Todo Modo – l’incubo democristiano di Elio Petri

Con Todo modo Elio Petri realizza forse il suo film più cupo, corrosivo e disperato. È l’opera che porta al culmine la sua riflessione sul potere, trasformandola in un’allegoria grottesca e allucinata della corruzione politica italiana degli anni Settanta. Tratto dal romanzo di Leonardo Sciascia, il film non si limita a trasporre una trama, ma amplifica il materiale di partenza fino a farne una parabola universale sulla decomposizione morale di una classe dirigente che si proclama devota e cristiana, ma che in realtà è divorata dalla brama di potere, dall’avidità e dalla paura di perdere privilegi.

Uscito nel 1976, in piena crisi della Democrazia Cristiana, tra terrorismo, compromesso storico e tensioni sociali laceranti, il film fu accolto con scandalo e sospetto. La sua satira era troppo scoperta, troppo riconoscibile. Non era solo un film: era un atto d’accusa frontale. E Petri non cercava mediazioni. Dopo Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e La classe operaia va in paradiso, qui il discorso si radicalizza: non più l’individuo dentro il sistema, ma il sistema stesso come organismo putrefatto.

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Trama – Todo Modo

La vicenda si svolge quasi interamente in un eremo isolato chiamato Zafer, dove i maggiori esponenti del partito di governo si riuniscono per tre giorni di esercizi spirituali ignaziani. Dovrebbero pregare, confessarsi, purificarsi. In realtà tramano, si osservano, si minacciano. L’eremo diventa una prigione morale, un bunker del potere travestito da luogo di fede.

Al centro ci sono due figure gigantesche del cinema globale: Gian Maria Volonté nei panni di M il “Presidente”, evidente caricatura di Aldo Moro, e Marcello Mastroianni nel ruolo del gesuita Don Gaetano, guida spirituale ambigua e manipolatrice. Durante il ritiro, uno dopo l’altro, i politici vengono assassinati. Ma il film non è un giallo, le morti non cercano soluzione, sono la materializzazione di una decomposizione già in atto. Il potere si consuma da solo. Degna di nota anche l’interpretazione di Ciccio Ingrassia nelle vesti dell’onorevole Voltrano, in questo caso non in un ruolo comico. E Mariangela Melato, nel ruolo di Giacinta la moglie di M.

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Recensione – Todo Modo

Todo modo rappresenta una delle vette dell’estetica petrina. Il film rinuncia a ogni naturalismo per abbracciare una dimensione visionaria e allucinata. Le scenografie hanno un carattere artificiale, quasi teatrale, e contribuiscono a creare un senso di oppressione costante. La fotografia di Luigi Kuveiller utilizza ombre dense e luci contrastate, trasformando l’eremo in uno spazio mentale prima ancora che fisico.

La colonna sonora di Ennio Morricone accentua l’ambiguità tra sacro e grottesco: cori religiosi manipolati, suoni dissonanti, motivi che oscillano tra spiritualità e ironia sinistra. Anche la recitazione segue la logica della deformazione. Volonté costruisce un Presidente che è insieme rigido e ridicolo, fragile e spietato. La sua imitazione di Moro non è semplice parodia: è smascheramento politico. Mastroianni, dal canto suo, compone un Don Gaetano molto ambiguo, manipolatore, capace di oscillare tra guida spirituale e regista occulto del potere.

La religione è ovunque: crocifissi, canti, rituali. Ma è una religione svuotata, scenografica, complice. Le confessioni non redimono, servono solo a proteggere posizioni, e a sentirsi come purificati, salvati. La fede è linguaggio del potere, ma non è spazio di verità. L’uso del grottesco da parte di Petri come in altri suoi film, è un modo per sdrammatizzare ciò che già è molto estremo, ha voluto prendersi gioco della classe politica di quel tempo. Un vero e proprio incubo dove tutti vogliono una fetta di potere e sono disposti a tutto per averlo, salvo poi cercare di pulire la propria coscienza con le preghiere e la religione.

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Maschere, rituali e decomposizione morale

Ciò che colpisce è la totale assenza di redenzione. In Todo modo non esistono figure positive, non c’è un personaggio che offra allo spettatore una via di fuga morale. Tutti sono parte di un sistema marcio. Persino la religione, che dovrebbe rappresentare uno spazio di purificazione, appare corrotta e funzionale alla conservazione del potere.

L’uso insistito di rituali religiosi svuotati di senso trasforma la liturgia in spettacolo farsesco. I politici si confessano, chiedono perdono, cantano inni sacri, ma subito dopo complottano, ricattano, pianificano. La fede diventa linguaggio di legittimazione, maschera ideologica. Petri suggerisce che quando il potere si ammanta di sacralità diventa ancora più pericoloso, perché si sottrae al giudizio critico.

Il film ebbe un impatto devastante. Alla sua uscita, molti esponenti della Democrazia Cristiana si riconobbero nella satira feroce di Petri. La critica si divise: per alcuni era un capolavoro visionario, per altri un’opera eccessiva e scandalistica. Ma con il tempo Todo modo è stato rivalutato come uno dei film più coraggiosi e anticipatori del cinema italiano. Non è solo una critica alla DC, che crebbe grazie alle ceneri del fascismo, ma una riflessione universale sulla degenerazione del potere e sul legame ambiguo tra politica e religione.

Conclusioni

All’interno del percorso di Elio Petri, Todo modo appare come un punto di arrivo e insieme un vicolo cieco. Porta il grottesco alle estreme conseguenze, fino a trasformare la satira in incubo allegorico. I personaggi non più individui, ma maschere. La trama non è più intreccio realistico, ma una parabola apocalittica.

Se lo guardiamo oggi, il film conserva una potenza impressionante, fa molto pensare quanto sia attuale. In un’epoca in cui il rapporto tra politica, religione e corruzione continua a riaffiorare, l’opera del regista romano appare ancora profetica. Non offre speranza, non concede consolazioni. Costringe lo spettatore a confrontarsi con l’orrore della generazione del potere.

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Todo modo è la rappresentazione di un sistema che si autocelebra mentre crolla. E proprio per questo resta un film necessario, che non andrebbe perso, anzi ma riscoperto. Non attenua, non semplifica, non rassicura. Mostra la decomposizione senza filtri, come non restasse più nulla da salvare.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

CONCLUSIONI

Una satira potentissima del maestro Elio Petri, che critica tutti senza paura sempre con l'uso del suo grottesco, caratteristiche fondamentali della sua carriera da regista militante.

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