Un lupo mannaro americano a Londra (1981) è il film con cui John Landis spiazzò il suo pubblico e ridefinì le possibilità del cinema horror. Correva l’anno 1981 e il regista americano era reduce dai successi di Animal House e The Blues Brothers; col primo aveva inaugurato il filone dei college movie, col secondo era riuscito a realizzare un instant cult della commedia musicale. Entrambe le operazioni erano trainate dalla verve comica di John Belushi, rivelato dal Saturday Night Live e destinato a spegnersi tragicamente di lì a poco. Al posto di andare sul sicuro e proseguire su questa scia – su cui tornerà due anni dopo con un altro campione d’incassi, Una poltrona per due -, Landis decide di virare – come direbbero i Monty Python – su “qualcosa di completamente diverso”.
L’idea del film parte da lontano: era il 1969 quando il giovane Landis, all’epoca attrezzista, in Jugoslavia per delle riprese, incappò in un funerale zingaro; a colpirlo furono i rosari e le trecce d’aglio cosparsi sul cadavere dalla gente del luogo, per evitare che il defunto, un noto stupratore, potesse risvegliarsi e commettere altre atrocità. Lo affascinò l’ironia di un mondo proiettato verso il futuro (non a caso era l’anno del primo allunaggio) eppure ancora preda di credenze e superstizioni così forti. Se a ciò si aggiunge il suo amore per i classici dell’orrore targati Universal, in particolare per L’uomo lupo di George Waggner, capiamo bene lo spirito con cui scrisse subito una sceneggiatura. Ma dovette aspettare di raggiungere lo status da filmmaker hollywoodiano di successo prima di poterla proporre alla produzione col coltello dalla parte del manico.

Un lupo mannaro americano a Londra – Trama
La storia inizia nella contea dello Yorkshire, dove tra misteriose e desolate campagne la macchina da presa identifica i soggetti del racconto: David (David Naughton) e Jack (Griffin Dunne), due studenti universitari americani in gita di piacere. Li vediamo per la prima volta scaricati da un furgone che trasporta pecore (non a caso), pronti a rimettersi in marcia e ad accogliere con entusiasmo le possibili avventure del loro viaggio. La pioggia li costringe a trovare riparo in un pub, dal nome ancora una volta emblematico: “L’agnello macellato”.
Dopo l’iniziale diffidenza degli autoctoni, l’atmosfera sembra essere delle più conviviali quando Jack chiede loro spiegazioni su un pentacolo inciso su una parete. Per tutta risposta vengono entrambi cacciati dal locale, rei d’essersi impicciati d’un simbolo che – scopriremo – serve ad allontanare le forze del male. Spaesati dalle tenebre sopraggiunte, odono i versi di un animale feroce: la maledizione del licantropo sta per abbattersi su di loro.

Un lupo mannaro americano a Londra – Recensione
Ancora oggi, questo è un film che crea difficoltà di lettura allo spettatore. I produttori della Polygram lo definirono “troppo spaventoso per essere una commedia e troppo divertente per essere un horror”. E in effetti, si può pensare che sia davvero così. Landis gioca fin da subito coi registri, alternando momenti da buddy movie e dallo spiccato spirito parodico a un’atmosfera gradualmente carica di suspense e di terrore. I raggelanti campi vuoti su cui si apre la storia sono interrotti dalla goffa entrata in scena, tra le pecore, dei protagonisti; alla tenerezza dei primi scambi di battute all’insegna dell’amicizia virile fa da contrappunto un prolungato e crepuscolare campo lungo, che vede i nostri allontanarsi improvvisamente dal punto macchina; alle reazioni platealmente caricaturali degli avventori del pub segue l’attacco del lupo mannaro, tutto costruito sulla forza evocativa del fuori campo, esattamente come negli horror low budget di Val Lewton.
L’incipit è una dichiarazione d’intenti: per tutta la sua durata, il film promette di essere una corsa sulle montagne russe. Quando i toni sembrano farsi più leggeri, ecco che la situazione si ammanta di fatalità (e viceversa). Tuttavia, a dispetto di quel che si potrebbe pensare, questo mix perseguito con rigore quasi ossessivo non punta alla mera sdrammatizzazione degli eventi. Al contrario, riesce a farne percepire al quadrato sia la gravità che l’ironia. A ciò concorre la consueta precisione che contraddistingue il montaggio dei film di John Landis. Una brutalità degli stacchi solitamente necessaria al tempo comico e qui utilizzata indistintamente anche per i “tempi tragici”. Un meccanismo che punta a rappresentare, ad esempio, tutte le spasmodiche attese degli attacchi per poi lasciare questi ultimi quasi interamente fuori campo, relegati a immagini fugaci, fulminanti come le punch line nelle barzellette.

Gli effetti pratici di Rick Baker
Un autore aggiunto del film è Rick Baker, uno dei più grandi make-up artist della storia del cinema. La metamorfosi di David a favore di camera rimane a oggi ancora insuperata (qui la sequenza completa). Assistiamo alla mutazione dei suoi connotati, alle mani che si allungano, ai peli che crescono, al volto che diventa muso e alle zanne che fuoriescono. Prima che il comodo digitale rovinasse altri film del filone, l’artigiano Baker impiegò 6 giorni e 10 ore al giorno di trucco per poter far vivere realisticamente allo spettatore l’immaginifica ipotesi di un tormento insopportabile, quello di un uomo condannato a diventare lupo.
A impressionare è anche il trucco di Jack, presenza fantasmatica in continua decomposizione. La sua apparizione finale al cinema a luci rosse di Piccadilly Circus è il crocevia irresistibile dei generi messi in gioco dal regista statunitense: mentre la parodia di un porno anima lo schermo, in un dialogo pregno di umorismo nero è lui a rivelare a David le implicazioni della “linea di sangue” generata dal morso del licantropo e a chiedergli di togliersi la vita per salvare le loro anime. Di lì a poco, le volanti circonderanno la strada e David, colpito dalla luna piena, seminerà il panico in un montaggio alternato d’incidenti, tra i quali ad essere investito da un’auto sarà anche lo stesso Landis, in veste di stunt-man.
La credibilità del trucco è fondamentale per mantenere l’opera sul piano della propria drammaticità, come in un impeccabile slalom tra una gag e l’altra. È espressione di una brutalità secca ed esibita che accompagna lo spettatore fino all’ultima struggente inquadratura.

Conclusioni
“Ma per forza che non la prendono sul serio: lei sta scherzando!”, risponde una passante a un disperato David, quando lui cerca di farsi arrestare per non commettere altre stragi, urlando in una piazza londinese frasi come “La regina Elisabetta è un uomo!” o “Il principe Carlo è un fr***o!”. Un momento che riassume e spiega in maniera estremamente consapevole il fine ultimo del film: utilizzare lo scherzo come fosse il sintomo di un terrore ai limiti dell’isteria, un perno su cui far ruotare gli ingranaggi di un melodramma in graduale emersione. Un lupo mannaro americano a Londra è, in questo senso, il progetto più folle della carriera di Landis.
La compiuta utopia di un’opera in cui brividi, risate e commozione si producono in parallelo, le une alimentate dalle altre. Un capolavoro tenuto insieme, oltretutto, da una love story che prende corpo in maniera sempre più decisiva, sempre più dolorosa. Almeno fino ai beffardi titoli di coda, accompagnati da una cover doo-wop di Blue Moon. Anzi, più dolorosa proprio in virtù di quelle note allegre. Proprio in ragione di quell’ultimo vertiginoso contrasto.
