Walter Salles è una figura ormai iconica del cinema brasiliano e Io sono ancora qui, suo decimo lungometraggio è destinato agli annali. È destinato sicuramente agli almanacchi della storia del cinema brasiliana come primo film del paese ad aver vinto un Oscar. Ainda estou aqui, questo il titolo originale, però, è molto di più di questo o quel premio. Un film che ci porta nel Brasile sotto la dittatura a conferma della propensione di molti cineasti sudamericani a confrontarsi con la storia dei propri paesi. Lo stesso è avvenuto di recente con un altro bel film: Argentina 1985. Senza dimenticare i primi successi internazionali di Larraìn, che raccontano il Cile tra la fine della dittatura e il ritorno alla democrazia.

Io sono ancora qui – trama e cast
1970, Eunice Facciolla (Fernanda Torres) vive nella sua villa sulle spiagge di Rio assieme al marito Rubens Paiva (Selton Mello) e ai figli. Rubens, ingegnere, è un ex deputato costretto a lasciare la vita politica a seguito dell’ascesa della dittatura avvenuta pochi anni prima. Eunice, temendo per l’incolumità della figlia maggiore, Veroca (Valentina Herszage) lascia, intanto, che la ragazza parta per Londra. Tutta la famiglia ignora che Rubens sia ancora politicamente attivo e che finanzi l’opposizione al regime. Eunice e la seconda figlia Eliana (Luiza Kosovski) lo scoprono solo quando l’uomo viene prelevato da casa da alcune figure legate al regime stesso. Anche Eunice e la figlia vengono prelevate e interrogate, col sospetto che siano coinvolte nell’attività di Rubens.
Tornata a casa, la donna inizia una battaglia difficile. Dapprima tenta di capire dove sia stato portato il marito e cosa fare per ritrovarlo. Poi, compreso il destino di Rubens si adopera per tenere al riparo la sua famiglia da possibili ripercussioni. Ma Eunice non rinuncia a sapere la verità e a combattere con ogni mezzo per scoprire cosa sia successo al marito. Io sono ancora qui è una storia vera, tratta dal romanzo di Marcello Rubens Paiva, figlio di Eunice e Rubens.

Io sono ancora qui – l’impegno politico, la vita privata
Nella storia privata della famiglia Paiva si interseca la storia di un paese. Io sono ancora qui è un esempio raro di cinema politico, ma allo stesso tempo un grande romanzo familiare. Il punto centrale, dove tutto converge e dal quale tutto parte è Eunice. Fernanda Torres mette in scena un’interpretazione carica di significato, di dolore ma anche di incrollabile resistenza da generare commozione. Chiamata a vivere una vita diversa, anzi, due vite. Da una parte l’impegno familiare, quello di tenere i propri figli al sicuro e allo stesso tempo all’oscuro del destino del padre. Dall’altra un senso crescente di giustizia, portato avanti con la stessa tenacia. È Fernanda Torres a rappresentare non solo sé stessa, non solo la sua famiglia, ma in qualche modo tutta la storia del paese.
Salles decide di non dire e mostrare troppo della dittatura, se non per alcune sequenze che ne rendono bene la spietatezza. È in una di queste scene che vediamo, una volta unica, Eunice abbandonare il suo atteggiamento compito e sobrio. È il momento della realizzazione del destino del marito, ma anche della nuova forma della sua vita. Ci sono due salti temporali in avanti nel film ed entrambi hanno a che fare con la memoria. Di nuovo, si uniscono il privato e il politico, sempre più inscindibili. Il finale ci mostra Eunice (Fernanda Montenegro, madre di Fernanda Torres) colpita dall’Alzheimer che guarda la televisione che parla proprio del regime e dei desaparecidos. La scena seguente ripropone l’inizio del film e l’elemento ricorrente della fotografia di famiglia. Una foto di famiglia che era diventata un atto politico dopo la sparizione di Rubens, una foto di famiglia chiude questa storia.

Il cinema e la memoria
Io sono ancora qui è un film di impegno civile che però parte dalla sua dimensione privata. È il modo con cui il cinema ci sta in questi ultimi anni raccontando la grande storia, i grandi momenti di un paese o del mondo. La tendenza del cinema sudamericano a confrontarsi col proprio passato di dittature feroci e privazioni della libertà non fa eccezione. C’è un film che può sembrare distante da questo e che invece ha dei punti di contatto del recente cinema europeo: Madres Parallelas. Come nel film di Almodovar anche in questo ricorre l’elemento della fotografia. Ma soprattutto, in entrambi i film il cardine è l’elemento della memoria, del ricordo dei propri cari.
È soprattutto il finale a far venire in mente il parallelismo. Per i parenti delle vittime del regime, i desaparecidos, non si tratta più di trovare vivi i propri amati, ma di trovarli e basta. La memoria passa anche attraverso i corpi. La memoria passa attraverso l’impegno quotidiano di ottenere giustizia e verità di chi rimane. Fernanda Torres porta in scena, allora, questo personaggio che deve diventare emblema di tutto questo. Selles realizza uno dei suoi migliori film, forse il migliore, in questo romanzo familiare che racconta la storia del suo paese. Una delle migliori opere dell’ultima stagione, che meriterebbe in sala lo spazio adeguato e la possibilità di essere visto ovunque in lingua originale.

