Recensioni FilmThe Last House: un incubo domestico dal potenziale sprecato

The Last House: un incubo domestico dal potenziale sprecato

The Last House (2026) è l’ultimo horror targato Netflix. Matthew Robinson firma la sceneggiatura, mentre Louis Leterrier, regista di Fast X, dirige un monster movie dalle tinte survival, ambientato quasi interamente in una casa. Una premessa che punta a trasformare uno spazio familiare in una vera e propria trappola, costruendo un’atmosfera claustrofobica e una tensione costante. Ma The Last House sarà riuscito a mantenere le promesse? Scopriamolo nella nostra recensione.

The Last House – Trama

The Last House segue Jason (Wagner Moura) e Ann (Greta Lee), una coppia che vive con i due figli in una casa di periferia. Improvvisamente, la famiglia si ritrova misteriosamente intrappolata all’interno dell’abitazione, senza alcuna possibilità di uscire, mentre una minaccia sconosciuta sembra sorvegliare ogni loro movimento. Con il passare del tempo, le scorte iniziano a scarseggiare e la convivenza diventa sempre più difficile. Per sopravvivere, la famiglia dovrà restare unita e cercare di comprendere la natura della forza che li tiene prigionieri.

The Last House

The Last House – Recensione

The Last House si presenta come un mediocre survival horror fantascientifico che costruisce la propria identità attraverso un curioso, ma non sempre efficace, miscuglio di citazioni e riferimenti ad altre opere. La situazione in cui si ritrovano i protagonisti per gran parte della vicenda richiama inevitabilmente The Mist, il film tratto dall’omonimo romanzo di Stephen King, mentre non mancano richiami più sottili a La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock. Il finale, invece, sembra attingere alle trappole domestiche di Mamma, ho perso l’aereo e ad alcuni momenti che ricordano Jumanji, prima di culminare in una parentesi post-apocalittica che guarda chiaramente a Waterworld con Kevin Costner.

È proprio attraverso questo marcato citazionismo che la sceneggiatura prova a costruire una rappresentazione della famiglia moderna. Una famiglia costretta a vivere segregata tra le mura domestiche e impossibilitata a uscire. L’idea si presta a una lettura allegorica legata alla pandemia di Covid-19 che abbiamo vissuto alcuni anni fa. L’intento alla base del film è senza dubbio interessante: la progressiva riscoperta della quotidianità e della complicità familiare funziona in alcuni momenti. I protagonisti sono costretti a condividere semplici attività quotidiane, riscoprendo momenti piacevoli e facilmente riconoscibili.

- Pubblicità -

Il problema è che il film non costruisce adeguatamente il percorso emotivo che dovrebbe condurre a questa ritrovata vicinanza. Sarebbe stato molto più efficace mostrare inizialmente una famiglia disgregata, segnata da tensioni e conflitti interni, per poi raccontarne gradualmente la riunificazione di fronte alla minaccia esterna. Questa componente viene invece soltanto accennata e risolta in maniera troppo sbrigativa. Di conseguenza, le numerose scene dedicate alla quotidianità finiscono per apparire fini a se stesse e, non poggiando su una solida base emotiva, contribuiscono inevitabilmente ad alimentare la noia.

Una sceneggiatura poco incisiva limita il potenziale narrativo

La sceneggiatura, dunque, non eccelle particolarmente nella scrittura. Già il prologo arriva praticamente a suggerire, se non a rivelare apertamente, l’origine della minaccia esterna, privandola quasi immediatamente di qualsiasi fascino o mistero. A questo si aggiungono alcune forzature narrative introdotte esclusivamente nell’ultimo atto per consentire alla storia di proseguire verso il climax. Scelte che finiscono inevitabilmente per suscitare una domanda spontanea nello spettatore: “perché tutto questo non è accaduto prima?

