Il Festival di Cannes 2026 è ormai agli sgoccioli. Numerosi i film presentati e le tematiche affrontate: l’IA, i blockbuster e il futuro del cinema. Tutti questi discorsi sono però passeggeri. Ciò che rimane sono i film. E al di là delle pellicole in concorso e fuori concorso, ce n’è una che ha troneggiato su tutto il festival di quest’anno: Thelma & Louise. La pellicola del 1991 è stata scelta come immagine del poster ufficiale di questa edizione. Pellicola che fu presentata proprio a Cannes, l’anno della sua uscita, in chiusura del festival. Cogliamo l’occasione per parlarne e riscoprire una delle opere più importanti degli anni ’90.
Thelma & Louise (1991) è il settimo film di Ridley Scott. Dopo i primi tre film con i quali ha cambiato per sempre il cinema (I Duellanti, Alien e Blade Runner) e dopo i secondi tre che non furono all’altezza degli esordi; il regista americano inaugura i suoi anni novanta con una pellicola spiazzante, distante dai canoni ai quali aveva abituato il pubblico. Il film fu una rinascita per il suo cinema ma anche, e soprattutto, un’opera dall’enorme peso specifico; soprattutto guardata e analizzata con gli occhi del nuovo millennio

Thelma & Louise – Trama
Thelma Dickinson (Geena Davis) e Louise Sawyer (Susan Sarandon) sono migliori amiche. La prima è una casalinga, sposata con un uomo oppressivo e che la lascia costantemente da sola. La seconda si trova in una relazione insoddisfacente e lavora in un fast food come cameriera. Per sfuggire alla monotonia della vita decidono, all’insaputa dei rispettivi partner, di passare un weekend in una casa di montagna, lontano da tutto e da tutti. Durante una sosta in un locale, Thelma viene avvicinata da Harlan, un dongiovanni del luogo, e ballano insieme.
Più tardi, durante la serata, Thelma si sentirà poco bene, e Harlan tenterà di approfittarsi di lei. Mentre sta per consumarsi la violenza, Louise interviene salvando l’amica. Harlan, non contento, continua a offendere le due donne. La stessa Louise, dunque, gli sparerà al petto, uccidendolo sul colpo. Il film seguirà le vicende delle due amiche che fuggiranno verso il Messico, in un road movie a metà strada tra la commedia e il dramma, che riflette in maniera lucida – e in anticipo sui tempi – sulla condizione della donna nella contemporaneità.

Thelma & Louise – Recensione
Parlare di Thelma & Louise dopo trentacinque anni dalla sua uscita originaria negli Stati Uniti (il film arrivò in patria il 24 maggio) significa, inevitabilmente, leggerlo con delle lenti nuove. Lenti consapevoli del percorso di Scott – anche successivo – e, in generale, del discorso sul femminile che Hollywood ha fatto, e continua a fare, dopo il movimento del MeToo. La grandezza della pellicola di Scott non sta solo nell’aver anticipato i tempi; ma nell’aver trattato quelle tematiche in maniera coerente con la sua personale visione di cinema, che ci accompagnava sin da I Duellanti. Una visione nuova, di rottura, figlia della New Hollywood e che si affacciava al postmoderno.
Il film fu un instant cult: oltre 40 milioni di dollari incassati negli Stati Uniti a fronte di poco più di 16 milioni di budget. Ma non solo: sei nomination agli Oscar ’92 e una statuetta portata a casa; quella per la miglior sceneggiatura originale Callie Khouri. Ed è forse dalla sceneggiatura che occorre partire: ci troviamo di fronte ad un racconto classico, dove l’arco narrativo dei personaggi segue vicende già viste, risapute, attendibili; ma è nei particolari che risiede la grandezza. La Khouri utilizza topoi ricorrenti del road movie, del western e, in un certo qual modo, anche del noir; ma ribaltati al femminile. Tutto ciò rende il racconto estremamente dinamico e dai risvolti imprevedibili.
Si badi: non perché si cade in stereotipie; ma perché gli intoppi e gli ostacoli che incontrano le due protagoniste sono gli ostacoli del sistema, calati nel contesto del road movie. Il viaggio di Thelma e Louise è un viaggio prima di tutto simbolico. È un viaggio di due anime femminili (e forse del femminile in generale) verso la frontiera di un paese (e forse un mondo) che le ha intrappolate. Ma è anche il viaggio delle singole individualità; verso la crescita (Thelma), e verso il superamento del trauma (Louise).

