Top Gun: Maverick, la recensione

Dopo trentasei anni è arrivato in sala il sequel del blockbuster più famoso degli anni Ottanta, Top Gun. Uno straordinario successo commerciale quello del 1986, che si sta ripetendo in questi giorni: Top Gun: Maverick ha infatti superato un miliardo di dollari di incassi, record prevedibile già guardando agli ottimi ricavi delle prime settimane di programmazione.

Top Gun
Tom Cruise

Top Gun: Maverick, una continuità che non ha bisogno di evoluzione

Ben poco è cambiato anche nella linea narrativa della pellicola di Joseph Kosinsky: Tom Cruise, alias Pete “Maverick” Mitchell, si presenta sin dall’inizio del film come se il tempo non fosse mai passato. Giubbotto cult d’ordinanza, occhiali da sole, sorriso beffardo da superstar, pronto a salire in sella alla sua moto per raggiungere la pista aerea e sfidare nuovamente i cieli. Perché c’è ancora una missione da compiere e un fantasma del passato da esorcizzare.

Nel film di Tony Scott, il giovane e ribelle Maverick doveva elaborare il lutto del padre, pilota U.S. Navy morto durante un’azione bellica in Vietnam. Il peso della mancanza della figura paterna grava adesso tutto su Bradley “Rooster” Bradshaw (Miles Teller), figlio di Goose (Anthony Edwards), l’amico e compagno di volo di Maverick, morto durante un’esercitazione.

Maverick, convocato dai suoi superiori (Jon Hamm e Charles Parnell) per addestrare i migliori Top Gun in vista di una rischiosissima missione (far esplodere un deposito segreto di uranio in uno stato nemico), ritrova Rooster, divenuto anch’egli pilota, tra i suoi allievi. Inutile dire che il ragazzo prova astio nei confronti di Maverick, ritenendolo il responsabile della morte del padre; ed è altrettanto superfluo aggiungere che alla fine il loro rapporto avrà un lieto fine, fatto di riconciliazione e stima.

Top Gun
Miles Teller

Top Gun: Maverick ha una trama prevedibile e schematica, con esplicito recupero di motivi del film precedente. La rivalità Maverick/Iceman rivive in quella tra Bradley e il collega Jake “Hangman” (Glen Powell); la partita di football in spiaggia tra i piloti richiama quella di beach volley; Maverick è sempre un seduttore (Jennifer Connelly ha sostituito Kelly McGillis) e ha rapporti conflittuali con i superiori, restii ad accettare le sue proposte; Lady Gaga prende in eredità da Giorgio Moroder la firma della colonna sonora. Unico momento di rottura è il suggestivo e commovente incontro tra Maverick e un Iceman (Van Kilmer) invecchiato e gravemente malato.

Top Gun
Van Kilmer e Tom Cruise

Questi richiami simmetrici, tutti voluti e mirati, costituiscono la forza del film che, contrariamente a quanto si potesse pensare considerate le premesse, non sfocia in una scontata ‘operazione nostalgia’. Anzi, Top Gun: Maverick tiene lo spettatore incollato allo schermo dall’inizio alla fine.

Il motivo, elementare, è che Top Gun: Maverick risponde a una precisa idea di cinema che mette al centro l’azione – sempre rigorosamente alternata a fasi più statiche, indispensabili per lo svolgimento delle trame sentimentali –, massimizzando l’attenzione dello spettatore con una spettacolarità pura e coinvolgente. E da questo punto di vista non si è smentito Jerry Bruckheimer, produttore di entrambi i Top Gun e, da quarant’anni a questa parte, di molti successi hollywoodiani come American Gigolo (1980), Flashdance (1983), The Rock (1996), Armageddon (1998), Pearl Harbor (2001), Black Hawk Down (2001), il franchise de I pirati dei Caraibi (2003-in corso).

Aspettarsi in questo sequel un’evoluzione o cambiamenti nel personaggio di Maverick o nel mondo stesso di Top Gun sarebbe stato azzardato perché avrebbe comportato la rinuncia a un cinema con una precisa fisionomia strutturale e insieme la pretesa di ottenere dal film ciò che non è in grado di dare.

Top Gun è velocità, adrenalina, acrobazia d’alta quota, missione di gruppo, rischio, superamento dei limiti fisici, il tutto intriso del tipico patriottismo americano per il quale i piloti di casa, capeggiati dalla leggenda Maverick, sono sempre e comunque i migliori. Uno spirito di appartenenza che, anche questa volta, campeggia, sfuggente, sullo sfondo: i nemici sono sempre senza volto, lo stato nemico in cui fare incursione non ha nome, perché contano talento e perizia dei piloti che, dopo duro addestramento e diatribe personali, in uno spirito d’unità e di lealtà, riescono nell’impresa sensazionale. Il regista Kosinski, a tal proposito, ha affermato che “Il film è sulla competizione. È quasi un film di sport, se guardiamo alla sua struttura. Tratta dell’amicizia, del sacrificio. Non tratta di geopolitica e non lo ha mai fatto. Anche nel primo film, girato nel bel mezzo degli anni ’80, il nemico non aveva volto e nome. Volevamo concentrarci sulla figura di Maverick alle prese con le sue relazioni. Abbiamo ideato una missione che non affrontasse un potere nemico preciso e sono contento della scelta fatta, perché il mondo è in continuo cambiamento. Abbiamo girato nel 2018, nessuno avrebbe potuto prevedere la situazione mondiale attuale. Voglio che questo film venga apprezzato tra dieci o vent’anni, senza che nessuno avverta la sua provenienza dagli anni 2020. Era questo il nostro obiettivo”.

Top Gun
Tom Cruise

Ed è stato centrato, almeno nel nostro presente: lo spettatore deve solo sedersi e godersi uno spettacolo riuscito e trascinante, ispirato a un concetto di intrattenimento spesso troppo ingiustamente denigrato.

Il cast, guidato da un Cruise in ottima forma, propone volti cinematografici in ascesa, su tutti quello di Miles Teller, già ammirato in Whiplash di Damien Chazelle (2014), Trafficanti di Todd Phillips (2016) e tornato al lavoro con Kosisnki nel thriller Spiderhead (2022). Tutte le scene di volo sono state realizzate con Cruise e compagni ai comandi di autentici aerei da caccia pilotati da veri Top Gun, per assicurare esiti realistici assoluti, totalmente rispecchiati sul grande schermo.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SINOSSI

Dopo trentasei anni, Tom Cruise torna a sfidare i cieli con un sequel di Top Gun, riuscito e coinvolgente.
Giulia Angonese
Giulia Angonese
Percorso formativo in filosofia (PhD conseguito nel 2017), mi dedico al cinema con passione e continuità, cercando sempre di cogliere dinamiche di pensiero e atmosfere sottese agli intrecci narrativi.

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