La serie Il Mostro rappresenta un passo importante nel panorama del crime italiano. A firma di Stefano Sollima – noto per produzioni come Gomorra e Suburra – e Leonardo Fasoli, lo show affronta uno dei casi di cronaca nera più famigerati d’Italia: quello del Mostro di Firenze. Su Netflix dal 22 ottobre 2025 – e presentata in anteprima all’82esima edizione del Festival del Cinema di Venezia – la serie si distacca dal semplice “true crime” per costruire un racconto che è “sopra” la cronaca: una riflessione sul male, la disperazione, la memoria collettiva e la verifica della verità.
Con quattro episodi e un cast di giovani attori scelti per autenticità più che per fama, Il Mostro ha il coraggio di non offrire soluzioni definitive: “il mostro potrebbe essere chiunque”, recita una delle citazioni centrali dell’opera. Questo approccio lo rende non solo un thriller avvincente, ma un’opera che interroga lo spettatore.

Il Mostro – La trama
Ambientata in Toscana, nella prima parte degli anni ’80 (ma con frequenti flashback al 1968), la serie segue l’indagine su una serie di duplice omicidi: coppie che amavano appartarsi in auto nelle campagne fiorentine vengono brutalmente massacrate, sempre con la stessa arma – una Beretta calibro 22 – e lo stesso marchio di crudeltà: mutilazioni che segnano profondamente la memoria collettiva.
La protagonista è la sostituta procuratrice Silvia Della Monica (Liliana Bottone), unica donna in una squadra dominata da uomini e sospetti. L’indagine la conduce verso la cosiddetta “pista sarda”, che ha al centro il giovane sardo Stefano Mele (Marco Bullitta) e una comunità isolata che potrebbe nascondere il segreto dell’assassino.
La narrazione procede a salti temporali, mettendo in parallelo la paura del presente e i fantasmi del passato, gli errori investigativi e le vittime dimenticate.
Non è un semplice racconto di “chi ha ucciso”: è un’indagine su come la società, le istituzioni e la stampa hanno contribuito a costruire un caso irrisolto.

Il Mostro – La recensione
Dal punto di vista stilistico, Il Mostro brilla per la sua atmosfera: le location toscane – Firenze, Signa, Campi Bisenzio – restituiscono una provincia italiana carica di bellezza e inquietudine al tempo stesso.
La fotografia è cupa, puntuale, con colori smorzati che accentuano la sensazione di claustrofobia e sospetto. Sollima evita gli exploit gratuiti del vero crime-show e punta su un ritmo misurato, dove il silenzio spesso pesa più delle parole.
La sceneggiatura di Fasoli e Sollima opta per non dare tutte le risposte: questo può risultare frustrante per alcuni spettatori, ma è coerente con il materiale di partenza. Come sottolineato da critici, la serie “non offre una verità, ma scava nell’ambiguità del male”.
Tra le scelte più efficaci c’è quella di privilegiare la dimensione psicologica dei personaggi: l’investigatore, il sospettato, la vittima. Le pietre d’inciampo dell’indagine — depistaggi, mancanze, frivolezze mediatiche — vengono raccontate senza sensazionalismo, ma con rigore narrativo.
La gestione equilibrata della tensione impedisce alla narrazione di diventare monotona e tiene costantemente alta l’attenzione. Lo spettatore si trova emotivamente coinvolto, senza mai sentirsi manipolato.
Tuttavia, qualche criticità emerge: il jump-temporal frequente può disorientare, e la scelta di utilizzare giovani attori poco noti è tanto un pregio quanto un limite, perché richiede allo spettatore maggiore impegno interpretativo.

Il Mostro non è solo una serie sul serial killer: è una riflessione sulla memoria collettiva, sul dolore irrisolto, sulla credibilità delle istituzioni e sull’impatto del male sulla comunità. Lo spettacolo diventa occasione per dire che certe ferite non si rimarginano, e che perfino la verità può rimanere nascosta.
In questo senso, la serie funziona a pieno: induce inquietudine, suscita domande e non offre conforto. Il fatto che non ci sia una soluzione “chiusa” rispecchia la realtà del Mostro di Firenze e lo rende più potente.
Il Mostro – Conclusioni
In conclusione, Il Mostro è uno degli esempi migliori di true crime prodotto in Italia negli ultimi anni. Potrebbe non piacere a chi cerca risposte certe o ritmo serrato da thriller commerciale, ma è ideale per chi vuole guardare un racconto complesso, stratificato e con un’identità autoriale forte. È un invito a guardarsi intorno, a domandarsi “Chi è il mostro?”
Si impone come una delle produzioni italiane più mature e consapevoli del catalogo Netflix. Stefano Sollima (regista anche di Senza Rimorso) riesce a fondere la tensione del thriller con la profondità del dramma sociale, evitando di scadere nel compiacimento morboso che spesso accompagna i racconti di cronaca nera. La serie non cerca di dare risposte definitive, ma di far emergere il vuoto e l’ambiguità che circondano una vicenda ancora oggi irrisolta nell’immaginario collettivo.
È un’opera che costringe lo spettatore a interrogarsi sul male, sulla giustizia e sul modo in cui la società costruisce i propri mostri. Un lavoro di regia preciso e un cast in stato di grazia rendono Il Mostro non solo un ottimo prodotto di intrattenimento, ma anche una riflessione profonda sul potere della paura e sulla fragilità dell’animo umano.
