giovedì, 6 Maggio, 2021
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Voices in the wind: la recensione del film di Nobuhiro Suwa, in concorso alla Berlinale 2020

Nella sezione Generation della Berlinale 2020, ha fatto il suo debutto l’ultima fatica di Nobuhiro Suwa (2/Duel, M/Other, Yuki e Nina), regista nipponico dallo sguardo sensibile ed elegante, che meriterebbe più attenzione di quella fino ad ora riservatagli e che in questa recente kermesse ha commosso pubblico e critica con Voices in the wind, Voci nel vento, liberissima traduzione dell’originale Kaze no denwa, ovvero la cabina telefonica del vento.

Un percorso di elaborazione del lutto personale, struggente e vivido che viaggia on the road, tra varie cittadine del Giappone fino ad arrivare ad Otsuchi, villaggio situato nella parte settentrionale dell’isola, uno dei luoghi più colpiti dal terribile tsunami, scaturito in seguito ad un terremoto di magnitudine 9 della scala Richter, che devastò la regione nel 2011, spazzando via interi agglomerati urbani e rurali e mietendo migliaia di vittime, strappate all’improvviso, violentemente, all’affetto dei loro cari.

Voices in the wind

Su una delle colline locali, dietro ad un giardino, vicino ad una panchina, accanto ad un filare di alberi, c’è un arco con appesa una campanella, è poco dopo è situata questa cabina telefonica del vento, costruita nel 2010 dal giardiniere Itaru Sasaki in seguito alla scomparsa del fraterno cugino con cui non riusciva ad immaginare di non parlare più, e restaurata quasi dieci anni dopo, per offrire una consolazione atipica ed intima alle anime angosciate come la sua, ancora profondamente legate a chi non c’è più.

Così questo dolce parallelepipedo bianco, senza tempo, aggraziato, ed isolato è divenuto celebre: ha accolto molte persone, che vi hanno trovato un conforto temporaneo per il loro cuore pesante: al suo interno contiene un blocco per gli appunti ed un telefono nero con la cornetta, oggetto antico che del passato si fa simbolo e tramite, di fatto non collegato ad una reale linea telefonica. In questo luogo concreto ed immaginario al contempo ognuno può fingere di chiamare chi non c’è più, parenti, amici ed affetti, in un istante di metaforico ascolto, e confessare loro i pensieri che non possono più o non hanno potuto esprimere: le risposte degli assenti sono le voices of the wind del titolo. Moltissime delle numerose persone che si sono recate nella suggestiva cabina, avevano perso qualcuno a causa dello tsunami.

Voices in the wind

Così fa la diciassettenne Haruka (Serena Motola, modella ed attrice italo-giapponese), che da piccola ha visto sparire nell’acqua padre, madre e fratellino, mai più ritrovati: la ragazza è cresciuta ad Hiroshima da una zia, ma, quando anche quest’ultima per un malore viene ricoverata in ospedale, si ritrova di nuovo sola e decide di mettersi in viaggio proprio per Otsuchi, luogo in cui è nata, disastrato dal maremoto, ed affrontare lì le paure, i vuoti ed il tormento che il passato doloroso le continua ad imporre, per provare ad andare avanti.

Voices in the wind

Il suo percorso è un’odissea fisica e spirituale, cosparsa di persone mai casuali, profondamente collegate con l’esperienza della morte, della resistenza o della vita stessa. C’è un uomo che vive solo, abbandonato da moglie e figli, che ha visto la sorella uccidersi, ed ora si prende cura della madre, superstite di Hiroshima, cui non resta che nebbia nella mente: costui raccoglie Haruka svenuta per strada dopo un pianto di solitudine disperata. Poi un uomo ed una donna, fratello e sorella le danno uno strappo in automobile: lei è incinta, ma il padre non c’è, eppure sorride, ha fiducia, la rassicura, la accoglie come una seconda madre; poi ancora un senza tetto che vive nella sua macchina, ha perso anche lui moglie e figlia, disperse durante lo tsunami, e le cerca per tutta la regione senza darsi pace: l’uomo soccorre la giovane salvandola da alcuni teppisti di strada, portandola con sé fino ad Otsuchi.

Voices in the wind

Durante il tragitto incontrano alcuni profughi kurdi, alcuni dei quali hanno aiutato come volontari la popolazione proprio durante il disastro del 2011, ma ora sono costretti a vivere separati dai loro cari perché l’autorità per il diritto di asilo così ha deciso, forse per timore del terrorismo, causando alla piccola comunità difficoltà e dolore. Infine un ragazzino solo su un binario svela di voler andare alla cabina telefonica del vento per parlare con il padre morto in un incidente stradale ed Haruka decide di accompagnarlo.

