I vincitori dei Razzie Awards godono di uno status insolito: sono pellicole premiate per la loro bruttezza (volendo essere più eleganti, per la mancanza di qualità effettiva) ma costituiscono comunque un punto di riferimento nello scenario cinematografico. Tra vittorie annunciate e sorprese dell’ultim’ora, quello dei Razzie Awards è un riconoscimento ambito (o quanto meno apprezzato) se si considera che i successi al botteghino non guardano in faccia a nessuno e anche solo l’inserimento in categoria alla cerimonia può dare grande lustro già di per sé. Nell’arco della storia ci sono state vicissitudini interessanti a riguardo; principalmente, a fare più notizia, è stata probabilmente l’istituzione nell’anno passato di un’intera categoria dedicata a Bruce Willis. Più che un affronto può intendersi come una sorta di riconoscimento che va anche a confermare la portata del soggetto in questione. Tra i vincitori dei Razzie, quindi, è facile scorgere titoli che invece hanno molto da offrire e che talvolta fanno percepire la loro presenza all’interno della kermesse come un errore, un eccesso di ingratitudine e una svista valutativa. Ecco di seguito cinque film che hanno vinto il premio come peggior film dell’anno ma che sono portatori di qualità residue da non sottovalutare, anzi, da riconsiderare.
Vincitori ai Razzie Awards – La lista
Karate Kid 3: La sfida finale
Si comincia dal 1989, da uno dei vincitori dei Razzie Awards che obiettivamente ha avuto meno seguito a livello globale. A dirla tutta il franchise di Karate Kid in generale sta ottenendo una rivincita soltanto negli ultimi anni con la serie culto Cobra Kai, capace di far avvicinare alla storia anche i più scettici (e addirittura i totali inconsapevoli). Il terzo episodio della saga, firmato John Avildsen, stona leggermente a fianco alle altre pellicole che condividono con esso questo primato. Vediamo infatti un Daniel San alle prese con una nuova fase della vita. Non è più un adolescente insicuro ma un giovane che deve concretizzare gli insegnamenti ricevuti e guardare al futuro con una certa sussistenza. Essendo diventato un campioncino locale lui e Mr. Miyagi sono messi sottopressione dal rivale di sempre, in cerca di pronta rivincita. La figura di Terry Silver poi impreziosisce il tutto aggiungendo quel tocco di inganno che non guasta mai. Si, l’avversario di Daniel (interpretato da Sean Kanan) non è il massimo, considerata anche la sua futura partecipazione a sceneggiati amorosi; tuttavia, il film garantisce pathos e il litigio tra maestro e allievo insegna quanto effettivamente il confine tra bene e male non sia sempre così netto. In conclusione, si può dire che questo sia un titolo effettivamente rivolto ai fan più affezionati ma di per sé ha punti di forza che vengono fuori (a fronte di una visione attenta e partecipativa).

Rocky V
Il secondo partecipante alla rassegna sui vincitori dei Razzie Awards è un altro film diretto da Avildsen che qui fa incetta di ben due posizioni in classifica. La saga di Stallone è sempre stata a metà tra il successo più brillante e il flop più totale. Se in partenza il primo film aveva riscosso ben tre Oscars, con il quinto capitolo la situazione si ribalta e le critiche sono piovute a dirotto. Ancora una volta è tuttavia da segnalare un impianto scenico rivolto verso gli affezionati più estremi: la storia effettivamente costituisce una ripetizione del primo capitolo, riportando Rocky a una condizione di fame e disagio. Ci sono errori di sceneggiatura evidenti, due quelli imperdonabili: tornando dalla Russia soltanto qualche giorno dopo l’epico scontro con Drago, il figlio di Rocky risulta essere cresciuto di ben dodici anni. Inoltre, la leggerezza con cui la famiglia Balboa affronta l’incuria di Paulie nel firmare una procura che li ha lasciati sul lastrico costituisce un espediente narrativo, oltre che forzato, di molto fuori dall’umanamente comprensibile. Infine, ciò che rimane è comunque un’evoluzione del personaggio, il quale deve affrontare nuove impervie sfide e calarsi stavolta nei panni del coach. Le criticità rimangono ma l’impatto emotivo è garantito.

