Alla fine degli anni ’90, si è materializzata un’idea tanto audace quanto affascinante: la realizzazione di un film live-action dedicato a Lupin III, con al centro il volto camaleontico di Jim Carrey nei panni del celebre ladro gentiluomo. A svelarlo è stato lo sceneggiatore di Hellboy, Peter Briggs, tuffandosi con i ricordi al 1997 e definendo quella sceneggiatura come “la più folle” fra quelle che abbia mai scritto.
La genesi
Al tempo Lupin era ormai un’icona dell’animazione giapponese e un volto familiare anche al pubblico internazionale, grazie alla diffusione televisiva e all’home video. Nato dalla matita di Monkey Punch alla fine degli anni ’60, il personaggio aveva già vissuto una delle sue interpretazioni più celebri con il film Il castello di Cagliostro (1979), esordio alla regia di Hayao Miyazaki per lo Studio Ghibli, che aveva contribuito a raffinarne l’immagine e ad ampliarne il fascino anche al di fuori del Giappone. Questo background di popolarità e di riconoscimento artistico rendeva plausibile e potenzialmente vincente l’idea di un adattamento live-action occidentale, soprattutto con un interprete in grado di incarnare la sua ironia e imprevedibilità come Jim Carrey.
Il declino
Il progetto, sviluppato in collaborazione con il regista hongkonghese Tsui Hark e il produttore A. Kitman Ho, avrebbe avuto tutte le carte in regola per proiettare il personaggio nel cinema occidentale con un impatto rivoluzionario. Tuttavia, il sogno si è infranto su un ostacolo cruciale: la perdita dei diritti da parte del produttore Alex Ho, che ne ha determinato il definitivo annullamento. È inevitabile pensare a ciò che tale snodo avrebbe potuto significare e a come Jim Carrey, attore che verso la fine del secolo si trovava nel pieno della sua maturità artistica, avrebbe potuto infondere al personaggio quelle sfumature di humour, eleganza e follia che lo caratterizzano, riscrivendo le regole dell’adattamento anime a Hollywood e consacrando quello di Lupin un vero e proprio fenomeno globale.
Ad oggi, ciò che ci rimane di tale vicenda è un solo, affascinantissimo, “what if?”: un’idea che, forse, era troppo avanti per l’epoca, ma che oggi appare come una colossale occasione mancata che avrebbe potuto spalancare la porta a un nuovo tipo di narrazione transnazionale tra anime e cinema mainstream.