Non mancano comunque alcuni spunti interessanti. In particolare, una sequenza riesce a risultare emotivamente e drammaticamente toccante proprio grazie alla sua crudezza, mentre merita una menzione positiva anche la rappresentazione dell’ambientazione post-apocalittica. Quest’ultima, tuttavia, viene mostrata per un periodo di tempo troppo limitato, lasciando la sensazione di trovarsi davanti a un potenziale narrativo sfruttato soltanto in minima parte.

I protagonisti rimangono, nel complesso, una famiglia media priva di autentici contrasti interni. I conflitti tra i suoi membri vengono accennati sporadicamente, ma raramente producono conseguenze significative e vengono quasi sempre risolti in maniera troppo rapida. Anche alcuni dialoghi risultano penalizzati da una scrittura eccessivamente banale e poco incisiva. Funzionano decisamente meglio le sequenze di sopravvivenza ambientate all’interno della casa, dove i vari componenti della famiglia sono costretti a collaborare per affrontare la minaccia e garantire la propria sopravvivenza.

The Last House

Una messa in scena anonima spegne la tensione del survival horror

Dal punto di vista tecnico, la regia di Leiterer non riesce invece a sfruttare pienamente le potenzialità dell’ambientazione domestica. Nonostante la maggior parte della vicenda si svolga all’interno della casa, gli spazi non vengono trasformati in un ambiente realmente claustrofobico e la minaccia esterna raramente riesce a trasmettere una tensione costante. Per gran parte del film, la regia rimane estremamente contenuta e preferisce concentrarsi sulle attività quotidiane della famiglia, sacrificando così il senso di pericolo.

Soltanto durante il terzo atto Leiterer concede qualche guizzo registico in più, attraverso brevi piani sequenza e alcune carrellate in soggettiva dal punto di vista delle creature. Si tratta però di momenti sporadici che non bastano a risollevare una messa in scena complessivamente piuttosto anonima. A non aiutare ulteriormente è il montaggio, caratterizzato da un ritmo decisamente sbilanciato, soprattutto nel secondo atto, dove la narrazione rallenta eccessivamente senza riuscire a costruire una tensione realmente crescente. Fotografia e colonna sonora, infine, risultano semplicemente funzionali, senza lasciare particolari impressioni.

Conclusioni

In definitiva, The Last House è un survival horror che parte da alcuni spunti interessanti, ma non riesce a svilupparli con sufficiente incisività. L’idea di utilizzare l’isolamento familiare come allegoria di un’esperienza collettiva recente avrebbe potuto offrire al film una maggiore profondità emotiva, così come l’ambientazione post-apocalittica avrebbe meritato un’esplorazione più ampia. A frenare il risultato finale sono però una sceneggiatura poco solida, una tensione intermittente e una regia incapace di sfruttare davvero le potenzialità dell’ambientazione.

Il trailer ufficiale:

PANORAMICA RECENSIONE

Regia
Soggetto e Sceneggiatura
Interpretazioni
Emozioni

SOMMARIO

The Last House si rivela un mediocre monster movie horror dalle tinte fantascientifiche e survival, incapace di sfruttare appieno le proprie potenzialità. A penalizzarlo sono soprattutto una sceneggiatura poco incisiva e una tensione narrativa quasi del tutto assente.
Luca Massaro
Luca Massaro
Tutto è iniziato con la poetica di Cuarón. Poi con la complicità di mamma sono arrivati i thriller che non ti fanno dormire e gli horror che ti restano sotto pelle. Se un film sa mettermi ansia con un'inquadratura, allora merita di essere raccontato.

CONDIVIDI POST:

IN TENDENZA ORA

RACCOMANDATI

The Last House si rivela un mediocre monster movie horror dalle tinte fantascientifiche e survival, incapace di sfruttare appieno le proprie potenzialità. A penalizzarlo sono soprattutto una sceneggiatura poco incisiva e una tensione narrativa quasi del tutto assente.The Last House: un incubo domestico dal potenziale sprecato