Star Wars Episodio 2: L’attacco dei cloni – Tra i vincitori ai Razzie più inaspettati
Chi avrebbe mai pensato che un capitolo di Star Wars potesse trovarsi a far parte del gruppo dei vincitori ai Razzie Awards. Eppure, la storia parla di un 2002 infausto per George Lucas che, al netto di un successo globale enorme, ha fatto i conti anche con numerose critiche. Provando a sciogliere un po’ lo sbigottimento iniziale, ecco alcuni punti critici: innanzitutto, rispetto al prequel, quest’opera dimostra un ritmo piuttosto lento. Padme è senza dubbio un personaggio chiave nell’arco della storia ma la liaison amorosa con Anakin è melensa e inutilmente portata all’estremo. Rileva inoltre un piglio molto più politico (le trame di Palpatine cominciano a tessere i loro filamenti più subdoli. Non fosse per Christopher Lee e il suo conte Dooku, la vincita ai Razzie sarebbe più che meritata ma il film si salava grazie ad alcuni momenti di tensione (come lo scontro tra il conte e Yoda che regala un assaggio di come anche la vecchia guardia sia capace di darci dentro). Si può dire che superate tutte le scene ambientate sul lago di Como (set del sopracitato avvicinamento tra Anakin e Padme) l’opera è tutta in discesa e merita una seconda opportunità.

E venne il giorno
Tra i più popolari vincitori dei Razzie Awards figura ovviamente M. Night Shyamalan che non gode di grandissima fama cinematografica. A volte il suo tocco registico è apparso fiacco e affrettato; anche qui la comparsa di un amico invisibile non regge l’alone di mistero che è stato creato intorno ai protagonisti. Troppe incognite per un pathos pompato eccessivamente. Anche l’interpretazione di Mark Wahlberg ha fatto la sua parte nel conferire a quest’opera il premio come peggior film nel 2008. È anche vero che la storia riesce a essere sempre attuale e a portare su schermo un perenne conflitto tra uomo e natura che in poche altre occasioni è stato dipinto su pellicola. Chissà, Shyamalan può aver ricevuto tale premio per una questione di reputazione ma il titolo in questione se fosse uscito di recente (magari su qualche piattaforma streaming) avrebbe avuto molto più successo. Andare al cinema e basta ha sempre comportato un piglio critico più acceso se le cose non vanno. Per fare un paragone, E venne il giorno non ha niente da invidiare al recente Bird Box, versione usa e getta di quest’ultimo che ha dalla sua quanto meno una maggior esperienza registica e dei contenuti più verosimili.

Baywatch (2017)
Alla fine della rassegna uno dei vincitori dei Razzie più incompresi è proprio un film che dichiara di essere demenziale. Non nascondendo i suoi intenti non si può dire che sia un prodotto da Oscar ma nemmeno da vincere il premio come peggior film. No, perché se entriamo in un’ottica critica più spassionata e leggera, Baywatch è il film satirico che tutti vorremmo vedere. Esagerato, sfrontato e con note ironiche regalatissime ma che delizia gli occhi per circa due ore. Si dimentica spesso che è sempre una questione di genere quindi se entra nel novero dei film peggiori viene quasi da chiedersi con chi debba giocarsela. Logico che non riceverà premi ma il suo obiettivo è un altro. The Rock è una figura affidabile (tra le più pagate in assoluto) e il binomio con Zac Efron regala un insolito mix agrodolce che intrattiene con fiducia. Per dirla tutta è questo tipo di prodotto che interviene a consolare un cuore infranto, una giornata lavorativa andata male e rimanendo nel suo ha degli effetti più che benefici. C’è un momento per i film d’autore e un momento per non pensare troppo. Baywatch merita paradossalmente un encomio per questo.

