Recensioni FilmIl ladro di bambini: il viaggio che ci cambia

Il ladro di bambini: il viaggio che ci cambia

Tenero, delicato e privo di qualsiasi retorica, Gianni D’Amelio realizza una pellicola che riecheggia cinema neorealista ( con particolare attenzione a De Sica ), Pasolini ma anche a Petri e Rosi ma sempre con un’identità forte ed omogenea. Il Ladro Di Bambini (1992) é un film commuovente e attualissimo.

- Pubblicità -

Il ladro di bambini – Trama:

Milano, 1992. Rosetta (Valentina Scalici) ha solo undici anni ma già si prostituisce a causa delle pressioni della madre. Suo fratello, Luciano, che di anni ne ha nove, é ancora troppo acerbo per poter pienamente cogliere il dramma della sorella. Quando il destino li pone nelle mani sicure di Antonio (Enrico Lo Verso) – un carabiniere che li sottrarrà agli orrori di cui sono stati vittime – per i tre si preannuncia l’inizio di un viaggio verso il riformatorio dove i bambini verranno ospitati.

Il ladro di bambini: il viaggio che ci cambia

Il ladro di bambini – Recensione:

Con Il Ladro di Bambini Gianni Amelio prosegue la propria ricerca autoriale sui temi dell’infanzia negata e la genitorialità impossibile già avviata in precedenti opere quali La fine del gioco (1970), Colpire Al Cuore (1983) e Porte Aperte (1990) generando un film intimo, dolce e crudo ma soprattutto dalla netta ispirazione neorealista. Con questo lungometraggio, il regista raggiunge l’apogeo in termini di esplorazione del tema. La famiglia tradizionale viene demitizzata a favore di rapporti umani non sanguigni ma di più intensa empatia, la condivisione emotiva é amplificata tra coloro che sono legati da unioni universali e non famigliari. Il genitore biologico risulta incapace di assolvere al proprio ruolo ed il senso di appartenenza viene collocato altrove, in un luogo fatto di carne e sangue e non nel freddo esoscheletro delle mura domestiche.

Forse é anche per questa ragione che – durante il lungo viaggio che i nostri protagonisti intraprendono – mai figura un luogo concreto ( da intendersi come abitazione ) che abbia i connotati di un luogo sicuro, accogliente. Dal quartiere dormitorio fatiscente che dà avvio alla vicenda fino alle case abusive e mai terminate del sud Italia, senza escludere l’abitazione della sorella di Antonio – così anonima e scheletrica da sembrare devastata -, Amelio sembra suggerirci la manifestazione fisica del profondo senso di spaesamento provato dai bambini. Sballottati in una serie di non-luoghi ( come direbbe Augé), l’unica cosa certa e ferma é il loro passato nella casa degli orrori. Il presente é fatto di rovine e disorientamento, il futuro incertamente inquieto e comunque indissolubilmente segnato da quel passato ingombrante.

- Pubblicità -
Il ladro di bambini: il viaggio che ci cambia

I luoghi:

La condizione logorante di un passato ingombrante é inoltre evidenziata dal continuo impedimento dei bagagli. Un peso non solo fisico ma anche morale che osteggia i personaggi. Un senso di ingombro che nuovamente – tornando a quanto detto rispetto agli spazi – si configura anche nella continua mancanza di privacy ( e quindi di creazione di uno spazio/identità propria ) per i protagonisti.

I continui cambi di luogo sono poi metaforici di una società immobile ed impietrita dinanzi al dramma di Luciano e Rosetta, in balìa degli eventi e del dramma che li coinvolge. Un tessuto sociale che giudica e non comprende, che distaccato non accoglie ma respinge ciò che non può inglobare. L’alterità, l’alieno potrebbe mostrare le fragilità del sistema perciò – nella logica sociale – é meglio allontanarlo. Amelio sembra chiederci – eludendo ogni allusione retorica – chi é il vero ladro di bambini? Antoni, come l’ispettore sul finale allude, o un’Italia che ha fallito in ogni sua forma d’assistenza? Che ruba, nega l’infanzia e il futuro, che volge lo sguardo altrove?

