The Boys

I Sette, il supergruppo attorno a cui ruotano le vicende della serie. Da sinistra a destra: Starlight, Abisso, Translucent, Queen Maeve, Black Noir, A-Train e Patriota.

Nel 2019 Amazon ha rilasciato  gli 8 episodi della prima stagione di The Boys, tratta  dalla serie omonima a fumetti di Garth Ennis e Darick Robertson.

Per chi non ne avesse mai sentito parlare, Garth Ennis è uno scrittore irlandese dal brutto carattere, polemico, irriverente, sconcio e amante della birra e degli alcolici in generale. Ed è il genio che sta dietro a “Preacher”, “Hellblazer”, “The Punisher” e tante altre serie a fumetti di successo. Successo che ha portato gran parte dei suoi lavori ad essere proposti nelle trasposizioni cinematografiche e televisive. Sorte che è toccata infine anche a The Boys(2006), con discreti risultati.

The Boys: a partire da sinistra in basso, e in senso antiorario: Butcher, Hughie, Kimiko, Latte Materno e Frenchie

La serie TV si regge, con differenze piuttosto robuste, sul canovaccio di base della serie a fumetti, composta da 72 episodi più tre spin-off di 6 numeri ciascuno, per una totale di 90 episodi. L’idea alla base è quella dei fumetti revisionisti di Alan Moore e Frank Miller della seconda metà degli anni ’80 (Watchmen e the Dark Knight Returns), ovvero che i supereroi, calati nel mondo reale, risultino totalmente folli, inetti e fuori posto.

Queen Maeve e Patriota, interpretati dagli ottimi Dominique McElligott e Antony Starr

Mentre però Moore  e Miller operavano per primi la svolta revisionista, con elementi apocalittici dovuti alla guerra fredda USA/URSS allora in vigore, questa serie TV è una scoperta critica al nuovo potere economico, ovvero l’egemonia (al momento soprattutto Disney) della più grande azienda produttrice di supereroi del mondo, che crea film, fumetti, videogiochi e gadget, monopolizzando di fatto il mercato e le menti degli adolescenti (e non solo). The Boys   mette alla berlina, fin dal primo episodio, il nuovo potere costituito. Con la differenza che, nel suo  mondo, l’azienda (la multinazionale Vought-American) non si limita a produrre film e giocattoli, ma crea veri supereroi. Quando il governo americano si rende conto del potere che sta acquisendo l’azienda, organizza, tramite la CIA, un gruppo di specialisti con il compito di sorvegliare l’attività degli eroi e della stessa azienda, intervenendo quando necessario.

Uno staordinario Karl Urban è Butcher, l’uomo che più odia i supereroi al mondo

Vengono presentati quindi, già nel primo episodio, tutti i componenti del team di The Boys: Butcher, il capo, cinico, infame e violento al tempo stesso; Hughie, un ragazzo che si unisce al gruppo di malavoglia dopo aver subito una terribile perdita a causa delle attività degli eroi; Latte Materno, un grosso uomo d’azione esperto di logistica, e Frenchie, tecnico geniale e fuori di testa. A questi si aggiungerà Kimiko, una ragazza asiatica “potenziata” e terribilmente feroce, in apparenza muta, abituata a parlare con le azioni.

Hughie, interpretato da Jack Quaid

The Boys è violento, grottesco, splatter,  esplicito nel linguaggio e impietoso nel farsi beffe dei cosiddetti eroi. I superumani, in particolare il supergruppo de “I Sette”, sono ritratti come sociopatici preoccupati solo di apparire come eroi, e non di esserlo davvero. Sono supereroi che si gettano nella mischia senza alcuna preparazione, che danneggiano qualsiasi cosa si ponga fra loro e l’obiettivo, che agiscono senza criterio e di conseguenza provocano la fine di più vite di quante ne riescano a salvare. Per questo esiste il gruppo dei Boys: per fermarli, punirli, o come extrema ratio, ucciderli, quando oltrepassano i limiti.

