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The Gentlemen

“Dammi una birra e un uovo in salamoia”! Se l’ordinazione non dovesse essere di vostro gradimento provate ad immaginare che sia un gangster a reclamare il suo ordine al ligneo tavolino di un pub. Il quadro non vi sembra ancora del tutto attraente? Sappiate che il bandito in giacca e cravatta è Matthew McConaughey. E che su quel bicchiere di birra chiara schizzerà ben presto un po’ di sangue. Se ora la vostra attenzione si è risvegliata dall’abituale torpore siete pronti per “The Gentlemen”, il ritorno di Guy Ritchie.

“The Gentlemen”: sleale, ingarbugliato e rumoroso. L’ultimo film di Ritchie riaccende il caos british che tanto ci era mancato: stile autoriale nella scrittura, personaggi dalla volgarità seducente e un montaggio da vertigine.

Ritchie si scrolla di dosso il cappello a cilindro di “Sherlock Holmes” (2009 e 2011) e l’armatura di “King Arthur” (2017) per riabbracciare la Londra fumosa e criminale del nostro tempo. I delinquenti di periferia sembrano però aver alzato il tiro, e aver messo insieme un sorprendente buon gusto. Ma l’aria è sempre inumidita dalla pioggia. La tazza di tè sempre fumante sul tavolo. E le scazzottate esagerate pronte ad accendersi. “The Gentlemen” è un film di Guy Ritchie fino al midollo.

Sappiamo che qualcuno dirà che questo film porta la firma di Ritchie in maniera fin troppo visibile. Il regista amante degli eccessi si affida a comprovati schemi narrativi a lui molto cari, ammiccando a sottotrame tortuose e a personaggi eccentrici e scurrili. Il risultato appare quasi come una contraffazione dei suoi grandiosi “Lock & Stock – Pazzi Scatenati”, “Snatch” e “Rocknrolla”. Eppure, a ben guardare, Ritchie sferra un sonoro schiaffo sulle maldisposte guance di chi pretende che un autore, con una poetica cinematografica salda come la sua, si dedichi diligentemente a quel cambiamento di rotta che ci si ostina a chiamare maturità. Ritchie quando ci ha provato ha sostanzialmente fallito (il suo “Aladin” ne è l’esempio più lampante): non è quello il mondo a cui appartiene. Meglio tornare a navigare nelle proprie acque, magari correndo persino il rischio di infrangersi su qualche scoglio. Perché anche a naufragare ci si può divertire parecchio.

The Gentlemen

Michey Pearson (Matthew McConaughey) è nato povero, ma sveglio. È un americano a cui la verde e dolce erba d’Inghilterra ha regalato un business da capogiro. Le sue piantagioni di marijuana sono nascoste sotto gli occhi di tutti, lì dove nessuno cercherebbe. Se ne stanno rigogliose negli ampi cortili dell’aristocrazia inglese, ormai dimenticata e con non pochi problemi finanziari. L’impresa di Michey è alquanto redditizia ma lui è deciso ad uscire dal giro. Non vede l’ora di trascorre del tempo con la moglie in un cottage di campagna. Probabilmente tutto questo mescolarsi con la nobiltà deve averlo imborghesito. Che anche la sua ferocia si sia affievolita è però tutto da dimostrare.

A raccontarci delle sue smanie da re della foresta e della sua erba delle meraviglie è un subdolo investigatore privato di nome Fletcher (Hugh Grant alle prese con un sorprendente accento cockney). Ray-Ban dalle lenti gialle e giubbino di pelle marrone per un ficcanaso indiscreto dalla lingua veloce. Fletcher è alle dipendenze di un tabloid scandalistico di second’ordine che ha puntato il suo mirino proprio sulle attività illegali del fascinoso Michey. Fletcher sembra aver scandagliato a lungo quel fondale di fanghiglia e crimini, e pare abbia scoperto qualcosa che sarebbe meglio non rivelare a nessuno. Per tenere la boccaccia chiusa pretende che il fidato consigliere di Michey, il composto e raffinato Ray, gli accordi il pagamento di 20 milioni di sterline.

