Recensioni FilmThis Must Be the Place di Paolo Sorrentino

This Must Be the Place di Paolo Sorrentino

Nel 2011 Paolo Sorrentino presenta al festival di Cannes il suo nuovo film, “This Must Be the Place“. Prodotto da Italia, Francia e Irlanda, vince 6 premi ai David di Donatello e 3 ai Nastri d’argento. Il titolo è un riferimento a una canzone omonima dei Talking Heads, storica band vissuta tra gli anni 70 e 80, di cui il leader David Byrne cura la presente colonna sonora. Con un budget di 28 milioni di dollari e girato tra l’Irlanda e gli States, il film rappresenta il primo della sua filmografia realizzato in lingua inglese.

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This Must Be the Place

This Must Be the Place, Trama

Una vecchia rock star di nome Cheyenne, dopo aver goduto di particolare successo negli anni 80 ed essersi ritirato dalle scene musicali, vive adesso a Dublino assieme alla moglie. Alla morte del padre, che non vede da molti anni, viene a scoprire di un’umiliazione che costui subì in un campo di concentrazione nazista da parte di un’ufficiale, che si rivela essere ancora vivo. Il suo obiettivo diviene quello di trovarlo, intraprendendo quindi un percorso on the road in cui si interfaccia con diversi personaggi, che mettono in discussione la sua esistenza.

This Must Be the Place

This Must Be the Place, Recensione

Dopo il successo del “Il Divo“, arriva per Sorrentino una nuova sfida più importante, il suo primo lavoro all’estero con un cast di prim’ordine. Sean Penn e Frances McDormand sono i due nuovi volti che si prestano ad entrare nell’immaginario cinematografico di Sorrentino. Ormai il suo talento è esploso del tutto e dopo aver realizzato tra i film più interessanti del decennio precedente, si appresta a inaugurare una stagione d’oro negli anni 10. Basta pensare ai prossimi film che andrà a dirigere e che lo faranno entrare di diritto nel firmamento del nuovo cinema europeo. This Must be the place, è un’opera interessante che tratteggia ancora una volta varie tematiche che il regista evidentemente sente vicino a lui e sono parte integrante della sua vita.

La costruzione del personaggio protagonista è semplicemente perfetta, e si capisce chiaramente di come tutta la pellicola ruota e si muove attorno all’interpretazione di Sean Penn, che qua dimostra di trovarsi a suo agio nel lavorare con un regista non di lingua inglese ma con una tipologia di narrazione tipicamente europea e a tratti anche internazionale. Il suo modo di lavorare infatti lo ha sempre reso differente dalla classe di registi italiani della sua generazione, occupando sicuramente un posto di rilievo.

This Must Be the Place

Il suo lavoro di scrittura coordinato con Penn è il punto di forza che traina l’intera struttura del film. Il carattere e l’aspetto estetico dell’attore ricorda molto Robert Smith, leader della band post punk dei Cure, la cui somiglianza, per quanto non sia una biografia del cantante, è ciò che serve al regista per parlare di una storia sensibile, amaramente divertente e drammatica al punto giusto.

Il primo tema che tratta è la solitudine, ed è forse uno dei segni distintivi dell’autore. Tutti i personaggi protagonisti delle sue opere sono sempre dei marginati, persone messe all’angolo dalla società, appartenenti tutte a un ceto medio alto ma tristemente solitarie in cui sembrano arrivare a un punto di non ritorno. Il regista è bravissimo a rappresentare questo tipo di sofferenza, e riuscire a comprendere lo stato d’animo dei suoi personaggi è sicuramente la chiave utile per concentrarsi successivamente sull’efficacia della storia e sul suo senso.

This Must Be the Place

L’altro tema che emerge dalla visione è il passaggio del tempo in cui tutto fluisce e si trasforma. Una vecchia rockstar in declino che rimane ancorata al suo aspetto giovanile di ragazzo triste e cupo ma che trascina con sé i segni della sua decadenza. Un declino fisico, inteso attraverso una pelle non più giovane, combacia con un declino anche morale, in cui il personaggio sembra lentamente dirigersi verso la sua fine, tormentato da sensi di colpa che riaffiorano nel tempo e si fanno sempre più pesanti. Il film è una metafora per parlare di un viaggio introspettivo in cui chiaramente il personaggio percepisce la sua condizione esistenziale in quel momento. Il percorso è affiancato da attimi di sofferenza, e una sottile linea malinconica fa da collante tra tutte le sequenze. Gli incontri che avvengono durante il tragitto smuovano dentro di sé delle sensazioni e diventano simbolici.

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Il personaggio comprende che non ha più senso portare quella maschera di trucco sulla faccia, che è inutile piangersi addosso sui suoi presunti errori passati. É previsto un serio cambiamento che mette in discussione tutta la sua vita. Attraverso uno humor cinico e dissacratorio il film riesce nell’intento di far riflettere sulle nostre vite e di far rendere conto chi guarda, dell’importanza del tempo, di lasciare andare il passato e di non rimanere attaccati ai propri fantasmi.

Verrebbe anche da citare un altro tema presente seppure minore, quello della sessualità. Il protagonista è molto femminile e surreale, possiede delle doti e un carattere che lo fanno avvicinare maggiormente a una donna che a un uomo. Questo suo atteggiamento può essere spunto di ulteriore riflessione. Alla creazione di un’opera d’arte non è importante soffermarsi all’apparenza esteriore dell’autore, ma bisogna capire che il suo aspetto è forse parte integrante e fondamentale del processo creativo. Il fatto che il personaggio si truccasse è un indice che dimostra di come evidentemente egli si sentisse totalmente differente dagli altri e il suo look è la prova del suo sentimento di distacco che nutriva nei confronti dell’ambiente comune, dal quale veniva definito un outsider.

This Must Be the Place, Conclusione

Il film funziona bene, ha i giusti tempi e riesce a equilibrare momenti più toccanti con quelli più divertenti. Tutta la pellicola gioca su un’ironia pungente che fa da sfondo alle vicende narrate, alleggerendo qualche situazione più intensa, che dovrebbe invece trasmettere emozioni opposte. Questo sistema permette alla storia di essere permeata da un’atmosfera surreale che rende il contesto pienamente bizzarro in alcune dinamiche. La fotografia verte sul giallo e sulle sue sfumature, rendendosi efficiente e funzionale. La McDormand, si rivela sottotono rispetto al suo solito. Decisamente non in uno dei suoi ruoli migliori, lascia leggermente indifferenti.

Paolo Sorrentino si è sicuramente dimostrato superiore in altre pellicole, ma considerando che è la prima con cui si è dovuto confrontare con un cast e una crew straniera, è riuscito a regalare una pellicola in parte riuscita. La colonna sonora è eccezionale e accompagna egregiamente la visione.

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Sean Penn si rivela perfetto per il ruolo e si fa dirigere egregiamente da Paolo Sorrentino, al suo primo film in lingua inglese. La fotografia e la colonna sonora sono degne di nota.
Giovanni Veverga
Giovanni Veverga
Amo gli autori che vogliono e sanno come raccontare una storia in grado di affascinare lo spettatore.

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