Ridley Scott non è mai stato un regista disposto a rimanere ancorato al passato. Anche quando torna a territori cinematografici che gli sono familiari, sembra esserci sempre la necessità di confrontarsi con qualcosa di nuovo, di spingersi oltre l’immagine già conosciuta. Con The Dog Stars, adattamento del romanzo di Peter Heller, Scott torna alla fantascienza e al cinema post-apocalittico, ma sceglie di osservare la fine del mondo da una prospettiva meno interessata alla catastrofe in sé e più alle persone che sono costrette a sopravviverle.
Non è il classico post-apocalittico che usa la catastrofe soltanto come pretesto per azione, sopravvivenza e combattimenti. Scott sembra essere molto più interessato a chiedersi che cosa rimane dell’essere umano quando il mondo che conosciamo non esiste più.
È una domanda semplice soltanto in apparenza. Perché quando non esistono più società, regole, istituzioni e certezze, sopravvivere fisicamente non è necessariamente sufficiente. Bisogna capire per cosa valga ancora la pena vivere.
Ed è proprio qui che The Dog Stars trova la sua dimensione più interessante, anche se non sempre riesce a trasformarla in un film altrettanto coinvolgente.

The Dog Stars: la trama
Il mondo è stato devastato da una pandemia influenzale che ha sterminato gran parte della popolazione. L’America è diventata un territorio irriconoscibile, fatto di spazi vuoti, insediamenti abbandonati e pochi gruppi di sopravvissuti.
Hig, interpretato da Jacob Elordi, è un ex meccanico che vive in un piccolo aeroporto insieme al suo cane Jasper e a Bangley, un uomo dal passato militare interpretato da Josh Brolin. I due rappresentano due modi completamente differenti di affrontare la sopravvivenza.
Bangley ha scelto la diffidenza. È pragmatico, duro, aggressivo e convinto che, in un mondo dove ogni incontro può trasformarsi in una minaccia, fidarsi degli altri equivalga a mettere in pericolo la propria vita.

Hig, invece, non è riuscito a spegnere completamente il bisogno di sentirsi ancora umano. Continua a volare, osserva il territorio dall’alto e cerca segnali di vita. È proprio una misteriosa trasmissione radiofonica a spingerlo oltre i confini della sua quotidianità.
La ricerca di quella voce conduce Hig verso un’altra comunità di sopravvissuti, dove incontra Cima, interpretata da Margaret Qualley, e suo padre Pops, interpretato da Guy Pearce. Quell’incontro introduce nel suo mondo la possibilità di un rapporto umano, di un legame e persino di un futuro.
Ma il mondo che li circonda continua a essere pericoloso e la speranza non elimina la violenza.
The Dog Stars: la recensione
La cosa più evidente di The Dog Stars è che Ridley Scott sa ancora come costruire un’immagine.
Il paesaggio diventa parte integrante del racconto: le montagne, gli aeroporti, le strade deserte e gli spazi sconfinati restituiscono la sensazione di un’umanità che ha improvvisamente lasciato vuoto il proprio posto nel mondo. La fotografia di Eric Messerschmidt accompagna questa visione con immagini che spesso sembrano appartenere più a un grande affresco cinematografico che a un semplice thriller post-apocalittico.
E qui emerge tutta la personalità di Scott. The Dog Stars è un risultato spettacolare. È il lavoro di un artista che si rifiuta di stare fermo.
Il problema è che lo spettacolo non sempre coincide con il coinvolgimento. Il film possiede infatti una strana contraddizione interna: è molto bello da guardare, ma non sempre riesce a farci sentire davvero dentro la storia. È un’opera costruita con grande attenzione alla superficie, alla composizione delle immagini e alla dimensione fisica del mondo, ma che in diversi momenti sembra incapace di trasformare quella bellezza in una partecipazione emotiva altrettanto forte.

