Recensioni Serie TVBorgen – il potere secondo i danesi

Borgen – il potere secondo i danesi

Nell’Amleto William Shakespeare scriveva: “c’è del marcio in Danimarca” e la serie Borgen sembra partire da questo assunto. In questo serial politico, infatti, vengono trattate le trame del potere, alle quali anche chi vorrebbe restare immacolato finisce per cedere. Una serie che ha avuto due momenti di vita diversi. Una tra il 2010 e il 2013, con la realizzazione di tre stagioni, eccellenti, una seconda nel 2022 con la produzione di Netflix. Non si hanno notizie certe circa la realizzazione di una quinta stagione. La protagonista Sidse Babett Knudsen si è detta sicura che il progetto sia giunto al termine. La trasmissione su Netflix ha sicuramente aumentato la popolarità di un prodotto che in Italia era finito su canali minori.

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Borgen

Borgen – la trama

Brigitte Nyborg (Knudsen) è la segretaria di un piccolo partito centrista che ha guidato al miglior risultato elettorale della sua storia. La donna aveva stretto un patto con il Partito Laburista per poter scalzare dal potere il Partito Liberale. A pochi giorni dalle elezioni, di fronte all’ascesa dell’estrema destra, però, il leader laburista Michael Laugesen aveva annunciato una stretta sull’immigrazione, causando una rottura col partito di Nyborg. A seguito delle elezioni, Brigitte viene quindi incaricata dalla regina di Danimarca di formare un nuovo governo. Per poter governare, però, il suo partito ha bisogno di trovare la maggioranza in Parlamento. A supportare Brigitte è lo spin doctor Kasper Juul (Pilou Asbaek, noto per il ruolo di Euron Greyjoy ne Il trono di spade). Kasper si dimostra in più occasioni meno idealista e più cinico del suo capo.

Ma sarà proprio lui a doversi occupare di tacere uno scandalo riguardante una sua amica, la giornalista Katrine Fonsmark (Birgitte Hjort Sørensen). La giovane donna ha una relazione clandestina con il capo del personale del partito liberale e l’uomo viene colto da un infarto mortale proprio mentre si trova con lei. Ma mentre da una parte tenta di nascondere un potenziale scandalo, Kasper tenta di utilizzarne uno a suo favore. Il capo del partito liberale, Hesselboe, infatti ha utilizzato fondi pubblici per le spese compulsive della moglie. Brigitte rifiuta di utilizzare la notizia, al contrario di Laugesen e dei laburisti. Scoperto che la fonte della notizia è proprio il suo spin doctor, la donna decide di licenziarlo. La serie procede così tra vicende politiche e scandali privati. Borgen è il nome con cui i danesi identificano Palazzo Christiansborg, qui hanno posto il Parlamento, l’ufficio del premier e la corte suprema.

Borgen – qual è il costo del potere?

Brigitte Nyborg arriva al potere quasi per caso. Il suo non è il partito più votato alle elezioni, né una forza tradizionale dello schema politico danese. Questo assunto che potremmo definire, sommariamente, politologico è necessario per comprendere lo sviluppo dei personaggi. La protagonista è una donna, che conosce la politica ma è aliena a molte dinamiche del potere. L’ideatore Adam Price si muove sul filo: da una parte prende dalla realtà, dall’altra se ne fa precursore. Bisogna tenere presenti i grandi cambiamenti a livello politico maturati a livello globale quando la serie è stata prodotta, quindi tra il 2010 e il 2013. I temi politici diventano pretesti per osservare l’evoluzione dei personaggi. Price sembra far propria la lezione dei grandi film e delle grandi serie sulla politica.

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Idealmente, si potrebbe piazzare Borgen a metà di una linea che va da West Wing ad House of Cards. Nella serie di Aaron Sorkin, a prescindere dalle azioni politiche, emerge spesso una visione alta, idealizzata (forse troppo?) della politica. Al contrario in House of Cards viene fuori una visione machiavellica, tossica del potere. La serie danese sembra dialogare con entrambi questi estremi. Cambiano i personaggi nel senso che prendono una dimensione che non si confà a quello che avevamo visto prima. C’è un appiattimento generale nella direzione di un thriller politico americaneggiante, privo di spinte verso l’alto e di qualcosa di veramente appassionante. Un vero peccato, di fronte a una serie che in qualità non aveva nulla da invidiare né a West Wing, né a House of Cards, anzi.

Borgen

Non è sempre necessario continuare

Netflix agisce spesso in modo poco attento rispetto alle dinamiche di un prodotto. La decisione di riprendere una serie come Borgen sembra più dettata dalla volontà di sfruttare l’ondata del successo del cinema danese. Tra Triangle of sadness, Un altro giro il paese ha vissuto e sta vivendo un periodo intenso di successi di critica e commerciali. C’è un’evidente specificità artistica che la Danimarca riesce a esprimere anche nelle serie. Ma in questo caso Netflix riprende un progetto chiuso da quasi dieci anni per una quarta stagione che sminuisce il valore complessivo della serie stessa. I personaggi nelle prime tre stagioni mantenevano una specificità che nell’ultima finiscono via via per perdere. La scrittura sembra trascinarsi verso una conclusione che dà l’impressione di essere cercata in fretta.

Borgen, comunque, è tornata a far parlare di sé, indipendentemente dalla propria volontà. Le mire espansionistiche del nuovo presidente degli USA sulla Groenlandia fanno un po’ pensare a quanto avviene nella quarta stagione. Infatti, in questo caso l’isola è un nucleo narrativo centrale della stagione. La serie ha il merito di essere una versione europea di un genere che non ha grandi epigoni, soprattutto recenti. Rimane comunque un’opera di tutto rispetto, che può far contenti gli amanti del genere.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Borgen era una serie pressoché perfetta, rovinata da una quarta stagione non necessaria
Stefano Minisgallo
Stefano Minisgallo
Si vive solo due volte come in 007. Si fanno i 400 colpi come Truffaut, Fino all’ultimo respiro come Godard. Il cinema va preso sul serio, ma non troppo. Ci sono troppi film da vedere e poco tempo, allora guardiamo quelli belli. Il cinema è una bella spiaggia, come nei film di Agnes Varda.

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