Erin Moriarty è Annie January, aka Starlight, la supereroina della porta accanto

La prima (e finora unica) stagione parte a tavoletta, presentando tutti o quasi i personaggi chiave, così che siamo subito calati nel contesto, e dal secondo episodio abbiamo già familiarità con la galleria di psicopatici che frequentano la serie. Si va dall’eroe senza macchia Patriota (un Superman di facciata, ma più cattivo di qualsiasi supercriminale) all’egocentrico A-Train (parodia di Flash), ai depravati Abisso (presa in giro di Aquaman) e Translucent(un uomo invisibile guardone che passa il tempo nelle toilette femminili).

Se aggiungiamo Black Noir, violento eroe taciturno che fa il verso a Batman, e Queen Maeve come versione alcolizzata e depressa di Wonder Woman, realizziamo di avere una Justice League al completo, riflessa in uno specchio nero come l’inferno.

Rispetto alla saga a fumetti, la serie TV scopre molto più in fretta le sue carte, e mette tanta carne al fuoco.

Dall’iniziale, conclamata parodia dei supereroi, sublimata già nel primo episodio con la scena del ‘relax club’ dove questi esseri potenziati danno sfogo alle loro depravazioni, si passa rapidamente alla ‘crime story’ degli episodi successivi, con i classici ingredienti del cinema d’avventura:  cos’è il composto-V  A cosa serve? Chi lo produce? Queste domande troveranno risposta negli episodi successivi, quando i Boys riusciranno a comprendere l’enorme portata degli intrighi di Madelyn Stilwell e del Patriota, volti ad ottenere un potere assoluto.

Elisabet Shue, nei panni dell’affascinante villain Madelyn Stilwell

Ma all’interno di questa classica avventura, la satira continua ad essere feroce. Gli eroi, apprendiamo, in realtà sono totalmente inutili: al di fuori dell’apparenza gestita dalla potente macchina pubblicitaria, non sanno o non vogliono sapere come servire davvero il loro Paese, o semplicemente come lottare contro il crimine. Tanto che, per dare una giustificazione alla loro stessa esistenza, verranno fabbricati artificialmente dei supercriminali che possano dar loro uno scopo reale agli occhi del mondo.

Interessante anche il fatto che la gestione degli eroi sia, di fatto, un regime di monopolio, come nella nostra realtà. Attualmente è il gigante Disney/Marvel a gestire le azioni degli eroi (con la sola eccezione dei personaggi DC come Superman e Batman) e nella serie TV la multinazionale Vought-American gestisce gli eroi nello stesso modo, trattandoli come un prodotto di consumo e nascondendo in ogni modo al pubblico le loro personalità malate: ogni parallelismo con gli attori di Hollywood che prestano il volto agli eroi è fortemente voluto e sottolineato.

Laz Alonso è Latte Materno

Gli eroi, insomma, sono infinitamente peggiori dei cattivi da cui vogliono salvarci, ed emerge una critica piuttosto palese anche al rinomato interventismo americano.

Come ha giustamente osservato un critico, The Boys è la risposta alla domanda di Alan Moore “Who watches the Watchmen?”. Il problema è che i Boys sono anch’essi umani, e quindi fallaci, violenti e problematici. Su tutti il leader Butcher, la cui storia personale ribalterà la prospettiva in faccia all’allibito spettatore, nel finale di stagione.             

Allo stesso spettatore, che potrebbe obiettare alla rappresentazione così negativa dei supereroi, si farà invece notare che gli eroi parodiati in The Boys sono una maggiormente fedele riproduzione dei veri eroi che hanno ispirato le gesta dei moderni eroi in calzamaglia, ovvero il pantheon greco. Gli dèi greci (Zeus con le sue saette e la sua onnipotenza è il Patriota, Hermes è A-Train, Poseidone è Abisso e così via) negli antichi canti erano ritratti come dissoluti, ingannatori, spietati e incuranti della vita umana. E gli eroi rivisitati dalla sarcastica verve di Garth Ennis sono modellati esattamente da questa prospettiva.

Lo spettatore che avrà la curiosità, e lo stomaco, per arrivare in fondo agli otto episodi di questa serie, sarà sicuramente preda di un effetto collaterale: al termine della visione, infatti, sarà costretto a guardare tutti i film e le serie tv a tema supereroistico con occhi diversi, disincantati, e con un inevitabile ghigno ironico sulle labbra.

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