Voices of the wind è un album di personaggi, ognuno contenente una ferita ed una rinascita; ogni voce intercettata è ben disposta verso di lei, come se ne condividesse gli umori, silenziosi, tristemente sospesi e vi aggiungesse i propri, a testimonianza di un popolo che ha sofferto, dal dopoguerra ad oggi, e soffre, nel suo angolo di geografia che è grazia e condanna insieme, vittima di chi decide per lui e di chi tace, capace di affrontare disfatte umane, naturali e psicologiche con una compostezza ed un garbo sovraumani: “se anche tu muori, chi ricorderà te e la tua famiglia: sparirete, non sarete mai esistiti”, così dice il senzatetto ad Haruka, lui padre e marito stravolto, che spesso ha pensato a farla finita, ma è ancora lì; e nelle sue parole c’è tutto l’esistenzialismo giapponese, la filosofia che ne deriva, l’attitudine alla sopravvivenza, e una saggezza del distacco da manuale.

Ogni figura del tragitto aiuta la protagonista a colmare l’abisso, a crescere un altro po’, la scuote, la mette a confronto con altra sofferenza minore o maggiore, con una solitudine vinta o addomesticata, con la sopportazione e la resistenza, con una vita che si adatta dignitosa anche alla più grande crudeltà, tesaurizzando il passato: esiste un mondo così grande, ammalato, dolorante, tanto quanto o forse più di lei.

Mangia le dicono tutti, ognuno le offre cibo, perché mangiare, tra le altre cose, distingue i vivi dai morti, mangiare ridona energie, mangiare è atto sociale, che ristabilisce e rinsalda un legame, è calore di un ritrovamento, è linfa di sussistenza per non lasciarsi andare. E Haruka mastica piccoli bocconi, la voce sempre a livello minimo di udibilità, inghiotte, sorseggia, lenta, mentre osserva, inquadra, focalizza, riflette, sul nuovo e sul vecchio, cercando ragioni.

Voices in the wind

Fin quando non si lascia andare, sulle rovine di quella che fu la sua casa, di cui rimane solo il perimetro disegnato nel fango acquoso di una vallata, mentre lei la riattraversa come fosse ancora sua, chiamando i familiari, dicendo loro che è tornata a casa, implorandoli di rispondere, in un atto psicomagico che l’aiuta ad estroiettare la matassa di panico portata con sè per dieci anni, mettendo distanza tra il suo corpo ed il suo strazio, provando a dargli un nome, un posto, un inizio e, forse, anche una fine.

La stessa lunga confessione all’interno della cabina telefonica è atto rivoluzionario visto il riserbo quasi patologico con cui i giapponesi sono soliti manifestare le proprie emozioni, eppure nella sua semplicità sembra contenere esattamente quello che serve per proseguire: sono le foglie agitate dal vento a custodirne i dettagli, il segreto, forse la risposta, tanto comunque, anche il più atroce dei mali, è un passaggio di luce, più o meno oscura, è un tempo che avrà la sua meta. Così il fardello si posa un poco, assume contorni più umani e con esso la vita che deve ancora farsi.

Voices in the wind

Ritmo pacatissimo, che siede sui tempi organici delle scene, con lentezza e tatto, mentre le riprese alternano, mano ferma e movimento, la convulsione che insegue i passi dei protagonisti in ogni momento di approccio a qualche scoperta, o di supposto contatto con il passato, e la staticità quasi rituale con cui l’inquadratura si fa gesso sui volti o sulle situazioni riprese nel loro divenire, essenziale. Ridotti al minimo i dialoghi, come compressa ai minimi termini è la capacità di parlare di certa pena; sguardi e pause frequenti e carichi tra tutti gli interpreti, profondamente coinvolti, poiché nessuna reazione è prevedibile, nessuna domanda, nessuna risposta: si ha la sensazione di ritrarre una comunità che condivide un comune lutto, anche se si tratta di rifugiati imprigionati, di sopravvissuti ad una bomba atomica, di persone troppo psicologicamente fragili, di madri senza nemmeno una tomba in cui piangere i figli svaniti, di un mare che nutre, flagella ed inghiotte persone.

Un film girato in punta di piedi, con un’eleganza diffusa, una grande cura, un sottovoce potente che vibra e commuove, scarno e pienissimo, perché spesso, funziona così: i mostri più difficili, hanno bisogno di poco o nulla per essere raccontati.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Haruka, 17 anni, si mette in viaggio da Hiroshima ad Otsuchi, sua città natale, devastata dallo tsunami del 2011: qui ha perduto madre, padre e fratellino, mai più ritrovati. Parlerà con loro nella cabina telefonica del vento, dove si alza la cornetta e si dialoga con chi non c'è più. Odissea fisica e metafisica di rielaborazione del lutto: commovente, pacata, intrisa di dolore, resistenza e smarrimento. Un popolo che soffre composto, un percorso di rinascita tra compassione, psicomagia, esistenzialismo ed ostinazione alla vita.
Pyndaro
Cosa so fare: osservare, immaginare, collegare, girare l’angolo  Cosa non so fare: smettere di scrivere  Cosa mangio: interpunzioni e tutta l’arte in genere  Cosa amo: i quadri che non cerchiano, e viceversa.  Cosa penso: il cinema gioca con le immagini; io con le parole. Dovevamo incontrarci prima o poi.

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