È probabilmente questo il principale limite di The Dog Stars. Scott vuole raccontare l’intimità e l’umanità dei suoi personaggi, ma la sceneggiatura non sempre concede loro la profondità necessaria per farci entrare completamente nelle loro ferite. Hig dovrebbe essere il cuore emotivo del film: un uomo sopravvissuto alla perdita della moglie, costretto a vivere in un mondo nel quale il futuro sembra non esistere più. Eppure la sua sofferenza rimane spesso trattenuta, osservata più che realmente condivisa.
Jacob Elordi affronta il personaggio con una recitazione controllata, malinconica, quasi sospesa. È una delle cose migliori del film proprio perché riesce a comunicare molto attraverso la sottrazione. Ma è anche un’interpretazione che avrebbe avuto bisogno di una scrittura più incisiva per lasciare un segno maggiore.
Lo stesso vale per Margaret Qualley. Cima introduce nel film una dimensione diversa: la possibilità che, anche dopo una catastrofe, possano esistere ancora amore, desiderio, fiducia e persino momenti di leggerezza. Elordi e Qualley sono due delle cose migliori di questa storia ben girata e ben fatta, ma stranamente poco coinvolgente. La loro chimica funziona, ma il film non riesce sempre a costruire intorno a loro una relazione abbastanza approfondita da renderla davvero memorabile.
Eppure è proprio il tema dell’umanità a rendere The Dog Stars più interessante di quanto possa sembrare a una prima occhiata. Scott non sembra voler raccontare semplicemente come gli esseri umani sopravvivono alla fine del mondo. Vuole raccontare come rischiano di perdere se stessi nel tentativo di farlo.
Bangley è la rappresentazione più evidente di questa trasformazione. La sua durezza è diventata una forma di difesa permanente. Hig, al contrario, continua a cercare un contatto con ciò che rimane dell’umanità. I due uomini vivono insieme, ma sembrano appartenere a due mondi diversi. Il contrasto fra loro è una delle intuizioni migliori del film.
La vera apocalisse, quindi, non è soltanto quella che ha cancellato il mondo esterno. È quella che lentamente si consuma dentro le persone. Quando tutto viene meno, cosa rimane? La paura? L’istinto? La violenza? Oppure la capacità di continuare a riconoscere nell’altro qualcuno con cui condividere qualcosa?
È una riflessione che attraversa il film senza trasformarsi mai completamente in una risposta. E forse è proprio questo a rendere The Dog Stars un’opera più interessante nelle intenzioni che nei risultati. Perché quando Scott si concentra sui personaggi, il film acquista una sensibilità sorprendente. Quando invece torna agli elementi più convenzionali del genere, la pellicola perde parte della propria forza.
Il risultato è un film sospeso tra due anime: da una parte il grande cinema spettacolare di Ridley Scott, dall’altra un racconto intimo sulla solitudine e sulla necessità dell’altro.
Il cast
Jacob Elordi porta sulle spalle gran parte del film. La sua interpretazione di Hig è silenziosa e fisica, costruita più sulla presenza che sui dialoghi. L’attore riesce a restituire la solitudine di un uomo che sembra vivere in una condizione di lutto permanente, anche se il personaggio avrebbe meritato una sceneggiatura capace di scavare più a fondo.
Margaret Qualley è altrettanto convincente. Cima non è soltanto l’interesse sentimentale di Hig, ma rappresenta soprattutto la possibilità di tornare a desiderare qualcosa oltre la sopravvivenza. Qualley porta al personaggio una vulnerabilità che contribuisce a rendere più umano il film.
Josh Brolin è perfettamente a suo agio nei panni di Bangley. La sua fisicità e il suo sarcasmo danno energia a una pellicola che altrimenti rischierebbe di diventare eccessivamente contemplativa.

Guy Pearce, Allison Janney e Benedict Wong completano un cast di grande livello, anche se non tutti i personaggi hanno lo spazio necessario per lasciare un’impronta davvero significativa.
In conclusione
Ridley Scott costruisce un mondo post-apocalittico visivamente imponente e allo stesso tempo cerca di sottrarsi alle regole più prevedibili del genere. Il suo interesse non è soltanto la sopravvivenza, ma ciò che viene dopo: il momento in cui un essere umano deve decidere se limitarsi a esistere oppure provare ancora a vivere.
È un’idea potente, ma il film non riesce sempre a sostenerla con la stessa intensità.
La storia è ben costruita, il cast è eccellente e la regia conserva tutta la forza visiva di Scott. Tuttavia, la prevedibilità di alcuni passaggi, una sceneggiatura che non approfondisce sempre abbastanza i suoi personaggi e una certa distanza emotiva impediscono a The Dog Stars di diventare quel grande film che, in alcuni momenti, sembra sul punto di essere.

The Dog Stars non convince sempre, non emoziona quanto vorrebbe e talvolta sembra più interessato a essere ammirato che vissuto. Ma conserva una sincerità di fondo: l’idea che, anche quando il mondo è finito, l’umanità possa ancora ricominciare da un gesto, da uno sguardo, da una voce alla radio o semplicemente dalla decisione di non smettere di cercare.
Non è abbastanza per parlare di un nuovo classico del genere. È però abbastanza per riconoscere che Ridley Scott, ancora una volta, ha scelto di non stare fermo.
