Quando un documentarista decide di prestarsi al mondo della finzione, i risultati possono essere i più inaspettati. È quello che succede nel 2025 a Daniel Roher, giovane promessa del documentario – eclatante il caso del suo Navalny, nel 2022. Giunto al versante della narrazione fictional, il giovane regista canadese opta per le possibilità che il genere thriller ha da offrirgli. Il risultato è Tuner, affiancato dal sottotitolo L’accordatore nella distribuzione italiana di Notorious Pictures. Affiancato in sceneggiatura da Robert Ramsey, Roher dà vita ad un prodotto efficace, che nella sua durata di appena 107 minuti lascia spazio a molteplici cambi di tono. Presentata in anteprima al Telluride dello scorso anno, la pellicola ha raggiunto l’Europa con il Festival di Zurigo. A fronte di una distribuzione limitata nelle sale italiane, il pubblico attende aggiornamenti rispetto ad una futura fruizione streaming.

Tuner: la trama
È difficile abituarsi agli scenari della mediocrità quando il futuro prospettava quadri molto più ambiziosi. Ma è quanto succede al giovane Niki (Leo Woodall), enfant prodige del pianoforte costretto ad interrompere prematuramente la sua carriera. La causa, un’iperacusia che lo costringe ad evitare le fonti di rumore intenso e a convivere con delle cuffie che ovattano le sonorità circostanti, percepite in modo aumentato. Della sua predisposizione alla musica ha però fatto un mestiere, aiutato da un infallibile orecchio assoluto. Guidato dal suo capo Harry (Dustin Hoffman), il ragazzo trascorre le giornate come apprendista accordatore. Un mestiere che lo porta nelle case più disparate, fronteggiando clienti tra i più impossibili.
Mentre trascorre la sua routine fianco a fianco con il maestro e titolare, Niki si guadagna l’affetto dell’uomo e di sua moglie. Tanto che, quando lo stato di salute del boss subisce un brutto colpo, il ragazzo si comporta alla stregua di un figlio. Deciso a rilevare l’attività di Harry, vuole restituire alla moglie di lui il denaro a sufficienza per coprire i debiti e portare avanti il mestiere. Ma in questa missione il mondo sembra intenzionato a sbattergli le porte in faccia, togliendogli la possibilità di qualsiasi tipo di prestito. La via da percorrere sembra allora solo quella del malaffare, su cui capita per caso ma ancora una volta aiutato dal suo udito ultra-sensibile. Giocare con la malavita però è rischioso, soprattutto quando ad alzare la posta in gioco compare la giovane e talentuosa pianista Ruthie (Havana Rose Liu).

Tuner: la recensione
Di fronte alla prima opera di finzione di Daniel Roher, ci si ritrova a contemplare un thriller funzionale, squisitamente classico. Non si può forse definirlo un prodotto graffiante, provocatorio o struggente. Non raggiunge quegli stadi di intensa paranoia in cui altre pellicole sguazzano con più fortuna. Ma, ciononostante, Tuner – L’accordatore riesce ugualmente a colpire nel segno. Lo fa grazie ad una costruzione compatta ed efficace, che accosta elementi di contrasto capaci di rendere la trama stringente per il protagonista che la abita. Nel suo andamento ingloba le più svariate componenti tonali.
La linea drama del plot personale e professionale di Niki fa da padrona nei primi atti, nel dispiegarsi del suo rapporto con la musica e con la sua patologia. Si affianca ad essa una sottotrama più puramente romance, che si appropria di una corposa centralità nel corso dei minuti. Per poi lasciare spazio al thriller, declinato in modalità crime, di sfogarsi liberamente. È proprio l’accostamento di questi plot a determinare il conflitto che è motore della trama. La pressione tipicamente thriller, in Tuner – L’accordatore, cede il passo a linee inizialmente più distese, quelle del versante drama. Ma lo fa solo per permettere loro di impostare la narrazione, deflagrando a seguire e generando lo scontro che rende vivo il film.

Tuner: echi dal passato
Con queste accortezze, la scrittura si prende il tempo per una narrazione meno diretta e, a suo modo, più sofisticata. Rivelandosi anche capace di ragionare con personaggi più complessi delle basilari pedine dei classici thriller, che esistono unicamente in funzione del tono del film. Complice dell’autenticità emotiva che scaturisce dal progetto è una regia che proprio con il vero è abituata a fare i conti. Roher porta per la prima volta nella sua carriera l’onestà del documentario nei meandri della finzione che ha creato. E la affida ad un parterre di personaggi genuini e complessi. Nessun dubbio, come di consueto, sull’infallibile Dustin Hoffman. Ma sorprende notare come si comportino al suo fianco le prove dei due giovani protagonisti. Specie di un Leo Woodall che sembra fare innegabilmente strada, dal bello e dannato di One day e The white lotus ad un personaggio finalmente più stratificato.
Corroborato da un sonoro che restituisce la condizione medica del protagonista – in una sorta di modesto eco al sensazionale lavoro di The sound of metal – il film trova un proprio baricentro. Dà vita ad un “baby driver del sonoro”, un antieroe estremamente dotato e per questo piombato in un meccanismo più grande di lui. Che lo interessa solo parzialmente, e non lo entusiasma, ma lo stringe nella sua morsa in modo inesorabile fino ad un punto di potenziale non ritorno. Su questo piano, Tuner – L’accordatore riecheggia strutture di successo, toccando tutti i tasti giusti. Forse non i più elettrizzanti, ma di certo mai quelli sbagliati. Il che, in definitiva, è più che sufficiente a renderlo un thriller godibile, compatto ed efficace.

