Yellow Letters, vincitore dell’Orso d’oro allo scorso Festival di Berlino, è l’ultimo lungometraggio del regista turco naturalizzato tedesco Ilker Catak, già fattosi notare con il precedente La sala professori, finalista agli Oscar Internazionali.
Il titolo fa riferimento alle Yellow Letters, ossia le lettere imbustate in carta giallastra, annuncio di azioni legali da parte delle istituzioni verso i cittadini e che nel film compaiono nelle mani dei protagonisti, una coppia di teatranti affermati. Li avvertono che le loro dimissioni (mai richieste) sono state accettate e che quindi da quel momento in poi la loro vita è destinata a cambiare per sempre.

Estromissione dai teatri di stato per manifesta opposizione al governo in carica, in questo caso siamo su territorio turco, oggi giorno, dunque Erdogan. una battaglia tra identità e compromesso, tra amori diversi e maturità differenti, che accende il riflettore su tante storie odierne di cancel-culture non ragionevolmente giustificate. Intromissioni politiche nell’espressione artistica e conseguenti condizionamenti personali.
Yellow Letters – Trama
Ad Ankara una coppia di artisti talentuosi, Derya (Ozgu Namal) attrice lui Aziz (Tansu Bicer) drammaturgo ricevono le yellow letters di cui sopra, perché con le loro opere e parole mostrano dissenso rispetto al sistema. Entrambi vedono farsi terra bruciata intorno per via di questo schieramento civile e politico.
Certe esternazioni, certi post sui social, certa non galanteria verso uomini delle istituzioni, sono comportamenti attenzionati dalle autorità turche e condannati. Così le loro carriere si bloccano.

Licenziati dai teatri con questi famigerati pezzi di carta gialli, sono costretti a cambiare casa e città, andando ad appoggiarsi ad Istanbul nella casa della madre di lui, e a cercare altri lavori, o impieghi che prima non avrebbero mai accettato, tassista lui e attrice di serie televisive di scarsa qualità lei.
Parte così la narrazione della riprogrammazione di un duo artistico, un sodalizio di vite, desideri ed orizzonti che devono piegarsi ad un cambio di scenario che li riposiziona fuori dai giochi puri che portavano avanti. La decisione che li estromette dalla loro stessa vita e che i due provano a ribaltare anche in aule di tribunale, non viene però cambiata.

Come può una relazione a due, corroborata ma anche resa fragile dalla vena artistica che muove ed alimenta entrambi, sopravvivere ad un tale choc. A gravare sulle loro decisioni anche la presenza di una figlia adolescente costretta a seguire la loro sorte: abbandonare il proprio comodo mondo e ricrearsi una vita altrove.
Yellow Letters – Recensione
Yellow Letters ritrae qui un accurato scenario delle conseguenze delle proprie scelte, in un conflitto tra etica ideologica, bisogni essenziali e vocazioni della vita. E’ un antico duello in cui si perde qualcosa da parte di entrambe le fazioni, poiché è un contrasto che non dovrebbe avere modo di esistere.

La cultura libera dalla politica, senza ingerenze né dirigismi, la stessa cultura bistrattata dalla politica, ignorata nei tavoli di negoziazione, ma poi, al bisogno, reclutata anche approssimativamente pur di fare proselitismo, propaganda e consenso. Un imperativo di buon senso e civiltà, sempre meno degno di nota, sempre più utopistico.
Yellow Letters carbura molto gradualmente, ma è un’inesorabile compito scritto: la sua sceneggiatura è classica, lineare ma senza sconti. La prepotente ed abusante ingerenza statale nelle vite così particolari dei protagonisti diventa a tratti uno step secondario, astratto, che li costringe a cambiare direzione, un incidente dimostrativo di come una coppia possa reinventarsi nella difficoltà esistenziale e giornaliera di ridarsi forma.

Carbura lento ma inesorabile, come una battaglia persa ma da non abbandonare
Così Catak osserva avido i nuovi equilibri che lei, lui e la loro giovane figlia, devono ri-scrivere, in una nuova vita affittata, a tempo, transitoria, che attende la sentenza di condanna per trasformarsi in altro. Ed infatti non si tornerà indietro e “quell’altro” accadrà.
I compromessi del cuore a cui Aziz non scende continuando a fare teatro indipendente, povero e non riconosciuto, ma libero di esprimere ciò che è più urgente per lui. I compromessi quotidiani in cui Derya decide di inserirsi, non perchè abbia cambiato la sua indomita natura, ma per calcolo necessario, dovendo dare conto alla sua natura di attrice che non può morire schiacciata da circolari, impedimenti amministrativi o yellow letters piovute dal cielo.
La politica nell’arte genera mutamenti professionali e personali
A restare in piedi, traboccante di senso fragile ma di verità è proprio l’unione familiare, questo nucleo di anime e corpi, sballottolati dalla sorte, che decidono di non darla vinta ai ponti ridisegnati ex novo dal destino e di continuare a rincorrersi e darsi sostegno pur a distanza. Arte è anche questo: restare in piedi dopo una metamorfosi, voluta, o, a maggior ragione, imposta.

L’ambientazione trasla l’azione dalle reali città dichiarate in cui avvengono i fatti, ossia Istanbul ed Ankara, alle città tedesche di adozione del regista, luoghi in cui può abitare ed essere girata questo tipo di storia, senza gli ostacoli che in patria incontrerebbe. Di qui, durante il film, le diciture brechtiane, bislacche, ironiche e spiazzanti, in cui si legge Berlino nel ruolo di Istanbul, Amburgo nel ruolo di Ankara.
Yellow Letters – Cast
Buona la coppia di protagonisti, appassionati e diversissimi nei colori e nei temperamenti, quasi a far sospettare un possibile scisma mai espresso tra i loro corpi, una chimica mentale e non effettiva, che li ha condotti sulla stessa via senza mai intrecciarne davvero lunghezze d’onde e radici.

Ma anche in questo stanno le combinazioni funzionali dell’espressione artistica, nonché il segreto di una rafforzata presenza scenica. Yellow Letters mostra, dimostra ed educa, una composta e consapevole resistenza fattuale, una disciplina verso la devozione, ma anche verso la necessità di sopravvivere alla devozione stessa. Ciò allo scopo di poter noi testimoniare e forgiare panorami futuri nella maniera in cui non furono forgiati quando noi avevamo bisogno di guardarli.
