“Who watches the watchmen?”. Dietro questa domanda, c’è un mondo intero.

New York. Stati Uniti d’America, 1985. È sera. Un uomo annoiato siede stancamente sul divano di casa. Quella casa è buia, vuota, per certi versi persino anonima, proprio come l’uomo che la abita. Dopo pochi istanti, rapida e decisa come il tuono di un temporale, un’ombra misteriosa irrompe dall’ingresso frantumando la porta. In un secondo, l’uomo che soltanto poco prima pareva un quieto e stagionato cittadino, si alza di scatto come se sapesse tutto, pronto ad affrontare la minaccia a viso aperto.

Di umano, nello scontro furioso a cui i due danno vita, sembra esserci ben poco. È un trionfo di forza bruta, riflessi rapidissimi e tecniche eccellenti. Eppure umana, anzi umanissima, è l’espressione che compare sul volto di quell’uomo ormai sconfitto, poco prima che il suo aggressore lo getti senza indugio dalla finestra dell’appartamento. Edward Blake è morto. Ma nessuno sa ancora che la vera vittima non è lui.

Quando al termine della cruenta scena partiranno le note della celebre The Times They Are a-Changin’ di Bob Dylan, avremo la conferma di trovarci davanti ad un film diverso da tutti gli altri.
Nascosto tra gli accordi vibranti suonati da Dylan e camuffato dai nomi degli attori che scorrono in sovrimpressione, c’è un prologo pieno di spossanti cambiamenti. Il presidente Nixon è uscito indenne dallo scandalo Watergate ed ormai siede sullo scranno della Casa Bianca da quasi vent’anni.

Il mondo è ad un passo dall’apocalisse nucleare. E quella che ormai conoscevamo come Guerra Fredda, ha smesso di essere fredda da un bel po’. La guerra in Vietnam è stata vinta. E no, stavolta i soldati non c’entrano nulla. La trama è complessa ed articolata al punto che, pur desiderando farlo, svelare più di quanto detto equivarrebbe ad un crimine. La pellicola solleva i classici stilemi distopici e ne reinventa le basi, ponendo i personaggi sulla cima della piramide.

La storia di Watchmen, sepolta tra i numerosissimi dettagli e sparpagliata qua e là tra i fotogrammi, racconta di un mondo simile al nostro, ma allo stesso tempo profondamente diverso. Nel nostro, i supereroi sono e rimangono esseri superiori, dotati di tutto ciò che un semplice uomo potrebbe solamente desiderare. Nel mondo dell’opera partorita dalla geniale mente di Alan Moore, i supereroi sono puri e semplici esseri umani. Più dotati, più determinati, ma raramente qualcosa di più.

Non basta.

C’è un piccolo dettaglio che molti di noi farebbero fatica ad associare al concetto classico visto e rivisto in migliaia di produzioni. In Watchmen, i supereroi sono dei fuorilegge. Nixon ha deciso: questi uomini sono dannosi, pericolosi, instabili. Nessuno vuole dei vigilanti mascherati in giro per la città. Il tempo in cui potevano operare liberamente è finito. Tra di loro c’è chi lo ha accettato. E chi invece non lo accetterà mai.

L’ambientazione cupa, inoculata dal regista Zack Snyder all’interno dell’ormai affermatissimo capolavoro di Moore, rappresenta l’elemento più originale e determinante. La catastrofe bellica imminente, la profonda solitudine dei personaggi, la corruzione viscerale di un mondo così lontano eppure così vicino. Tutto si amalgama generando un clima denso di nostalgia ed incertezza reso magnificamente dalla produzione. Ne è un esempio il mastodontico lavoro messo in atto per delineare i personaggi. Ognuno di loro è caratterizzato in maniera cristallina. Tra storie, aneddoti e traumi del passato, si arriva presto a realizzare che chiunque di loro potrebbe tranquillamente meritare un capitolo a sé stante.

Le emozioni, fuse assieme a tutto il resto, danno vita ad un’atmosfera assolutamente unica, il cui merito non può andare soltanto alla scrittura capostipite di Alan Moore, ma anche alla resa perfetta di ogni interprete chiamato in causa. Basti pensare all’alienazione lenta ma inesorabile del Dr. Manhattan o alla disarmante ed incorruttibile determinazione di Rorschach. Ogni elemento scava il pozzo fino al fondo, lo trova, e poi scava ancora.

A supportare tutto questo contribuiscono le musiche, in particolare grazie a pezzi leggendari come quello del già citato Dylan, o la meravigliosa The Sound of Silence dell’immortale duo Simon&Garfunkel. Impossibile poi sorvolare sulle spettacolari scelte cromatiche. Colori cupi e spesso oscuri si alternano improvvisamente a tonalità accese, ricche e contrastanti, rendendo il lavoro di Snyder praticamente una gioia per gli occhi.

L’effetto collaterale di un’impalcatura scenografica ed emozionale così complessa e ragionata è che la pellicola, rispetto ad opere come quelle della Marvel che debuttavano proprio in quel periodo, si presenta sotto spoglie decisamente più impegnative. Nelle quasi tre ore dell’edizione principale, non sempre sarà facile mantenere alta l’attenzione, un po’ per la lentezza di alcuni svolgimenti, un po’ per l’enfatica verve che accompagna ogni scampolo dell’opera. Difficile da sostenere per troppo tempo di fila.

Watchmen è un film di difficile interpretazione, che ha ricevuto critiche contrastanti al momento dell’uscita, ormai datata 2009.

Se dovessimo valutarlo distaccandoci completamente dalla sua matrice, potremmo sicuramente parlare di un buon film. Ne loderemmo senza dubbio la storia elaborata, la scrittura dei personaggi o l’atmosfera riflessiva ed intensamente pre-apocalittica. Se dovessimo invece porci davanti allo schermo tenendo stretta tra le mani quella pioneristica, spettacolare ed ineguagliabile opera scritta da Moore, allora sarebbe impossibile ignorare come ogni pezzo, nel lavoro di Snyder, sia finito esattamente dove doveva finire.

Peccato solo che tutti gli appassionati del lavoro di Moore conoscano già in principio ed alla perfezione ogni possibile sfaccettatura della storia, azzerando quasi del tutto ogni tipo di effetto sorpresa. Per tutti gli altri non resta altro che sedersi accanto ad Edward Blake, in quell’ultima fredda serata prima di morire ed entrare a far parte degli Watchmen. Perché da quel momento in poi, niente sarà più come prima.

Voto Autore: 4 out of 5 stars

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