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Brian di Nazareth: i Monty Python e la satira più coraggiosa della storia del cinema

Brian di Nazareth è il secondo lungometraggio dei Monty Python — il terzo se si conta il Sacro Graal — e uscì nel 1979, quattro anni prima de Il senso della vita. Se il senso della vita è il loro film più anarchico e frammentato, Brian di Nazareth è più compatto, più narrativo. Due facce della stessa visione del mondo: irriverente, antiautoritaria e più intelligente di quanto sembri.
Alla regia c’è Terry Jones, ma come sempre con i Python il film è un’opera collettiva. Graham Chapman, John Cleese, Terry Gilliam, Eric Idle, Terry Jones e Michael Palin, sei menti fuori dall’ordinario che recitano, scrivono e costruiscono tutto insieme.

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Brian di Nazareth è un film che alla sua uscita fece scandalo. Fu boicottato, censurato e vietato in diversi paesi. In Italia arrivò solo nel 1991, dodici anni dopo l’uscita originale. Eppure quando lo si vede oggi non porta affatto i suoi anni sul groppone è talmente irriverente che va perfettamente al passo con i tempi.

Brian di Nazareth

Brian di Nazareth – Trama

Brian Cohen (Graham Chapman) nasce nella stalla accanto a quella di Gesù. I Re Magi vanno prima da lui per errore, e questa è già una dichiarazione d’intenti. Brian è un uomo comune, figlio di una donna ebrea e di un centurione romano, che si ritrova per una serie di casualità ad essere scambiato per il Messia. Lui non lo vuole. Non ci crede. Cerca in ogni modo di convincere la folla che si sta sbagliando.
Ma la folla non lo ascolta. Anzi, più lui nega, più loro credono. È il paradosso centrale del film e anche il suo messaggio più onesto: il fanatismo non ha bisogno di prove. Ha bisogno di credere.

Brian di Nazareth

Brian di Nazareth – Recensione

Una cosa che colpisce di Brian di Nazareth è la cura tecnica. La ricostruzione della Terra Santa d’epoca è molto valida: le scenografie, i costumi, le location sono costruiti con una precisione insolita. I Python sapevano che per far funzionare la satira dovevano prima far credere al mondo in cui la ambientavano.
La regia di Terry Jones è fluida e invisibile nel senso migliore. Non si impone mai sui contenuti, accompagna la storia senza segnalarsi. Jones capisce che con attori come questi il suo compito è stare fuori strada e lasciarli lavorare. Il risultato è un film che sembra naturale anche nelle sue situazioni più assurde.

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Tutti e sei i Python recitano più ruoli e pesso più personaggi nella stessa scena. È una scelta che avrebbero poi portato all’estremo ne Il senso della vita, ma qui funziona in modo particolarmente efficace perché crea una continuità visiva e comica tra momenti diversi. Li riconosci sempre e questo fa parte del gioco.

Brian di Nazareth

Il sandalo o la zucca? La nascita di un simbolo

La sequenza del sandalo è forse la più bella e la più intelligente del film. Brian perde un sandalo mentre scappa dalla folla e nel giro di pochi secondi quel sandalo diventa una reliquia. C’è chi dice che bisogna togliersi il sandalo come segno di devozione, chi dice invece che bisogna metterselo. Così nasce subito una disputa teologica feroce tra le due fazioni.
La zucca funziona allo stesso modo. Un oggetto qualsiasi, lasciato per caso, diventa immediatamente carico di significato. I Python stanno mostrando qualcosa di molto preciso: i simboli religiosi non nascono da rivelazioni divine, ma da proiezioni umane. La gente trova significato perché ha bisogno di trovarlo, non perché sia davvero lì.

È una parodia diretta del culto delle reliquie cristiane, ma il bersaglio è più largo. È il meccanismo stesso con cui nascono i miti, le tradizioni, le ortodossie. Qualcuno ha visto qualcosa. Qualcun altro lo ha interpretato. Un terzo ha trasformato quell’interpretazione in dogma. E a quel punto guai a chi non ci crede.

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Il potere, l’ipocrisia e le donne travestite da uomo

Il film non risparmia nessuno. Il potere romano è ridicolizzato attraverso Ponzio Pilato e la sua erre moscia — un’invenzione comica pura dei Python, non un riferimento storico, che serve a sgonfiare in un colpo solo l’autorità più temuta.
La scena della lapidazione è un altro capolavoro. Nella legge ebraica del tempo le donne non potevano parteciparvi. Quindi tutte si travestono da uomo con false barbe per aggirare il divieto.
E poi c’è il Fronte Popolare della Giudea — John Cleese in stato di grazia — che passa più tempo a discutere di ideologia e a combattere le fazioni rivali che a fare qualsiasi cosa concreta.

Conclusioni

Brian di Nazareth non è un film che si lascia guardare distrattamente.
I Python non stanno attaccando la fede. Stanno attaccando chi usa la fede, o qualsiasi altra ideologia, per smettere di pensare. È un messaggio scomodo e lo era ancora di più nel 1979. Ma è anche un messaggio generoso: l’invito a ragionare con la propria testa, a non seguire nessun sandalo e nessuna zucca, è in fondo un atto d’amore nei confronti dello spettatore.
«Siete tutti individui!» grida Brian dalla finestra. «Sì, siamo tutti individui!» risponde la folla all’unisono. Cinquant’anni dopo, fa ancora ridere. E fa ancora riflettere.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Interpretazioni
Sceneggiatura
Emozioni

SOMMARIO

Brian di Nazareth non attacca la fede, si rivolge a chi smette di pensare. I Monty Python firmano un capolavoro che dopo 50 anni non ha perso la sua luce.
Margherita Miracolo
Margherita Miracolo
il cinema mi accompagna da quando ero bambina: prima come gioco, poi come rifugio e infine come passione coltivata tra visioni, approfondimenti e nuove scoperte. Dal cinema d'autore al blockbuster, ogni film è un'occasione per entrare in un mondo fatto di stimoli, emozioni e riflessioni

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