4 mosche di velluto grigio è un film del 1971 diretto da Dario Argento, terzo capitolo della cosiddetta “Trilogia degli animali” che ha segnato l’esordio folgorante del regista romano nel panorama del thriller all’italiana e che diede inizio al percorso dello stesso verso la consacrazione come “Maestro del Brivido”, soprannome ancora oggi riconosciuto a livello internazionale. Dopo “L’uccello dalle piume di cristallo” del 1970 e “Il gatto a nove code”, uscito anch’esso l’anno seguente, Argento spinge in questo progetto ancora più in là la sperimentazione visiva e narrativa, costruendo un prodotto capace di mescolare paranoia, surrealismo e ironia nera.
Il risultato? Un thriller sicuramente non esente da difetti ma dall’impatto emotivo non indifferente la cui uscita ottenne sin dai primi momenti di vita della pellicola una buona risposta da parte della critica, nonostante il film venga ricordato dal panorama contemporaneo come uno dei lavori minori del cineasta classe 1940. Papabile ruolo da complice in tal senso, è sicuramente quello rivestito dalla questione diritti, cavillo controverso per cui 4 mosche di velluto grigio sparì per un lungo lasso temporale dai palinsesti offerti dai radar televisivi e arrivò sul mercato home video solamente nel 2009, per poi riappacificarsi con lo stivale tre anni dopo grazie alla distribuzione di Rai Cinema.

4 mosche di velluto grigio- Trama
Protagonista della pellicola è Roberto Tobias (Michael Brandon), un giovane batterista coinvolto suo malgrado in un omicidio e perseguitato da una presenza misteriosa che, avendo assistito e fotografato l’uccisione del personaggio, comincia a ricattare quest’ultimo: una spirale di eventi strani, sospetti e visioni condurranno presto il batterista sull’orlo della follia e lo costringeranno a fare i conti con l’ignoto e con la paura.

4 mosche di velluto grigio- Recensione
Nonostante i difetti che permeano la narrazione rendendola a tratti forzata tramite l’ausilio e la ramificazione di scorciatoie poste non sempre a fuoco nella loro interezza, 4 mosche di velluto grigio gode di un fascino stilistico difficile da ignorare, attraverso la sua serie di sequenze intrise di tensione e la presenza di tasselli di cruda umanità destinati a persistere nel proseguimento della carriera del regista.
Facendo leva su quest’ultimo punto, interessante assistere al modo in cui Dario Argento, sin dagli albori del suo percorso artistico, amasse giocare con i luoghi fino a renderli a larghi tratti i protagonisti de suo terreno narrativo, anche a costo di sacrificare la credibilità celatasi dietro alcune scelte optate dalla trama. Esemplare in tal senso, la sequenza dell’inseguimento lungo i giardini pubblici della città, un momento in cui lo spazio urbano si trasforma in un vero e proprio teatro dell’allucinazione, più vicino a un sogno disturbato che a un’azione verosimile. In questa maniera il giardino si deforma,nutrendosi di una forma atipicamente labirintica e privandosi della coerenza del ciclo giorno-notte pur di offrire uno spazio narrativo che possa modellarsi all’atmosfera preposta.
In tal senso,il connubio tra giochi di luce innaturali e inquadrature sghembe che alterano la percezione del reale, contribuisce a quella sensazione di spaesamento che attraversa tutto il film. Argento non sembra interessato alla coerenza logistica quanto piuttosto alla potenza visiva e simbolica del luogo: la città non è più sfondo, ma organismo vivente, capace di accogliere e manipolare le ossessioni del protagonista.

Un team di spessore
Nonostante la cifra stilistica dietro 4 mosche di velluto grigio appaia ad oggi più come un naturale banco di prova dove testare i propri meccanismi visivi e non, l’impronta del montaggio del francese Bonnot, codiuvata con l’apparato musicale del compositore Ennio Morricone -fresco al tempo della storica e fruttuosa collaborazione con il regista Sergio Leone iniziata pochi anni prima-offre come risultato un significativo antipasto che Argento avrebbe offerto al suo pubblico prima di lanciarsi neanche quattro anni dopo nella lavorazione di “Profondo Rosso”, pellicola considerata ancora oggi come la punta di diamante della carriera del Maestro, e di “Suspiria” (1977), altro film di spicco del regista.
Le assonanze con tale opera appaiono in tal senso come particolarmente in armonia: se da un lato il terzo capitolo della trilogia argentiana mostrava un vivido desiderio di indipendenza dai fratelli maggiori e maggiormente legati alle logiche del genere thriller, così tale foga stilisticamente si tradusse nella pellicola tramite una maggior spinta verso l’elemento del disturbante, ponendo come esempio cardine su tutti l’ausilio narrativo mosso dal voler associare al cosiddetto villain della storia un’inquietante maschera da pupazzo.

La spiegazione del titolo
Così come recita il proverbio italico secondo cui il buongiorno si vedrebbe dal mattino, così le atmosfere deliranti proposte da 4 mosche di velluto grigio vengono anticipate sin dalla locandina, la cui immagine e dicitura accolgono sin dai primi momenti lo spettatore nell’immaginario collettivo del regista romano preannunciando un agrodolce e spaventoso ‘lasciate ogni speranza o voi che entrate’. A tal proposito il titolo, apparentemente enigmatico, fa riferimento a una tecnologia pseudo-scientifica denominata optografia, secondo cui sarebbe possibile imprimere sulla retina l’ultima immagine vista prima della morte. Ad un certo punto del film, proprio grazie a questo procedimento, compare la sagoma di quattro mosche disposte a formare un disegno inquietante, elemento chiave per l’identificazione dell’assassino.

In conclusione
4 mosche di velluto grigio non è solo un tassello della carriera di Dario Argento, ma un frammento onirico incastonato nel cuore più oscuro del suo cinema. Un film che vibra di tensioni irrisolte, dove l’estetica prevale sulla logica e il delirio visivo anticipa l’immaginario barocco che esploderà di lì a poco nel percorso artistico del regista. Tra difetti evidenti e intuizioni geniali, l’opera conserva ancora oggi un fascino anomalo, fragile e perturbante: un esperimento incompleto ma necessario, che testimonia la ricerca continua di un autore nel trasformare il thriller in incubo, e la realtà in visione.
