The Social Network (2010) è il film più significativo del nuovo millennio per la carriera di David Fincher. Accolto con i favori della critica all’uscita, ottenne otto candidature ai Premi Oscar 2011, portando a casa ben tre statuette: miglior montaggio, miglior sceneggiatura non originale e miglior colonna sonora. Ma al di là dei riconoscimenti ufficiali, è stato un film capace di imporsi nell’immaginario collettivo degli ultimi quindici anni, rientrando stabilmente nelle classifiche dei migliori film del ventunesimo secolo.
L’importanza dell’opera di Fincher, però, va ricercata nella capacità di tradurre in pellicola le nevrosi di inizio millennio. La sua stratificazione formale, figlia sicuramente dello stile forte del suo autore, ha saputo cogliere la complessità e la densità degli anni che raccontava. Anni ruggenti, che avrebbero di lì a poco cambiato il mondo. Ma anche anni paradossali, cloaca della più grande contraddizione del secolo: la promessa della connessione perenne, della socialità onnipervasiva; da vivere però nel buio della solitudine.

The Social Network – Trama
Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg), studente di Harvard, ha l’idea di creare un social network per studenti universitari, e inventa TheFacebook.com grazie all’aiuto finanziario del suo compagno di stanza, e unico amico, Eduardo Saverin (Andrew Garfield). Figura centrale, una volta che il sito avrà un’eco nazionale, sarà quella di Sean Parker (Justin Timberlake), fondatore di Napster e ingolosito dalle possibilità di entrare a far parte del team del nuovo fenomeno del momento. Il racconto degli eventi, avvenuti tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004, è intervallato da flashfarward in cui vengono mostrate le deposizioni stragiudiziali a cui Mark è chiamato a presenziare. Le cause intentate contro di lui saranno mosse da Saverin stesso e dai gemelli Winklevoss (Armie Hammer), per motivi che progressivamente il film ci mostrerà.
Gli eventi di The Social Network riprendono quelli raccontati dal romanzo Miliardari per Caso – L’invenzione di Facebook: una storia di soldi, sesso, genio e tradimento (2009) di Ben Mezrich. Una premessa, ovviamente, va fatta: il film non si propone di essere una ricostruzione dei fatti e non assume mai i crismi del documentario. Aaron Sorkin, sceneggiatore del film; adatta un romanzo già di per sé “compromesso” (il consulente di Mezrich fu Eduardo Saverin mentre era in causa con Mark); ma l’intento di Fincher è tutt’altro che la verosimiglianza.

The Social Network – Recensione
Il racconto di The Social Network è un racconto di frammenti che si sovrappongono. Sin da subito, nella prima scena, lo spettatore si trova catapultato in una conversazione serrata, con la musica in sottofondo che copre le parole. Parole a loro volta che rimandano ad altro, polisemiche, con sottintesi. Fincher inquadra una situazione reale che ha i crismi della rivoluzione digitale degli anni a venire. La situazione è quella di un appuntamento tra Mark e la sua ragazza, Erica Albright (Rooney Mara); dove il primo esprime un’ossessione spasmodica verso i club universitari esclusivi. Vuole fare qualcosa di grande per essere notato. Non gli basta non aver fatto errori al test d’ammissione. Non gli basta aver già creato siti internet e applicazioni per Google. Vuole essere riconosciuto, uscire dall’anonimato ed entrare in un circolo esclusivo, riservato.
Il film fa collassare tutto su questa prima, esplicita, dichiarazione di intenti. La sceneggiatura di Aaron Sorkin si costruisce guardando al futuro che quel genio costruirà. La pellicola è estremamente dialogata. Dialoghi tesi, con frasi e concetti che si sovrappongono. Lo spettatore si trova di fronte ad un lavoro di de-costruzione del dialogo, perché i presupposti del dialogo stesso crollano. Quegli anni furenti sono gli anni in cui la centralità del singolo sovrasta tutto il resto. Tutti i personaggi rivendicano le proprie ragioni, dunque il confronto con l’altro diventa scontro. Il dialogo volto ad una risoluzione lascia spazio all’opacità, ai sottintesi, ai non detti. Gli scontri dialettici diventano la gara a chi costruisce il monologo più convincente (non a caso gli intermezzi sono di natura giudiziaria).
Il film, lato sceneggiatura, restituisce perfettamente quella contraddizione sopra accennata. Lo spostamento della vita sociale universitaria su internet costruito da chi, come ammette candidamente in quella scena iniziale, non vuole amici.

