Oggi analizziamo un piccolo capolavoro: The Elephant. Nel panorama dell’animazione contemporanea, saturo di franchise infiniti e produzioni standardizzate per soddisfare gli algoritmi dei servizi di streaming, è diventato straordinariamente raro assistere a progetti capaci di ridefinire il medium stesso. Eppure, il mediometraggio distribuito su HBO Max fa esattamente questo.
Con una durata di poco più di venti minuti, questa produzione è un esperimento artistico rivoluzionario che riunisce sotto lo stesso vessillo quattro dei creatori più influenti dell’ultimo ventennio televisivo. Parliamo di Pendleton Ward (Adventure Time), Rebecca Sugar (Steven Universe), Patrick McHale (Over the Garden Wall) e Ian Jones-Quartey (OK K.O.! Let’s Be Heroes).
La genesi stessa dell’opera si basa sull’affascinante tecnica surrealista del “cadavere squisito”. Ciascun autore ha sviluppato il proprio segmento lavorando quasi completamente al buio, conoscendo esclusivamente la transizione finale della parte precedente e senza poter comunicare con gli altri sulla direzione narrativa. Questa anarchia metodologica, invece di generare un caos sconnesso, ha dato vita a una meditazione profonda sull’esistenza. Il corto ricalca idealmente la celebre parabola buddista dei ciechi e dell’elefante: diversi individui toccano parti differenti dello stesso animale, convincendosi ognuno di averne compreso l’intera figura, laddove la verità risiede solo nella somma delle loro singole percezioni.

The Elephant – Trama
A livello di trama, The Elephant può essere diviso in tre atti: il primo si apre in un deserto psichedelico e privo di coordinate logiche, dove figure bizzarre smembrano un enorme involucro meccanico abbandonato a terra. Da un pezzo residuo di questo processo prende vita il nostro protagonista, una creatura informe, fragile e priva di identità. Con il suo inconfondibile stile gommoso ed esistenzialista, Ward esplora il concetto filosofico di tabula rasa.
Nel secondo il protagonista assume la forma di “Music Button” e scopre di poter generare melodie celestiali premendo un semplice tasto sul proprio petto, mandando in estasi le folle oceaniche. Quella che all’inizio si presenta come una gioiosa celebrazione della condivisione artistica si trasforma rapidamente in un incubo claustrofobico, fatto di aspettative asfissianti e costante ansia da prestazione.
Nel finale il tono si fa improvvisamente intimo, crepuscolare e autunnale, richiamando immediatamente le atmosfere fiabesche e malinconiche di Over the Garden Wall. Vediamo un robot, Screeno, pronto a spegnersi definitivamente per porre fine alla propria inutilità; incontra. Dan, uno scienziato tanto stravagante quanto solitario. McHale dipinge un quadro di rara delicatezza visiva, dove il ritmo dell’azione rallenta vistosamente e i silenzi pesano molto più delle parole pronunciate. Il loro rapporto non si basa su grandi rivelazioni filosofiche, ma su piccoli gesti di reciproca e goffa gentilezza quotidiana.

Un capolavoro di coesione emotiva
Ciò che rende The Elephant un capolavoro assoluto dell’animazione moderna è la sua miracolosa coesione interna. Nonostante gli stili grafici cambino radicalmente, il viaggio di crescita del protagonista risulta incredibilmente fluido e coerente. È una perfetta metafora delle tappe biologiche e spirituali della vita umana: la nascita e l’ingenuità iniziale, il trauma dell’impatto con la società e le sue pressanti richieste, e infine la serena accettazione di sé attraverso la vicinanza dell’altro.
L’opera brilla inoltre per la sua straordinaria capacità di non risultare mai pretenziosa o eccessivamente accademica. Vi è una dose massiccia di ironia tagliente, satira sociale e momenti di puro nonsense che alleggeriscono la densità dei temi trattati, rendendo la visione godibile a più livelli. I quattro autori dimostrano una comprensione del mezzo animato che va ben oltre la semplice narrazione. Usano il disegno per toccare le corde più intime dell’animo umano, senza alcun filtro censorio e con una sincerità disarmante.
La regia come “staffetta surrealistica”
La sfida registica principale di The Elephant è stata la gestione del passaggio di consegne. Solitamente, in una produzione animata, la continuity visiva è garantita da uno studio che segue rigidi manuali di stile. Qui, la regia ha adottato un approccio “a frammenti coerenti”. Ogni segmento è diretto con una filosofia di messa in scena radicalmente diversa:
- Il segmento di Ward predilige campi lunghi e un montaggio quasi frenetico, che enfatizza il senso di smarrimento nello spazio.
- Il segmento di Sugar/Jones-Quartey usa un linguaggio vicino al videoclip musicale: i match cut tra le espressioni del personaggio e la folla creano un ritmo serrato, che riflette l’ansia performativa del protagonista.
- Il segmento di McHale si distacca completamente, usando tempi dilatati, un uso sapiente dei fuori campo e una fotografia (digitale) che simula luci naturali e ombre morbide, tipiche del cinema d’animazione più atmosferico.
La regia riesce a non far percepire il salto di stile come un difetto, ma come una mutazione naturale del protagonista, quasi come se l’ambiente circostante e il carattere del personaggio si adattassero allo stile dell’autore che lo “ospita”.

Le dinamiche dell’animazione di The Elephant
Dal punto di vista tecnico, l’animazione di The Elephant è un trionfo di tecniche miste:
- Linee “Vibranti” (Ward): Lo stile di Ward utilizza linee che sembrano quasi “tremare” sul posto. Una tecnica nota per dare ai personaggi una qualità organica e instabile, rendendo il protagonista (nella prima fase) simile a una creatura informe, plastilina pronta a essere modellata.
- Espressività “Squash and Stretch” (Sugar): Nella parte centrale, l’animazione enfatizza le deformazioni del personaggio durante le performance. La tecnica di squash and stretch (schiacciare e allungare) è portata all’estremo per sottolineare la pressione fisica e psicologica: Music Button appare schiacciato dal peso delle aspettative e proteso nello sforzo creativo.
- Animazione “a strati” (McHale): Nel finale, l’animazione di McHale si affida molto ai livelli di profondità (parallasse). Gli sfondi sono stratificati per creare una profondità di campo che isola il protagonista, enfatizzando la sua solitudine rispetto al mondo esterno.
La scelta dei colori
La palette dei colori rispecchia perfettamente l’animo dei protagonista. All’inizio vediamo delle tonalità terrose e grigie, interrotte da lampi di colori “alieni” che rappresentano la novità della vita. Nel secondo episodio si utilizzano tonalità che puntano al viola e i colori a neon attraverso cui si vuole evidenziare l’artificiosità dell’esperienza di vita di “Mister Buttom”. Mentre per il finale si decide per un’atmosfera crepuscolare in cui predilige il marrone, l’arancione e il seppia, che simboleggiano il termine della vita.

The Elephant – In conclusione
The Elephant è una lezione su come l’animazione possa deformare la realtà per raccontare la verità. Tecnicamente, l’opera rompe la “quarta parete” stilistica: non cerca di essere realistica, ma cerca di essere autentica. Il fatto che gli animatori abbiano lavorato senza vedere il lavoro altrui ha impedito loro di “omogeneizzare” il prodotto, costringendo il montaggio a creare ponti narrativi che, tecnicamente, sono dei piccoli miracoli di editing.
