Ci sono voluti circa trent’anni a Jacques Demy per portare in scena Una camera in città, nel 1982. Il cineasta già tra il 1953 e il 1954 aveva iniziato a scrivere un romanzo con questo soggetto, trasformato poi in una sceneggiatura. Come accaduto a molti altri grandi registi, è stato in qualche modo il progetto che ne ha accompagnato la carriera. Negli anni Demy ha ripreso più volte in mano il soggetto, modificandolo. Negli anni ’60 una nuova versione vedeva al centro dell’opera un amore omosessuale, ma non riuscendo a trovare fondi, dovette ripensare la storia.
Si tratta di un film che segna una rottura con alcuni collaboratori abituali del regista, come il compositore Michel Legrand e Catherine Deneuve. L’attrice, già protagonista di altre magnifiche opere di Demy, non accettava di essere doppiata nel canto come avvenuto in precedenza. Il rifiuto di Legrand aveva delle motivazioni di carattere più politico. Il compositore non era, infatti, d’accordo con le tematiche di fondo del film, nelle quali vedeva la forte influenza della compagna di Demy, Agnès Varda.

Una camera in città – trama e cast
Una camera in città si svolge a Nantes nel 1955, nel pieno delle proteste operaie. François è un operaio (Richard Berry) con una stanza in affitto presso la casa della vedova di un colonello, Madame Langlois (Danielle Darieux). François ha una compagna: Violette (Fabienne Guyon) che resta incinta dell’uomo, che non è però convinto dei sentimenti che nutre per lei. Coinvolto in prima persona nel movimento di protesta, François incontra una sera Édith (Dominique Sanda) che crede essere una prostituta. In realtà la donna si prostituisce perché infelice della propria vita, del rapporto con la madre e soprattutto col marito Edmond (Michel Piccoli). Solo dopo aver passato la notte assieme, François scopre che Édith altri non è che la figlia della donna presso cui è in affitto.
La relazione tra i due è osteggiata da più parti, ma la coppia è decisa a vivere assieme. Il delirio di possesso del marito di Édith lo porta a una scelta tragica. La donna decide così di tornare a casa della madre, che la accoglie nonostante la contrarietà alla relazione con François. Nello stesso momento in casa di Madame Langlois si reca anche Violette, decisa a parlare con l’ormai ex compagno. Ma la conclusione della storia avrà risvolti tragici, che in qualche modo toccheranno tutti i personaggi.

Una camera in città – la recensione
Considerata l’opera più cupa e immediatamente politica di Jacques Demy, Una camera in città è un film stratificato. Il regista ha sempre realizzato film con uno sfondo sociale più rilevante di quanto possa apparire a una prima lettura. In questo caso, decide di rendere ben visibile questo clima, di farne l’elemento centrale. I personaggi sono archetipici, con una tradizione che affonda più nell’opera che nel cinema. Esattamente come ne Gli ombrelli di Cherbourg un amore finisce a causa della guerra, qui un amore finisce nell’incolmabilità delle differenze sociali. In questo senso, si tratta di un lavoro che ci fornisce una prospettiva nuova per leggere i film di Demy. Tutto tende al dramma in questa storia che si consuma tra una canzone e l’altra, senza interruzioni dialogiche.
Il regista parlandone affermò di aver realizzato un’opera sulle passioni, su dei personaggi che difendono i propri diritti, gli amori, la felicità. Rifiuta quindi la determinazione di film politico in senso stretto. Restano però politiche in qualche modo le conclusioni che se ne traggono, anche drammatiche. Non rinuncia alla sua dimensione estetica, ma allo stesso tempo ne concepisce una forma più oscura, più cupa, appunto. Agli attori viene chiesto di calarsi in un contesto che sembra fuori dalla dimensione temporale, pur essendo così legata ai fattori esterni. Si può leggere, ovviamente, il film in rapporto alle opere precedenti di Demy. La faccia oscura della luna de Gli ombrelli di Cherbourg. Qui l’amore si rappresenta in modo più carnale, non si evita la nudità. La storia finisce nel modo più tragico possibile, come – in fondo – triste era il finale di Cherbourg.

Sul cinema politico
Demy rifiuta quindi la definizione di film politico, per un’allergia a incasellare il suo lavoro sotto una categoria che non sente appartenergli. Gli stilemi di Una camera in città rientrano comunque in quella che forse per comodità e immediatezza (o anche pigrizia?) si definisce come cinema politico. Si possono ricavare elementi per analizzare il mondo attorno se non da tutti, da molto dei film che vengono prodotti. Tutto questo non ha a che fare né con la qualità, né con l’accettare tutte le idee proposte, ma col fatto stesso che vengano proposte. Demy parla di passioni, di amori, difesa dei diritti e della propria felicità, ebbene, è una definizione politica. Non va ristretto il campo del cinema politico, semmai allargato quello del senso della parola politica.
È chiaro che alcuni film e alcuni registi siano dichiaratamente e fermamente politici, a partire dalle intenzioni dei registi. Jafar Panahi fa cinema politico già solo per il fatto di girare, date le condizioni di clandestinità in cui si trova sovente a operare. Ci sono autori di cinema che hanno legato indissolubilmente il loro nome al cinema politico: è il caso dei Dardenne, di Ken Loach. La definizione di per sé non indica la qualità, esistono diverse opere cinematografiche con al centro il mondo operaio. Non esistono, allo stesso tempo, molti film belli come Io, Daniel Blake.