Ray (Charlie Hunnam) è molto irritato da tutto lo sproloquiare ad effetto di quell’impiccione per professione. Il reporter svela verità e supposizioni come se stesse decantando una sceneggiatura, a cui non fa mancare colpi di scena ed effetti speciali. Amalgama il reale con la sua fervida immaginazione e colora ogni dialogo di sfumature personali, trasformando la sua ricostruzione dei fatti in un “film dentro al film”.

The Gentlemen

Mentre l’impero erbaceo di Michey sembra trovare nell’ambiguo Matthew (Jeremy Strong) un compratore disposto a mettere sul tavolo 400 milioni di sterline, per concedere al re della giungla il meritato riposo davanti al camino, anche “Dry Eye” (Henry Golding), giovane esponente di un gruppo criminale cinese, fa la sua offerta senza ammettere un no come risposta. Accade anche che una delle piantagioni segrete del “buon” Michey venga allo scoperto e razziata, dalla prima all’ultima foglia, da un gruppetto di pugili con tute da ginnastica coordinate. A capo di questi irresponsabili picchiaduro c’è Coach (Colin Farrell). Sarà per la sua irresistibile coppola o per quell’aria da autentico outsider ma l’uomo saprà giocare un ruolo determinante nell’intera intricata faccenda.

“The Gentlemen” si divincola dalla morsa della periferia, fugge dal tessuto grezzo e prettamente urbano che aveva caratterizzato le pellicole di Ritchie. Restano le maschere dallo stile british e quelll’umorismo che diverte solo chi può capirlo. Restano gli inganni e il crimine, solo si fa scendere sul campo l’artiglieria pesante. Gli occhi divertiti di Ritchie non si soffermano sulla delinquenza nascosta dentro i cadenti bar di quartiere o nelle sale scommesse da whiskey scadente. Questa volta si alza la testa e si punta lo sguardo dritto al re (della giungla criminale) e alla classe aristocratica ridotta in sudditanza.

Mickey Pearson è in effetti un boss che pur conservando la forza di mordere ha perso quel desiderio di rivalsa che è possibile rintracciare solo nei sobborghi. Non è solo il personaggio interpretato da McConaughey ad aver perso l’appetito del leone per aver saziato la sua fame con bistecche di wagyu sorprendentemente costose. È tutta la criminalità che viveva dentro le pellicole di Ritchie ad essere cresciuta, ad aver imparato a vestirsi di tutto punto, e ad essersi irrimediabilmente imborghesita.

Il racconto di “The Gentlemen” è tutto affidato al personaggio di Fletcher, narratore inaffidabile, fin troppo creativo e scorretto per poter meritare la fiducia dello spettatore. Ritchie adora i colpi di scena e procedere su false piste fino a quando la verità non impone la retta via. In questo caso la sceneggiatura è costretta a svelare le sue intenzioni forse troppo presto, obbligando quel chiacchierone di Fletcher a cambiare le regole del gioco più di una volta. Questo potrebbe palesare un’eccessiva macchinazione, che sebbene sia un elemento caratterizzante del narrare vorticoso di Ritchie, rischia di risultare troppo manifesta.    

È necessario riconoscere che tutto questo narrare, supporre, e fare retro front consente a Guy Ritchie di produrre un dialogo metacinematografico affatto scontato. Si ragiona sul cinema di oggi, su quello un po’ all’antica dal nostalgico formato 35mm, sulla rilevanza di un soggetto ben scritto (come quello di Fletcher che grazie ai suoi meriti narrativi crede di avere per le mani una storia degna di un grande film) e sul doppiaggio di un dialogo rivelatore (come quello improvvisato davanti alle immagini mute di un incontro segreto tra due criminali nello stadio dell’Arsenal). La sceneggiatura non mette a fuoco il suo potenziale narrativo preferendo, piuttosto che dispiegarsi, spendere buona parte del tempo a disposizione per svelare ciò che vi è dentro il processo cinematografico.

