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The only living boy in New York, recensione di un film d’amore diverso

The only living boy in New York è un film del 2017 diretto da Marc Webb, disponibile su Prime Video. Dopo essersi immerso nel mondo dei supereroi con The Amazing Spiderman, il regista statunitense porta nei grandi schermi questa pellicola che potremmo definire un drama romantico. Una storia d’amore che però nasconde volontariamente una denuncia, anche questa d’amore, verso la città interessata, New York. Qui “La Grande Mela” diventa indirettamente protagonista del motore narrativo, essendo oggetto di discussione e di evoluzione nei confronti dei personaggi.

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Un’inedita visione di una città vista sempre in modo iperbolico e ammirante, che vede come protagonista il giovane impacciato Thomas Webb, interpretato da un buon Callum Turner. Il resto del cast include altre figure in rampa di lancio come Kiersey Clemons, e altre già note al pubblico come Jeff Bridges, Kate Beckinsale, Pierce Brosnan e Cynthia Nixon.

Un film che, attraverso un semplice intreccio amoroso, arriva a parlare di solitudine, vuotezza, della metropoli, dell’arte. Ma in che modo?

The only living boy in New York, la trama

New York, tempi attuali. Thomas Webb(Callum Turner) è un giovane neo-laureato alla ricerca di una dritta direzione della sua vita. Non sa cosa fare, ama l’arte in tutte le sue forme, fa da tutor per arrotondare, la famiglia non lo aiuta moralmente. L’unica cosa di cui è certo è che è innamorato di Mimì(Kiersey Clemons), sentimento però non ricambiato. Thomas si sente fuori luogo sia con la New York di oggi, vuota d’anima; sia con le cene noiose tra finti intellettuali, amici a suo padre, non un grande punto di riferimento per il figlio.

A dare una svolta alla sua vita è il casuale incontro con W.F.( Jeff Bridges), un uomo di mezza età eccentrico e amante dell’alcol e della bella retorica. Da un incontro per le scale inizia un sodalizio amichevole e intellettuale tra i due: a Thomas sembra essere un ottimo portatore di consigli, mentre all’uomo sembri interessare molto il ragazzo. 

Un altro punto di rottura sarà la scoperta di Thomas del tradimento del padre con l’incantevole Johanna(Kate Beckinsale). Inizierà a seguire la donna in modo da provare ad impedire la rottura del matrimonio dei suoi genitori, già in crisi. Ma l’incontro tra Johanna e Thomas porterà solo ad altre strade aperte. Strade che sconvolgeranno per sempre la vita di Thomas.

The only living boy in New York

The only living boy in New York, la recensione

Il film si presenta con uno spensierato ma critico monologo che sembra portare alla presenza di un narratore onnisciente della storia e del contesto. Si parla di degrado urbano, di arte, commercio, e anche di Thomas Webb. Tutto ci porta a schiarire e delineare il contorto della storia in modo da proiettarci immediatamente al suo interno. Vediamo Thomas all’interno di un museo, assieme alla sua “unica certezza” Mimì, e il suo aspetto ci riporta a un ragazzo impacciato, nerd e innamorato. La presentazione dei personaggi funziona, anche quella di W.P. ci fa capire che lui per quanto strambo sembri sia in realtà un fondale di saggezza.

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Le chiacchierate tra i due non sono esclusive ma parlano a tutti noi, alle nostre insicurezze, paure. Indirettamente, dal punto di vista di Thomas, si crea un parallelismo tra il padre e W.P., dove con quest’ultimo si sente sicuro di sé e confidevole. Questo parallelismo si rivela essere metatestuale: il padre rappresenta tutto ciò che porta New York a non avere più un’anima, ad essere piatta, mentre W.P. è ancora quel barlume di giovinezza che mette l’arte e l’amore al primo posto, per quanto contorto l’amore possa dimostrarsi. “Smettila di affogare in ciò che ritieni morale” è uno dei consigli che W.P. dà al giovane Thomas.

Dopo il primo punto di rottura, il secondo è quello con Johanna, da cui l’intreccio amoroso segue i passi di una classica romcom brittannica, attraverso una regia elegante e intenta a voler mostrare la vita lenta e ipocrita della borghesia. L’evoluzione di Thomas è graduale e ben seguita dagli incontri con W.P., che diventa sempre più interno e contestuale alla vita del giovane ragazzo.

Il colpo di scena finale funziona e tocca al punto giusto, portando sia Thomas ad essere maturo in modo da poter camminare sulle proprie spalle, sia portando un omaggio all’arte, la manifestazione più vicina all’amore.

Una New York vuota e senz’anima

Molti aspetti del film rimandano alla presenza/assenza di New York, sfondo di innumerevoli pellicole americane e non. Una città così potente al punto da diventare protagonista in molti film che ospita. Ma quanto si sente la sua presenza nella regia?

La vediamo in diverse inquadrature di passaggio, nelle camminate malinconiche di Thomas, nei parchi e nei teatri, ambienti di alcune scene. Ma assume un significato più retorico. Qui New York assume diverse sfumature e impersonificazioni in base ad ogni soggetto che ne parla: per una persona altolocata e imprenditrice come può essere il padre di Thomas, la città funziona e se non fosse per i “tossici” in giro sarebbe perfetta, mentre per Thomas la città perde di anima poiché assuefatta dal cambio generazionale e dalla perdita del gusto per l’arte. Per Thomas la nuova e utopica New York è rappresentata da Mimì, il suo unico punto di riferimento. Tra l’altro, Mimì deriva dal greco e significa “protettrice, risoluta”.

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Vita lenta, spazi domestici dominati da cene tra borghesi, cerimonie altolocate. Così Marc Webb disegna il lato negativo di New York, conseguenza della perdita di anima di cui anche il narratore parla dall’inizio.

“Era arte contro commercio, e il commercio ha vinto” dice la voce narratrice nell’introduzione.

The only living boy in New York

Conclusioni

Insomma, The only living boy in New York non è una semplice commedia romantica che stipula alla fine dei conti il famigerato per sempre felici e contenti, anzi, tutt’altro. Indubbiamente il finale dona ai personaggi una serenità che due anni prima mancava, e anche noi siamo felici di ciò. Qui l’amore diventa un grande pretesto per parlare di cose più grandi ed esistenziali, di perdita dell’identità, di famiglia, di arte, di degrado urbano. E Marc Webb lo fa attraverso una pellicola dalla durata di circa 90 minuti, senza rendere troppo pesante l’esperienza della visione, rendendocela godibile e a tratti leggera e spensierata.

Un film che, per gli appassionati del genere ma anche non, può valere la pena vedere. Soprattutto ora che è disponibile su Prime Video.

Trailer

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

Un film che, per gli appassionati del genere ma anche non, può valere la pena vedere. Soprattutto ora che è disponibile su Prime Video.
Vincenzo Pennabea
Vincenzo Pennabea
Interfacciandomi con il cinema dall’infanzia, crescendo ho sempre più approfondito e alimentato una passione per il cinema di genere, scoprendo un particolare gusto in particolare per l’horror e il dark fantasy, che va da maestri del genere come Mario Bava e Dario Argento a Tim Burton. In un prodotto cinematografico mi affascina la potenza delle inquadrature nella loro resa visiva e quanto la scrittura di un personaggio riesca a toccare lo spettatore nella sua umana sensibilità.

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