“The Manchurian Candidate” è un film del 2004 con protagonisti Denzel Washington, Liev Schreiber e Meryl Streep, presentato al festival del cinema di Venezia. Tratto da un romanzo omonimo di Richard Condon del 1959, vede la regia di Jonathan Demme che realizza in chiave moderna il remake di “Va e uccidi” del 1962 con protagonista Frank Sinatra.

The Manchurian Candidate, trama
Un veterano di guerra di nome Ben Marco (Denzel Washington) viene tormentato da strani sogni, riguardanti la sua esperienza militare in Kuwait. Oltre a lui anche i suoi ex compagni, tra cui Raymond Shaw (Liev Schreiber) candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti. Il suo compito diventa quello di scoprire cosa si nasconde dietro quei misteriosi incubi alla quale inizierà sempre più a dare peso, tanto da coinvolgere anche il nuovo candidato, e con il quale arriverà a una dura e spietata verità.

The Manchurian Candidate, recensione
The Manchurian Candidate è uno degli ultimi film del regista Jonathan Demme, il quale si confronta con tematiche di natura sociopolitica, facendo uscire l’opera in un momento significativo per gli Stati Uniti d’America, l’anno 2004, che tutti si dovrebbero ricordare per le nuove misure di politica estera che adottarono e per la rielezione del presidente americano George W. Bush. Nonostante stiamo parlando di un remake, l’ambientazione risale ovviamente al periodo di uscita del film e fu quindi estremamente attuale l’argomento che va a trattare.
L’America rappresentata è infatti una nazione che sta vivendo tutta una serie di conseguenze dovute alla prima guerra del Golfo, tra cui la conseguente guerra in Iraq voluta dagli Stati Uniti stessi. Il regista mostra quindi il suo punto di vista su una vicenda drammatica che da poco ha attraversato il paese, ovvero la guerra in Kuwait negli anni 90.
A una prima visione il film si allinea come un classico thriller dei primi anni 2000 e la cosa potrebbe portare ai soliti discorsi, ovvero di trovarsi di fronte all’ennesimo prodotto in stile americano visto e rivisto, ma in realtà bisognerebbe ricordarci che alla regia c’è un grande talento ovvero Jonathan Demme.
Questa è una particolarità da non sottovalutare, perché il regista riesce a creare una pellicola degna di essere guardata e capace di tenere incollato il pubblico alla sedia con diversi momenti di tensione. Essa vanta un ritmo notevole alternato da episodi ricchi di angoscia, in cui la narrazione procede sempre di più in un crescendo significativo, che non risparmia neppure punte con rimandi horror. Solo per questo aspetto si dovrebbe ringraziare Demme, che non scade in troppi e semplici banali cliché.

Il difetto maggiore dell’opera rimane comunque, come accennato qualche riga più su, nel fatto che appare un po’ troppo confezionato come lavoro, e leggermente enfatizzato in alcune scene ma si capisce che è un modo per dare maggior spessore alla storia. Manca quella dose di autenticità cruda che l’avrebbe resa sicuramente più interessante, invece si è adottato per uno stile estremamente drammatico in determinati momenti del racconto.
Il pregio migliore è comunque la regia, sempre al servizio della storia. Movimenti di macchina meravigliosi e carichi di strati d’ansia che trasmettono paura allo spettatore. Inquadrature frontali sui primi piani degli attori per accentuare attimi di pericolo sempre dietro l’angolo. È stato fatto un ottimo lavoro anche per quanto riguarda la recitazione, Washington dimostra di saperci pienamente fare in questi thriller e action, tanto che diventerà il suo pane quotidiano per tutto il decennio. Schreiber si conferma perfetto per la parte, così come la Streep si rivela all’altezza nei panni della spregiudicata madre del futuro neo candidato.

La follia raccontata da Jonathan Demme
Demme si rivela estremamente critico nei confronti della guerra in Kuwait e il suo intento è quello di analizzare la ripercussione psicologica su quei soldati che dal fronte sono tornati. Mettiamo caso che il tutto sia stato esagerato ai fini di una trama assai coinvolgente, risulta però inevitabile non accorgersi che il punto centrale del film siano per l’appunto le conseguenze che hanno interessato quegli uomini che dal conflitto hanno riportato una condizione di squilibrio.
È infatti un dramma che racconta della follia di una guerra e di una nazione post Kuwait totalmente in crisi e alienata. È la storia di un paese allo sbando che sulle armi e la violenza continua ad espandere il proprio impero, sulla base di un’irrazionale esaltazione nociva. Il film può essere considerato, se vogliamo esagerare, come post surrealista, in cui le scene dei sogni del protagonista si confondono completamente con la realtà fino a non comprendere più dove risieda la linea divisoria che separa i due mondi. Un surrealismo scaturito però dall’orrore della guerra.
Protagonisti che guarda caso vengono successivamente candidati tra i vertici più importanti dello stato, come nel caso della vice presidenza al paese per il coprotagonista, quasi a voler ribadire che la follia personale si tramuta ben presto in una follia di stato cieca e assoluta. Egli va a incarnare il simbolo di tutti quei valori americani che si rifanno alla violenza come fondamento per il progresso. Possiamo tranquillamente dire che lo spettatore si ritrova davanti a un delirio di massa completo.
