Dal 29 aprile è disponibile in esclusiva streaming su MUBI il film di Tatiana Huezo Prayers for the Stolen, menzione speciale nella sezione Un certain regard a Cannes 2021.
Liberamente tratta dall’omonimo romanzo (2014) di Jennifer Clement, la pellicola segna l’esordio nel cinema di finzione per la Huezo, regista documentarista affermatasi nel 2011 con El lugar más pequeño e nel 2016 con Tempestad.
La trama
Huezo – nata in El Salvador ma cresciuta in Messico – denuncia l’impatto del mondo criminale messicano sulla vita sociale dei più indifesi e innocenti, tema già affrontato in Tempestad attraverso la testimonianza di due donne falsamente accusate di traffico di esseri umani e vittime della corruzione giudiziaria.
In un piccolo paesino sperduto tra le montagne del Messico, la vita di Ana e delle sue amiche Paula e Maria è da sempre in pericolo. Un cartello della droga controlla il paese, tenendo sotto scacco la vita di tutti. A poco serve lavorare per i trafficanti, raccogliendo il lattice dei papaveri da oppio: nessuno ha la certezza di essere protetto dalle loro intenzioni criminali, su tutte quella di rapire le ragazzine per i traffici sessuali, come accade a una compagna di scuola delle tre protagoniste.
Le madri, sole, con i mariti lontani che spesso non si fanno più sentire e non inviano più soldi per la famiglia, istruiscono le figlie a nascondersi in buche scavate nei dintorni delle loro abitazioni in caso di razzie del cartello. Le costringono anche a tagliarsi i capelli, escamotage estremo e disperato per renderle simili ai maschi e sottrarle così da sguardi pericolosi.

Prayers for the Stolen – La recensione
Il film segue la vita delle tre protagoniste – Ana ha comunque un ruolo di primo piano –, dall’infanzia all’adolescenza. La particolarità di Prayers for the Stolen risiede nella scelta registica di scandire questo coming of age fissando la violenza ai margini delle scena (una marginalità analoga si ritrova in Robe of Gems di Natalia López Gallardo, presentato all’ultima Berlinale). C’è infatti un solo momento del film dove si può vedere la figura di un trafficante interloquire con la madre di Ana. Per il resto della pellicola, il cartello sembra una presenza misteriosa. Anonimo, si muove armato sulle grosse macchine, imperversando lungo le strade polverose del paese, in alternanza con le rare uscite dell’esercito.
Quello che preme alla Huezo è del resto comunicare la percezione estraniante che vivono le giovani nei confronti della loro stessa esistenza. Sono loro a dover decifrare le ragioni delle preoccupazioni materne; sanno chi è il pericolo, ma non viene mai spiegata loro la situazione generale. Ana (nell’infanzia interpretata da Ana Cristina Ordòñez González, nell’adolescenza da Marya Membreño) fa delle domande precise alla madre (Mayra Batalla) sulle sparizioni dell’amica e del maestro di scuola, ma non trova risposta.
Il muro di silenzio adulto è un modo per attutire l’ansia e la preoccupazione nei confronti di una spirale di violenza che da sempre tormenta quei territori e quelle vite. Ma è anche ciò che obbliga i più giovani a dover crescere trovando, in solitudine, risposte in vista di una esistenza di sola sopravvivenza.

Il film ha pochi dialoghi; le ragazzine stesse amano il gioco della telepatia, dove ciascuna deve riuscire a indovinare cosa l’altra stia pensando. È il loro modo di stare al mondo, cercare una verità dietro il silenzio, in un luogo mentale e non fisico. Le panoramiche sul paesaggio concorrono a sottolineare quest’aspetto, mostrando le poche strade circondate da imponenti rocce: uno spazio fisico che, per quanto sterminato, appare chiuso, invalicabile e impenetrabile.
Huezo, con quest’opera, passa dal documentario al cinema di fiction con una certa agilità, concedendosi una regia ricca e mutevole, carica di un pathos evocativo e simbolico rilevante (si veda l’importanza data al colore rosso che tiene assieme più elementi: il rossetto usate dalle bambine, i papaveri e il sangue). Lo scotto che paga in questo passaggio, tuttavia, è la poca contestualizzazione delle vicende.
Se nel documentario, inevitabilmente, il contesto che si sta indagando è chiaro e tiene viva la curiosità dello spettatore, in un film come Prayers for the Stolen, che affronta un preciso problema in un preciso luogo, annullarlo troppo è rischioso. Chi ha uno sguardo ingenuo o estraneo a certe problematiche può respirare troppa indeterminatezza lungo la visione del film. Ma forse anche qui si tratta di pagare un prezzo: quello di sentirsi più vicini alle protagoniste e al loro graduale e traumatico processo di conoscenza della realtà in cui vivono.