Il ladro di bambini: il viaggio che ci cambia

Gli sguardi:

A proposito di sguardi é di nota l’incredibile lavoro svolto dal regista sul volto dei protagonisti. Utilizzando primi e primissimi piani, Amelio li colloca sempre al centro della scena e dell’inquadratura. Ne coglie gli sguardi silenziosi, le dolcezze quando Antonio e i bambini iniziano ad intessere un rapporto paterno, conoscono forse per la prima volta l’amore di quello che potrebbe essere per loro un genitore. Tuttavia il regista é abile nello scegliere di non enfatizzare troppo su certi stati emotivi dei personaggi rischiando di cedere ad una forma di pornografia del dolore. Per questo allontana il suo sguardo, la telecamera quando Rosetta é costretta a prostituirsi, la scena si sposta all’esterno, sulle conseguenze. Risulta invece poetica la scelta dei campi lunghi dove i tre vengono racchiusi come in un’istantanea, una cartolina d’un idillio destinato presto ad infrangersi contro lo scoglio del reale.

- Pubblicità -

Lo sguardo d’Amelio, inoltre, non é mai giudicante. La macchina da presa ritrae con amarezza gli eventi, empatica e partecipante al calvario di Luciano e Rosetta mostra loro nella delicata luce di Antonio la via di fuga. Infondo, tutti e tre sono vittime di un sistema e in quanto tali s’intessono tra loro sguardi e dolcezze che lasciano preludere salvezza, speranza.

Vittime e ruoli:

Vittime e ‘ruoli’, quindi. Rosetta indossa il ruolo della prostituta, Luciano quello del bambino malato, Antonio é il carabiniere zelante. Dice Amelio: “Oggi, in Italia, ma credo anche altrove, camminiamo fianco a fianco ma non insieme. Come si rompono, quindi, le barriere di tutte le uniformi?” ed é questa la chiave di lettura del film. Incapaci di ‘indossare’ i panni, di immergerci nel ruolo dell’altro, siamo diventati cinici, automi gelidi. Dietro il falso perbenismo si cela tutta la nostra incapacità di essere umani.

Sul finale del film, almeno tra i tre, le cesure vengono meno, le maschere scivolano e lasciano spazio ad una profonda umanità. Abbandonati i ruoli Rosetta, Luciano e Antonio sono una famiglia autentica almeno per un po’. Fin quando la società non prevale ed annienta, riordina e cesura. Il finale del capolavoro di Gianni Amelio è struggente. I bambini sono nuovamente soli sul ciglio della strada. Si preannuncia l’alba di un nuovo mattino, la fiaba s’infrange. Commuove e tocca la splendida scena di Antonio al mare con Rosetta e Luciano.

Il Ladro di Bambini sarà destinato a divenire il preludio di un ideale trilogia di Amelio sul tema ( seguiranno poi Lamerica ancora con Lo Verso e Così Ridevano ) in cui i temi della genitorialità – con peculiare riguardo alla figura paterna in un’ottica anche biografica per il regista -, la ricerca della propria identità e l’infanzia negata saranno ricorrenti.

Aggiudicandosi il Gran premio della giuria al Festival di Cannes e una lunga serie di riconoscimenti ai David di Donatello, il film ricondusse l’attenzione mondiale sul cinema italiano a livello internazionale rendendolo uno dei film di maggiore spessore degli anni 90. Indimenticabili le struggenti interpretazioni dei due piccoli interpreti e quella di Enrico Lo Verso.

Il ladro di bambini, Trailer:

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni
Redazione
Redazione
La Redazione di Moviemag.it è formata da un gruppo variegato di professionisti e appassionati di cinema. Tra studenti di cinema, critici cinematografici, giornalisti e scrittori, il nostro gruppo cresce ogni giorno, per offrire ai lettori recensioni, novità, curiosità e informazione sul mondo della settima arte. Questo profilo rappresenta la Redazione di MovieMag presente e passata al completo, compresi tutti gli autori che hanno scritto in passato per la rivista.

CONDIVIDI POST:

IN TENDENZA ORA

RACCOMANDATI

Tenero, delicato e privo di qualsiasi retorica, Gianni D'Amelio realizza una pellicola che riecheggia cinema neorealista ( con particolare attenzione a De Sica ), Pasolini ma anche a Petri e Rosi ma sempre con un'identità forte ed omogenea. Il Ladro Di Bambini (1992) é...Il ladro di bambini: il viaggio che ci cambia