Un Guy Ritchie che impone il suo cinema come parte della storia stessa. Il regista è pronto a richiamare alla memoria i suoi successi (citando i suoi film più riusciti), ma anche lasciando appeso ad una parete il poster del suo “Operazione U.N.C.L.E” (pellicola che potremmo definire un fallimento). Si gioca molto anche con gli attori, oltre che con i personaggi. E forse è questo l’aspetto che diverte di più. Il vero fiore all’occhiello di questo film sono le interpretazioni di Hugh Grant e di Colin Farrell. Grant è quasi irriconoscibile nei panni del viscido e arrivista giornalista Fletcher, e il fatto che l’attore sia uno dei più feroci critici dei tabloid britannici, rende il gioco delle parti ancora più mordace.

Colin Farrell in una completo a righe e cappello Fedora marrone, con gang al seguito di tartan vestita è la cosa più sfacciatamente fuori luogo che la mente di Ritchie abbia mai partorito. Ma non ci si poteva fermare qui. Si decide infatti di citare indirettamente un altro film – molto disturbante – interpretato dallo stesso Farrell. La scena riguarda una punizione inflitta, un maiale, e un incontro fortunatamente tenuto lontano dallo schermo, a cui ci si limita ad alludere. (La scena ci ha ricordato troppo da vicino ciò che accade in “The Lobster” del greco Yorgos Lanthimos).

“The Gentlemen” è dunque un’occasione di auto riflessione per il suo cinetico autore, ma allo steso tempo è l’opportunità per dimostrare – e ribadire- ciò di cui è capace. Ci riferiamo alla scena in cui i ragazzacci di ‘Coach’ Farrell fanno irruzione nella piantagione di Michey e a suon di cazzotti si esibiscono in un colorato e sanguinoso spettacolo di arti marziali hip-hop. Il cinema girato come un videoclip, patinato, veloce, adrenalinico rimane l’asso nella manica del regista.

Degni di meraviglia sono anche gli inseguimenti che prendono vita nel cemento dei sobborghi londinesi. Vediamo il crimine nascosto da tessuti in Principe di Galles, malcelato dietro completi monopetto, costretto in gilet coordinati, inseguire (con il fiatone) il crimine di strada, quello in jeans e sneakers, ornato di catene al collo e con l’i-phone sempre in mano. Due generazioni criminali a confronto, due attitudini criminali appartenenti a ceti diversi. Eppure che sia il mondo danaroso e raffinato a prevalere non è poi così scontato, la “civilizzazione” può rivelarsi rischiosa.

The Gentlemen

Note di merito vanno doverosamente riconosciute all’omaggio alla sartorialità e allo stile street (ma tanto trash) dell’Inghilterra affidato al costumista Michael Wilkinson e alla colonna sonora di gran lusso (Cream, Paul Weller, Johnny Rivers, Roxy Music).

Con “The Gentlemen” Guy Ritchie coltiva con dedizione il cinema che ama, mescolando un’ossessione per i dettagli degna di Wes Anderson alle fissazioni di vecchia data, quella per i dialoghi spiazzanti alla Tarantino e per i personaggi insoliti intrappolati negli anni ’90.

PANORAMICA RECENSIONE

regia
soggetto e sceneggiatura
interpretazioni
emozioni

SINOSSI

Guy Ritchie si svincola dagli spropositati budget hollywoodiani e torna a sporcarsi le mani con personaggi loschi e inaffidabili, anche se questa volta sono dannatamente ben vestiti. Un film frenetico, dalla sceneggiatura marcatamente contorta e autocompiaciuta, ma i criminali di Ritchie si confermano irresistibili.
Silvia Strada
Ama alla follia il cinema coreano: occhi a mandorla e inquadrature perfette, ma anche violenza, carne, sangue, martelli, e polipi mangiati vivi. Ma non è cattiva. Anzi, è sorprendentemente sentimentale, attenta alle dinamiche psicologiche di film noiosissimi, e capace di innamorarsi di un vecchio Tarkovskij d’annata. Ha studiato criminologia, e viene dalla Romagna: terra di registi visionari e sanguigni poeti. Ama la sregolatezza e le caotiche emozioni in cui la fa precipitare, ogni domenica, la sua Inter.

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