Femminismo criminale
La svolta chiara di Thelma & Louise è la seguente: cosa accadrebbe se situazioni tradizionalmente vissute da personaggi maschili – quantomeno nelle opere di finzione – le vivessero due donne? La domanda non trova una facile risposta perché ciò su cui riflette la pellicola non è tanto sulle possibili variazioni di dinamiche (che comunque sono centrali). Ma riflette sull’accettazione, da parte dello spettatore, di ciò che sta vedendo. L’omicidio che commette Louise, che non rientrerebbe in nessun caso nella legittima difesa, avviene prima dei venti minuti. Non è il culmine, ma il punto d’avvio di una spirale di vicende che diverranno pian piano sempre più estreme ma inevitabili.
L’atto criminoso avviene all’inizio. Lo spettatore si trova davanti ad una scelta: è con loro o contro di loro? Atti criminali come quello compiuto da Louise avvengono in ogni occasione in pellicole simili. In questo caso, però, la differenza sembra sostanziale: l’omicidio avviene come reazione ad una violenza sul corpo di una donna. Il femminile diventa centro, nucleo. In tutti gli altri casi non c’è il maschile di mezzo. Non c’è una motivazione legata al sesso o al genere. In questo caso si. Il colpo sparato da Louise inaugura una frattura, un atto rivoluzionario verso un’oppressione soffocante dalla quale occorre fuggire.
Scegliere di stare contro le due protagoniste significa scegliere di stare dalla parte della legge, ma è fin troppo semplice. Scegliere di seguirle nel loro viaggio, invece, significa addentrarsi in un racconto dove si incontreranno i muri dell’essere donna. Il “non ci crederanno”, la paura della fisicità dell’altro, l’occhio sessualizzante. Frasi fatte, in un 2026 dove il tema è stato protagonista di ormai svariate pellicole più o meno riuscite (Barbie, Povere Creature!, Bombshell). Concetti potenti, invece, nel ’91; visto che svariate recensioni dell’epoca parlarono di “femminismo criminale” o “femminismo reazionario”.

Una pellicola postmoderna e visionaria
Come già anticipato, nonostante la struttura classica della sceneggiatura, il film spicca per un’anima postmoderna che è ormai la cifra stilistica del suo autore. Con le sue prime tre pellicole, Scott omaggia il noir e il Kubrick di Barry Lyndon e di 2001. Con Thelma & Louise c’è, come detto, l’omaggio al western e al road movie. Il film è un viaggio in auto attraverso i paesaggi tipici della frontiera e dunque dei classici, ad esempio, di John Ford. Ma ovviamente, come nei maestri successivi del postmoderno (Nolan, Tarantino, P.T. Anderson), Scott non è un semplice citazionista. Il cinema diventa il luogo in cui riflettere sul tema della pellicola.
Thelma & Louise non è un western perché c’è il Grand Canyon; ma perché sin da subito viene posto al centro della vicenda l’eterno dibattito sulla differenza tra il giusto in termini legali e il giusto in termini etici. Le varie citazioni che possiamo incontrare (Gangster Story, Butch Cassidy, Easy Ryder) non sono fini a sé stesse: la frontiera diventa luogo interiore; limite oltre il quale spingersi per crescere e andare avanti. Thelma, grazie al viaggio, diventerà gradualmente – non senza grandi batoste, come l’inganno di JD (Brad Pitt) – padrona di sé. Louise, invece, vivrà il viaggio come un viaggio di superamento dei propri traumi. Madre/sorella maggiore di Thelma, dovrà prendersi cura di lei ma, allo stesso tempo, riflettere sul suo passato e chiuderci i conti.
Ma il western è anche, e soprattutto, nell’alone leggendario della vicenda. Quello di Thelma e Louise non è più un semplice viaggio; ma diventa mito. Mito fondativo, da raccontare ai posteri, che riflette sui retaggi maschilisti del sistema e che propone una conclusione che solo il racconto mitologico può dare. La postmodernità di Scott si sostanzia nella meravigliosa scena finale; che restituisce all’arte la possibilità di cambiare una realtà ancora troppo radicata in sé stessa, nonostante qualche spiraglio – si pensi all’ispettore Hal (Harvey Keitel), che empatizza, seppur a distanza, con le due protagoniste. Quell’auto sospesa nel vuoto, con lo schermo che tenderà al bianco, è il punto esclamativo su una pellicola che segna una delle vette del cinema di Scott. Un cinema che, senza sbandierarlo, era già da sempre femminista (si pensi ad Alien).

Conclusioni
Thelma & Louise è, innanzitutto, cinema. Senza etichette. Essenziale nel racconto per immagini; che non ha bisogno di monologhi o spiegoni per veicolare un messaggio. La sua grandezza sta nel non imbastire un racconto manicheo, ma pieno di chiaroscuri; dove le protagoniste agiscono, progressivamente, sempre più nell’illegalità. E dove il “maschio” è caratterizzato da diversi volti (quelli dei vari personaggi maschili); tutti problematici a modo loro. Un film che racchiude nel viaggio delle sue protagoniste un viaggio universale.
