethakul, si ricorda le vite precedenti. Ci troviamo nel piccolo ospedale di un villaggio dell’entroterra thailandese. Lo stesso luogo in cui è cresciuto il regista (la madre era medico in una struttura molto simile) e in cui questi ritorna dopo aver vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Cemetery of Splendour racconta uno spazio nel pieno di una fase di cambiamento, di trasformazione, dal momento che la sequenza d’apertura mostra una scavatrice al lavoro nel campo adiacente l’ospedale, incurante dei bambini che continuano a giocare a palla tra le buche. Presto veniamo a sapere che la clinica dovrà essere spostata e che i pazienti non se ne vogliono andare. Incontriamo poi la protagonista, Jen: donna matura, con una gamba più corta dell’altra e un marito ex soldato americano.

Cemetery of Splendour

Nel film vediamo molti militari addormentati sui letti. Tra loro c’è Itt, giovane di cui Jen si prende cura da volontaria e che a volte si risveglia per scambiare con lei lunghe conversazioni, per poi ricadere in un sonno ristoratore. O almeno così dovrebbe essere. La realtà – Nabokov ha, a suo tempo, suggerito di virgolettare sempre questa parola – è ben diversa: nel luogo in cui ora si trova l’ospedale un tempo sorgeva un palazzo e in seguito un cimitero di sovrani. Questi, perciò, si starebbero servendo dell’energia dei soldati dormienti per proseguire le loro battaglie nell’oltretomba. Jen (e, in qualche modo, noi con lei) “vede” questo palazzo grazie all’aiuto della stessa sensitiva. È perciò evidente che Cemetery of Splendour cerca nel Mito la sorgente della memoria nazionale della Thailandia attraverso la riscoperta di quella personale dei personaggi. Ma a smuovere i ricordi sono soprattutto i desideri, come se l’esistenza fosse un lungo e placido sogno.

Cemetery of Splendour

Per elaborare una realtà in cui coesistano più dimensioni in una, l’autore non ha bisogno di effetti speciali, flashback o ricostruzioni. Il passato è una costante presenza nel suo cinema, uno spettro che infesta le sue immagini come una rivelazione. Sono istanti cinematografici che durano un’eternità, spesso insistiti nello sprezzo del ridicolo. Ma se ne comprende il valore se si accetta che nell’idea orientale di mondo non può esserci bene senza male, presenza senza assenza, che l’arte ha lo scopo di ridare all’esistenza la sua forma più equilibrata e pura, priva di preconcetti culturali e socio-economici. Cemetery of Splendour è forse il tentativo che Apichatpong Weerasethakul fa per riappropriarsi di uno sguardo sul mondo slegato dalle condizioni dell’uomo. E si cerca di farlo liberando la messa in scena dalla percezione dello spazio e del tempo, tanto che mentre scorrono i titoli di coda si ha come l’impressione che questo film stia per ricominciare.

Voto Autore: 4 out of 5 stars