NewsNicola Nocella: in occasione dell'uscita di Stolen Moments, l'attore pugliese si racconta

Nicola Nocella: in occasione dell’uscita di Stolen Moments, l’attore pugliese si racconta

Nicola Nocella è un attore di origine pugliese che ha esordito al cinema nella pellicola Il figlio più piccolo di Pupi Avati, interpretazione che gli ha fatto vincere Il Nastro d’argento come migliore attore esordiente. Con Easy – Un viaggio facile facile riceve la candidatura ai David di Donatello.

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In occasione dell’arrivo nelle nostre sale del mockumentary Stolen Moments, la rivista Movie Mag ha avuto l’opportunità di intervistarlo.

Ecco cosa Nicola Nocella ci ha raccontato sulla sua carriera e sul suo prossimo progetto.

Nicola Nocella

Quando hai capito cosa volevi diventare come attore?

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Quando ho capito cosa volevo diventare come attore? Lo sto capendo. Sto capendo cosa voglia dire e come voglio farlo io. Ci ho messo tanto tempo, ma solo adesso sto capendo davvero cosa voglia dire fare l’attore “come dico io”. Vuol dire mettersi a disposizione, totalmente, di progetti che mi piacciono molto e cercare di accettare solo quelli. Voglio essere un attore “affidabile”, sia per chi mi cerca e vuole lavorare con me, sia per il pubblico: il mio sogno è sapere che il pubblico, se vede un film, uno spettacolo, qualunque cosa con me dentro, possa pensare che sia un prodotto di qualità, a prescindere da “cosa” va poi alla fine a vedere. Come attore ho capito che non mi posso fermare, mai, di conoscere e arricchirmi culturalmente e di esperienza. Chi si ferma non è perduto, nel mio mestiere, ma rischia di far perdere chi gli sta attorno, chi si aspetta qualcosa da lui, chi ha investito, su di lui. Ho capito cosa volevo diventare solo poco tempo fa. E allora sto cercando di recuperare il tempo perso. Avevo 16 ani quando ho deciso che volevo fare l’attore. Coma farlo, invece, forse lo sto capendo adesso, a 43.

Com’è stato lavorare con Stefano Landini?

Conosco Stefano Landini da vent’anni. E mi spaventa usare questa cifra, vuol dire che sto davvero invecchiando. Lo conosco da quando sono entrato al Centro Sperimentale di Cinematografia: lui era una figura cardine all’interno della Scuola. Un uomo meraviglioso che nel suo essere folle è riuscito da sempre a farsi volere bene da chiunque. Il sentimento di affetto è condiviso trasversalmente da tutte le persone che prima o poi hanno gravitato nella vita di Stefano perché ad un uomo buono e folle come lui non puoi non volere bene. Lavorare con lui ha aggiunto un’altra tacca alla mia voglia di fare questo lavoro, perché ha una passione immensa per due cose: il cinema e il jazz. E trasmette questa sua passione in maniera viscerale, senza nascondersi, senza remore e senza paura di mostrarsi fio in fondo. Ho visto Stefano ridere a crepapelle sul set, così come piangere e commuoversi solo mentre ci raccontava come avrebbe voluto una scena. L’ho visto innamorato pazzo di quello che stava raccontando e di come lo stava facendo, con un coraggio che difficilmente ho visto in mano ad altri registi, senza paura, senza preoccuparsi nemmeno che qualcuno potesse non capire. Perché in realtà è un pericolo che non esiste. Se ci metti tutto l’amore e la passione e la cura che ci ha messo lui a fare un film, il pubblico non può che percepirlo e amarlo fino in fondo. E le proiezioni a cui sto assistendo in questo periodo non fanno che confermarmelo.

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Raccontaci qualcosa di Stolen Moments

Stolen Moments è qualcosa di irraccontabile. Bisogna vederlo. Per un motivo molto semplice: è talmente tante cose insieme che ognuno poi ci vede quello che vuole. È un mockumentary, sì, un falso documentario: un genere quasi mai praticato in Italia che però Stefano ha mostrato essere assolutamente attuale. Si può definire anche un documentario vero e proprio, visto la quantità di immagini d’archivio che propone, è una storia sul jazz, è una storia d’amore, anzi, tante storie d’amore tutte insieme, è una storia di immigrazione e di emigrazione, è un noir, un film sociale, una commedia pura… ecco, posso raccontarvi tutto questo e sarebbe tutto giusto. È la storia di Sabino, ecco. Questo sì. E del suo locale. Ma soprattutto è la storia di un sogno e di come lo si possa rincorrere in modi sempre diversi. Il sogno. Quello che non dobbiamo mai perdere.

Stolen Moments parla di musica. Che rapporto hai con la musica?

Il mio rapporto con la musica è sempre stato molto altalenante: come tutti gli attori avrei tanto voluto fare il musicista, così come quasi tutti i musicisti vorrebbero fare gli attori (e i registi) e allora c’è un grande amore e odio che ci lega in maniera indissolubile. Suono il piano da autodidatta in maniera orribile e mi piacciono solo le canzoni brutte, quindi il mio repertorio è pieno di brani conosciuti da tutti. Anni fa, mentre suonavo, non avendo assolutamente una preparazione tecnica per farlo, mi sono “rotto” un muscolo dell’avambraccio sinistro che si riscalda e indurisce ogni volta che poi lo metto sotto sforzo suonando. Insomma, sono il pianista del quarto d’ora, poi devo fermarmi e metterci del ghiaccio. Ma io faccio finta di niente e vado avanti, ogni volta.
La musica è importante ma non fondamentale, nella mia vita, lo ammetto. Ma la conosco e la ascolto. Sono curioso, ecco. Questo sì. Mi piace un po’ di tutto. E il Jazz, a piccole dosi, non può mancare mai.

In Stolen Moments condividi la scena con Pupi Avati. Ti ha diretto in alcuni lavori, come Il figlio più piccolo e L’orto americano, ma com’è lavorare con lui nelle vesti di attore?

Pupi Avati può fare qualunque cosa. Perchè tutto è in grado di fare. Certo è che “narrare” è proprio il suo pane: è il modo perfetto e preciso con cui racconta la storia di Sabino che ti costringe a chiederti per tutto il film se stiamo parlando di una storia vera o meno. Diciamo che Pupi che interpreta se stesso, come in questo film, è il massimo che si possa chiedere a chi racconta storie da affabulatore. Lui ha girato tutta la sua parte da solo, una mattina con Stefano, raccontando questa storia che ci accompagna dall’inizio alla fine del film, dandole dignità e credibilità. Questo film senza di lui non avrebbe senso. E ci ha fatto proprio un regalo enorme, accettando di partecipare al nostro racconto di questo grande sogno. Perché come lui, oggi, una storia così, non poteva raccontarla nessuno.

Arianna Dell'Orso
Arianna Dell'Orso
Vivo sul mondo reale unicamente con il corpo, ma la mia mente viaggia a Westeros, nella Londra dei Peaky Blinders e fa affari loschi con Walter White. Il cinema di Hitchcock è il mio spirito guida

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