We’re All Going To The World’s Fair è un film horror psicologico del 2021, scritto e diretto da Jane Schoenbrun. Si tratta dell’opera prima dellə registə e il debutto è avvenuto al Film Festival del Sundance nel gennaio dello stesso anno. Nel 2022 è avvenuta la distribuzione della pellicola su piattaforme streaming, quali HBO e Utopia.
Il film esplora il rapporto tra la crescita e il mondo virtuale e come quest’ultimo possa influenzarla. Il progetto sembrerebbe quasi una denuncia al modo in cui la cultura di internet e del deep web ha un peso rilevante nello sviluppo cognitivo degli adolescenti.

We’re All Going To The World’s Fair – Trama
La storia segue Casey (Anna Cobb), un’adolescente introversa che vive in una zona rurale degli Stati Uniti. La maggior parte del suo tempo lo spende girando online, sui forum. Ad un certo punto si imbatte in dei video riguardanti un ARG (alternate-reality game), dal nome The World’s Fair Challenge. Il gioco dovrebbe permettere ai partecipanti delle trasformazioni inquietanti, di carattere psicofisico, dopo un rituale di iniziazione.
Casey decide di provare il gioco, dunque esegue il rito iniziale e pubblica tutto sul suo canale, che già vantava un carattere inquietante. Dopo pochissimo la ragazza inizia a documentare i presunti cambiamenti corporei e interiori. I suoi video iniziano a diventare sempre più cupi e angoscianti. Non è ben chiaro se il tono sia del tutto ironico o se man mano la giovane stia perdendo contatto con la realtà.
Casey ad un certo punto incontra JLB (Michael J. Rogers), un veterano del gioco. L’uomo si rivela molto preoccupato per le condizioni della ragazza e le suggerisce di smettere di giocare. La tensione si intensifica con un ultimo video della ragazza, che preoccupa JLB ulteriormente. Casey, infuriata, interrompe l’interazione e sottolinea il carattere fittizio dei suoi video e del gioco. I confini tra realtà e mondo virtuale sono estremamente sfumati.

We’re All Going To The World’s Fair – Recensione
We’re All Going To The World’s Fair ha tutte le carte in regola per essere un horror moderno memorabile. Fratello del più maturo I Saw The TV Glow, è una pellicola che si addentra in temi molto interessanti e complessi. Il tutto attraverso l’escamotage di un gioco virtuale, che trascina a fondo un’adolescente, fino a farle confondere i confini tra realtà e mondo virtuale.
Uno dei temi su cui tocca porre grande attenzione è la solitudine adolescenziale. Quanto questa problematica porti giovani ragazzi ad avvicinarsi al mondo virtuale, in cerca di consolazione. Spesso incorrendo nella predazione di persone più grandi, come raccontato in Trust (2010). In altri casi ancora vi è il fenomeno del cyberbullismo, che spinge le vittime a chiudersi ulteriormente.
Non vi sono tecnicismi particolari, gran parte del film è girato come auto-ripresa, con webcam fissa del computer della protagonista. Anche in questo progetto, dalla fotografia e dalla prospettiva delle inquadrature, riemerge un po’ la malinconia degli anni 2000. Difatti in alcuni momenti specifici sembra quasi ricordare un video musicale. Anche l’utilizzo della luce, che quando è presente è fioca, eccetto per le riprese esterne, è indicativo.

La natura performativa delle identità online
Un altro tema affrontato in We’re All Going To The World’s Fair è il modo in cui si performano le identità online. Nonostante sia presente una bibliografia importante, anche recente, delle performance identitarie, specie di gender, vi è poco in ambito audiovisivo. Jane Schoenbrun ha deciso di affrontare un topic necessario, e perché no, anche molto scomodo.
Il modo in cui l’identità online, specie sui social networks, rappresenti una facciata della persona stessa è un’enorme problematica. Le persone se iniziano performando un personaggio nel mondo virtuale, finiscono, spesso, coll’emularlo nella vita reale. E’ come praticare la cultura cosplay, senza togliere il costume e il trucco, neanche per andare a dormire. Quella di performare un’identità online, totalmente diversa dalla persona che si è, è un gioco pericoloso. Ed è estremamente comune.
Non è nulla di diverso da ciò che fa Casey e dallo sdoppiamento che attraversa. Non è chiaro se ad un certo punto la protagonista stia fingendo od estremizzando i suoi sintomi, in modo da attirare l’attenzione e creare engagement. E’ difficile capire se la ragazza stia effettivamente male e la sua salute mentale stia colando a picco realmente. Gestire la propria persona e quella che si presenta sul mondo virtuale, è tutt’altro che semplice.

Conclusioni
We’re All Going To The World’s Fair è eccezionale e ha dell’enorme potenziale. Eppure è un film difficile da comprendere, specie per il significato pedagogico che nasconde dietro. Non è per tutti i tipi di pubblico ed è qualcosa di voluto. La Gen Z è il tipo di audience più adatta a questo tipo di progetto per vari motivi. Sia per il tipo di educazione di questa generazione, sia perché vivono più a contatto con i social.