L’identità trasfigurata in immagini
The Social Network è uno dei tasselli cardine dell’intera opera di Fincher, che sin dagli albori della sua carriera riflette sul tema dell’identità. Qual è il cruccio di Mark se non quello di costruirsene una? Su ogni pagina della sua neonata creatura compaiono il suo volto e il suo nome come co-fondatore del sito. Sicuramente genio, ma outsider all’interno dell’università; dopo il lancio di TheFacebook il suo nome verrà addirittura paragonato a quello di Bill Gates. Di nuovo la contraddizione: un introverso con tratti sociopatici il cui nome diventerà di dominio pubblico; regala al mondo lo strumento dell’anonimato per eccellenza.
L’identità smette di essere quella reale ma si trasfigura in immagini frammentate e prive di sostanza. La regia di Fincher su questo peculiare tassello diventa chirurgica. Un gruppo di amici che valuta la bellezza delle ragazze davanti allo schermo di un PC, dove è aperta la finestra su un sito che propone immagini. Quelle stesse immagini alle quali di lì a qualche anno affideremo la nostra identità. Il tutto ripreso dal di fuori di un’altra finestra, questa volta quella reale, della stanza buia di un campus universitario.
Ma chirurgico è anche il montaggio di Angus Wall e Kirk Baxter che restituisce, come la regia e la sceneggiatura, quel sovrapporsi di stimoli, di immagini, di suoni, di significati; come le finestre che si accavallano su un desktop. Nel film si accavallano spazi e tempi, ricordi e rimandi; grazie ai sopraccitati flashforward e ai montaggi paralleli.

L’analfabetismo emotivo dietro la felicità degli schermi
The Social Network adotta questo specifico linguaggio riuscendo a cogliere in pieno la profonda natura della contemporaneità. Schematica e divisa in compartimenti stagni; figlia del rigore informatico che sorregge la luminosità degli schermi davanti ai quali costruiamo la nostra vita sociale. Ma allo stesso tempo opaca, come un’immagine fuori fuoco che mostra la sua natura digitale attraverso i pixel: è tutto un grande inganno. Un castello di carte che può facilmente crollare se un conto bancario viene congelato. La cupezza della visione della contemporaneità è restituita dai toni gravi – ed elettronici – della meravigliosa colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross. Ma anche, e soprattutto, dalla fotografia glaciale di Jeff Cronenweth; che cattura la monocromaticità emozionale del mondo che si cela dietro l’arcobaleno sfavillante di internet.
Non stupisce che il film inizia e si conclude con la messa in scena dell’analfabetismo emotivo del suo protagonista: l’incapacità di intrattenere una discussione sana dal vivo e, a cerchio concluso, l’invio di una richiesta di amicizia davanti ad uno schermo. Ma l’incapacità di relazionarsi connota anche i co-protagonisti: l’insicurezza dell’Eduardo Saverin di Andrew Garfield che sembra basare ogni sua azione sul riconoscimento del padre. Ma anche, e soprattutto, lo Sean Parker di Justin Timberlake; specchio di quell’instabilità psicologica ed emozionale che lo porterà a credere di essere perennemente seguito e controllato. Sua sarà la frase più profetica del film: “abbiamo vissuto nelle fattorie, abbiamo vissuto nelle città, e adesso vivremo su internet”.
Questa asetticità emotiva si specchia nella glacialità degli intermezzi giudiziari e nei motivi di quei procedimenti, tutti legati apparentemente al denaro. Ma non è il denaro a muovere Saverin e i Winklevoss, ma proprio quell’analfabetismo emotivo che gli impedisce di affrontare le situazioni di petto. Il primo si sente tradito, mentre i secondi per la prima volta hanno sperimentato la sconfitta.

Un lascito impattante
Niente è lasciato al caso. Il lascito di The Social Network è anche, e soprattutto, estetico. Se questa precisa struttura formale aveva uno scopo interno (l’affresco di quel millennio che stava sorgendo); ha comunque contribuito, suo malgrado, a costruire un’estetica che ancora oggi è viva nelle produzioni hollywoodiane. Un intreccio di base semplice, ma labirintico nella messa in scena. Un’estetica cupa, tendente ai toni scuri e freddi; e la creazione di personaggi monolitici. In questi tratti, Fincher è simile a Nolan, poste comunque le dovute differenze.
Col senno di poi, questa pellicola rimane forse l’apice della seconda parte di carriera del regista americano. Sicuramente superiore ai film che ha diretto successivamente, nonostante la potenza – evocativa e artistica – di pellicole come L’Amore Bugiardo – Gone Girl (2011) e Mank (2020). Assieme a Seven (1995) e Fight Club (1999) rimane la sua opera più riconoscibile e riconosciuta. Vicina per qualità, e forse anche superiore, Zodiac (2007); che però non gode dello status di cult movie. Cosa che The Social Network, senza timore di smentita, è di diritto.

The Social Network – Conclusione
Un film generazionale, capace di attrarre intere generazioni alla settima arte. Una struttura stratificata, dialoghi intensi e una colonna sonora magistrale (mai come quell’anno l’Academy ci vide giusto) restituiscono una delle vette artistiche e produttive di un regista che ha saputo imporre il suo nome tra i grandi degli ultimi trentacinque anni. Rimane impresso nella mente.
