Lee Cronin – La mummia (2026) è un titolo che pone subito lo spettatore di fronte a una domanda: chi diamine è Lee Cronin? Forse l’autore del romanzo da cui ha avuto origine il franchise? Come Frankenstein di Mary Shelley o Dracula di Bram Stoker, ad esempio. Niente affatto, anche perché non ci fu alcun romanzo dietro l’ispirazione del primo La mummia, cult del ’32 con Boris Karloff. Lee Cronin è il nome del regista, nato a Dublino nel 1982 e con soli 2 altri lungometraggi all’attivo: l’esordio nel 2019 con The Hole – L’abisso e il reboot de La casa nel 2023. Non proprio una carriera scolpita nell’immaginario collettivo.
Eppure, pare essersi già meritato “il nome sopra il titolo”. Questa espressione campeggia sulla copertina dell’autobiografia di Frank Capra, figlio d’immigrati italiani che fece una lunga gavetta nella nascente industria hollywoodiana prima di riuscire a ottenere, appunto, il proprio nome sopra ai titoli dei propri film. Una conquista che lo avrebbe consacrato nell’olimpo dei registi, nonché un richiamo inconfondibile per il pubblico, che da quel punto in poi avrebbe saputo sempre cosa aspettarsi: un elogio ai buoni sentimenti e un finale che avrebbe mandato a casa tutti felici. Tornando a Cronin, è evidente come i navigati produttori horror James Wan e Jason Blum abbiano scelto di puntare forte sulla sua statura “autoriale”, scommettendo su un riconoscimento futuro – più che su quello presente – e indicando così la subalternità del franchise a una reinterpretazione personale del mito.

Lee Cronin – La mummia – Trama
La storia narrata da Cronin comincia al Cairo, dove una famiglia locale nasconde un inquietante segreto che ha a che fare con un sarcofago. Ma è un’altra famiglia a prendersi subito la scena: i Cannon. Di stanza in Egitto per esigenze lavorative del padre e marito Charlie (Jack Reynor), vanesio giornalista televisivo corrispondente per un’emittente americana, completano la formazione con la moglie infermiera Larissa (Laia Costa), il primogenito Sebastián e la piccola Katie, 8 anni. Quest’ultima, un giorno, viene avvicinata alla rete del giardino di casa da una donna misteriosa, da cui viene rapita lasciando i genitori nella rabbia e nella disperazione. 8 anni dopo, ad Albuquerque, dove i Cannon si sono rifatti una vita e una bambina, Maud (che ora ha giustappunto 8 anni), suona il telefono: hanno ritrovato Katie. Già, ma in quali condizioni?

Lee Cronin – La mummia – Recensione
Dopo il debole incipit splatter, dichiarazione d’intenti da vero e proprio pop corn movie, in un’epoca in cui il genere sembra sempre dover puntare all’arthouse, Cronin si smarca già dalle pretese generate dal titolo del film, ma aggiusta il tiro architettando con buona dose di spettacolarità un inseguimento tra le strade del Cairo sotto una tempesta di sabbia. Un incrocio alternato d’inquadrature ora dall’alto ora tra il caos urbano, che anticipa la tensione tra corporeo ed extra-corporeo su cui si giocherà il resto del film. Crea poi, in questo modo, un coerente riferimento al cinema di Friedkin, maestro d’un cinema di corpi in fuga, di rincorse estenuanti e di lotta contro il male.
L’influenza di Friedkin si fa poi lampante a partire dal secondo atto, quando Katie, in stato catatonico, torna a casa con fattezze che evocano già quelle di Regan ne L’esorcista. Più dei sarcofagi, delle antiche scritture e dell’esoterismo che ci si aspetterebbe da un film de La mummia, infatti, a Cronin interessa il microcosmo familiare alle prese con un corpo allo stesso tempo integrante ed estraneo, ritrovato ma posseduto. Gli interessa studiare le reazioni dei componenti di quel nucleo: dai rosari della nonna cristiana d’origini ispaniche alla paura infantile di Maud, passando per i sensi di colpa che logorano e dividono Charlie e Larissa.

Un film citazionista
James Wan (The conjuring – L’evocazione, Insidious) ci ha insegnato che una possessione demoniaca è l’occasione migliore per mettere alla prova la forza dell’unità familiare ed è proprio su questo solco che si muove il film. Pur seguendo i cliché del filone, l’allievo Cronin dosa con gusto ritmo e registri, divertendosi con un body horror molto vicino alla Mosca di Cronenberg (si pensi all’asportazione di pelli, unghie e denti) e giocando con gli spazi nascosti della casa, richiamando alla memoria i cunicoli oltre le pareti de La casa nera, il capolavoro dimenticato di Wes Craven.
All’impianto citazionista, si aggiunge un altro elemento legato al recupero del passato: la vhs. È infatti attraverso questo formato che giungono le prove del rito subito dalla piccola Katie. Un espediente vintage che trova una sua giustificazione narrativa nell’arretratezza degli ambienti e nello scarto temporale, dimostrando ancora una volta l’efficacia orrorifica dell’immagine analogica. L’estetica documentaria a cui tante volte il genere ha fatto ricorso, soprattutto in questo secolo (ma il precursore fu il nostro Ruggero Deodato con Cannibal Holocaust nel lontano 1980).

Donne forti e scene madri
Il ritrovamento della videocassetta è anche il culmine tensivo della storyline legata alla detection, che ha per protagonista l’agente investigativo della polizia egiziana Dalia Zaki (May Calamawy). Questa prosegue in parallelo (Friedkin docet, anche in questo caso), delineando tra un’ellissi e l’altra la parabola ascendente di una donna estremamente determinata, capace di raggiungere i più alti gradi in un sistema estremamente conservatore. Come ne La casa – Il risveglio del male, anche qui sono le donne a ricoprire i ruoli cruciali, mentre l’uomo è costretto a riconsiderare la propria posizione all’interno della famiglia. Charlie, infatti, è chiamato a farsi da parte e a mettersi al servizio della catarsi, dopo aver assistito, impotente, ai flagelli scagliati dal demone Nasmaranian contro i suoi affetti dell’altro sesso.
L’emblema di questo tema sta in una delle “scene madri” del film, quella orchestrata sulle note di The Weight, il brano con cui i The Band, non a caso, cantavano la loro disponibilità a caricarsi sulle spalle i peccati degli altri (“Take a load off, Fanny/Take a load for free/Take a load off, Fanny/ And you put the load right on me”). Un montaggio alternato in cui, ancora una volta, le cause di un’azione sovrannaturale si riversano su una situazione quotidiana (il viaggio di ritorno in macchina da scuola a casa), dando implicazioni terrificanti a una colonna sonora diegetica (la musica nell’autoradio).

Lee Cronin – La mummia – Conclusioni
In conclusione, ci sentiamo di lasciare un giudizio sospeso sull’effettiva statura autoriale di Cronin, giacché non ci sembra che proponga nulla di davvero nuovo tra i codici linguistici dell’horror commerciale degli ultimi anni. Ne riconosciamo tuttavia il mestiere, il passo del narratore esperto (2 ore e 13 minuti di vivace intrattenimento), un nucleo tematico coerente rispetto alle proprie opere precedenti e una lodevole capacità di costruire sequenze a forte impatto visivo. Basterà tutto questo a confermagli “il nome sopra il titolo” anche nei prossimi lavori? Ai poster(i) l’ardua sentenza.
